Il graduale disaccoppiamento di Stellantis dall’Italia e le scelte della famiglia Agnelli-Elkann di globalizzare l’ex Fiat e il suo conglomerato nel grande gruppo a trazione franco-americana, sono un fatto noto. E le scelte compiute in quest’ultimo decennio dagli ex patroni dell’auto italiana tramite il gruppo Exor, dal calo della produzione alla vendita di asset strategici per la filiera come Magneti Marelli e Comau, sono ulteriormente difficili da analizzare alla luce dei risultati borsistici e finanziari che Stellantis e l’azienda che l’ha preceduta, Fca, hanno ottenuto nell’ultimo decennio.
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Le regine della Borsa in Italia
Secondo i dati Refinitiv analizzati da eToro, infatti, Stellantis è stata tra le prime cinque aziende per crescita della capitalizzazione di mercato