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2015-2025: le disavventure di Vivendi in Tim e il futuro della Rete. L’analisi di Luca Picotti

In dieci anni Vivendi ha controllato la quota di maggioranza relativa di Tim ma l'affare non è stato certamente profittevole.

Nel 2025 non cessa di tener banco la questione industriale di Telecom Italia (Tim), l’ex monopolista delle telecomunicazioni da tempo al centro di rumors di mercato circa i futuri assetti gestionali e operativi. In un’epoca che, dalla rivoluzione del 5G a quella delle interconnessioni digitali, ha messo le infrastrutture di rete al centro di un grande gioco geopolitico ed economico, Tim è sempre stata oggetto di importanti appetiti e guardata con interesse da importanti attori internazionali.

L’affare Kkr e la vendita della rete al fondo americano ha segnato l’ennesimo capitolo di un duello tra il capitalismo francese e quello americano per l’ex monopolista e segnato il tramonto dell’astro di Vivendi, il conglomerato francese fondato da Vincent Bolloré, primo azionista da quando, nel 2015, è entrato nel gruppo di Via Negri. Dieci anni dopo, Vivendi sta iniziando a smobilitare: è di questi giorni la notizia della discesa del gruppo dal 23,7% al 18,4% del capitale di Telecom. Preludio a una smobilitazione definitiva? Sicuramente, conferma delle difficoltà incontrate in questi dieci, problematici anni. Di cui tracciamo un profilo con Luca Picotti, avvocato, cultore della materia di Diritto dei Trasporti e Diritto Commerciale presso l’Università di Udine, analista dell’Osservatorio Golden Power e esperto di questioni inerenti la sicurezza economica.

Dieci anni di presenza di Vivendi in Tim sembrano avviarsi verso una possibile fine, secondo i rumors degli investitori degli ultimi giorni: che bilancio trarre da questa esperienza?

“L’avventura di Vivendi in Tim, con la scalata avviata nel 2015 sino a detenere una quota del 23.9%, si è rivelata sin da subito travagliata, sul fronte politico, strategico, economico e giuridico. Per quanto riguarda la dimensione politica, nel 2017 i francesi hanno subito un intervento a sorpresa del Governo italiano, che ha esercitato i poteri speciali del Golden Power imponendo una serie di condizioni incisive all’operazione. Sul fronte strategico, nel 2024 hanno assistito, impotenti o quasi, alla cessione di un asset rilevante come la rete al fondo statunitense KKR. In termini economici, dal 2015 al 2025 il titolo è sceso notevolmente, tanto che se si confronta l’investimento effettuato da Vivendi per arrivare al 23.9% e le cifre che potrebbe ottenere oggi dalla sua vendita, la perdita è consistente (circa 3 miliardi). Infine, sul piano giuridico, Vivendi ha provato, da un lato, ad impugnare il provvedimento del Golden Power del 2017, ma il contenzioso si è concluso in secondo grado al Consiglio di Stato nel 2023 con una sentenza che ha dato ragione al Governo; dall’altro, ha impugnato innanzi al Tribunale di Milano la delibera del consiglio di amministrazione di Tim che ha approvato l’offerta di KKR per la rete, sostenendo che dovesse passare per l’assemblea straordinaria in quanto operazione modificativa dell’oggetto sociale, iniziativa rigettata dal Tribunale per carenza di interesse e legittimazione. Insomma, l’esemplificativa storia di un investimento travagliato, che ha visto il titolo scendere negli anni, che ha dovuto convivere sul fronte della governance con l’intervento incisivo del Governo del 2017, che ha assistito alla fuoriuscita di un asset rilevante come la Rete e che è stato accompagnato da diversi contenziosi”.

Come è cambiata Tim da allora a oggi? Quanto l’esperienza Vivendi ha impattato sull’apertura del Cda all’affare KKR lo scorso anno?

“Oggi Tim, con il perfezionamento della cessione della Rete, ha una nuova anima, più snella ma non per questo meno strategica, sebbene ancora in transizione. Ha anche incassato alcune vittorie importanti: il rigetto dell’impugnazione di Vivendi della delibera del Cda; il rigetto della richiesta di sospensiva del Governo sul rimborso del canone concessorio (1 miliardo); la vittoria in Cassazione contro Postemobile (1.5 milioni); la cessione di Sparkle per 700 milioni; la crescita della controllata Tim Brazil; la riduzione del debito e di alcune grane relative alla Rete (gli investimenti che dovranno essere fatti modernizzarla); il possibile ritorno al dividendo. Il mercato infatti sta apprezzando e se si guarda invece agli inizi difficili, con le dimissioni dell’Ad dopo soli sei mesi, in Fibercop, la società che gestisce la Rete con governance condivisa tra KKR e Mef, le prospettive sembrano promettenti – e infatti Vivendi si è attivato ora per vendere. Va da sé che la transizione è appena iniziata e deve passare inevitabilmente per il grande tema del consolidamento del settore Tlc, che tra alta concorrenza e guerra dei prezzi ha visto i margini erodersi sempre di più e fa fatica a rimanere competitivo”.

Come si inserisce la questione Tim nell’evoluzione della dottrina politica e degli scenari sul rapporto tra sistema-Italia e affari riguardanti operatori strategici?

“È una domanda complessa che ci dovrebbe portare a discutere sulle privatizzazioni degli anni Novanta, perché lo snodo cruciale è quello. Infatti, la privatizzazione di Telecom è stata, assieme a quella di Autostrade o Alitalia, un caso di scuola di cessione fallimentare, proprio in letteratura. Un susseguirsi di operazioni a debito e passaggi di controllo, nella cornice di un progressivo declino esemplificativo non solo della assenza di strategia con cui si è arrivati alla privatizzazione – finalizzata sostanzialmente a fare cassa per ridurre il debito del Paese – ma anche dell’inadeguatezza dell’imprenditoria privata italiana, che non è stata in grado di valorizzare la società con una politica aziendale di lungo termine. Tim si è trovata così in una fase delicata per gli operatori Tlc con un debito altissimo e una Rete perlopiù vetusta. In questo senso, la cessione dell’infrastruttura, se può apparire discutibile, va anche inserita in questo contesto. Uso le parole di un mio recente articolo per evidenziare quanto la storia di Tim sia esemplificativa del sistema-Italia: il dossier Telecom è uno spaccato in cui si intrecciano capitalismo italiano, diritto, politica, rivalità italo-francese e contraddizioni in seno all’Unione europea, investitori statunitensi, normative protettive sempre più centrali come il Golden Power, l’eredità della stagione delle privatizzazioni. Un caso da manuale”.

Cosa insegna l’esperienza Vivendi-Tim dell’approccio francese al sistema italiano?

“Non a caso ho menzionato la rivalità italo-francese, evidente in ogni operazione societaria, dalle classiche scalate, come quella di Vivendi su Tim, a innovative joint-venture, come si sta già registrando nel dossier Generali-Natixis. Nel mezzo, entrano in gioco tutti gli strumenti a disposizione, a partire dal Golden Power. L’intervento del Governo nel 2017 ha rappresentato un primo colpo durissimo, a mio parere, nell’esperienza dei francesi di Vivendi in Italia: un esercizio dei poteri speciali ex post, unilaterale e a sorpresa, in un’operazione infra-Ue, con alcune forzature di carattere giuridico. Insomma, come mi è capitato di sottolineare, un approccio ben diverso da quello del 2024, in cui il Governo è intervenuto sì con il Golden Power nella cessione della rete agli americani, ma in modo collaborativo, coordinato e senza problemi di sorta”.

Insomma, possiamo parlare di una maledizione Italia per i francesi o solo di una maledizione Telecom in generale?

“Non saprei, ma la storia travagliata di cui abbiamo parlato ha condotto Vivendi già dal 2022 a rinunciare al suo ruolo di socio di maggioranza attivo, tanto che, ironia della sorte, il board su cui si è astenuto è quello che poi ha promosso la strategia della cessione della Rete ai più fortunati, si fa per dire, americani. Quasi inevitabile l’epilogo del dis-investimento cominciato qualche giorno fa. La domanda è se politicamente integrazioni italo-francesi in un settore che necessita di unire le forze siano possibili, dato il precedente fallimentare. Penso se lo stiano chiedendo i cugini di Iliad, alla porta tra gli investitori, sotto l’occhio vigile dello Stato Panottico, che ha sempre pronto il coltello del golden power dalla parte del manico”.

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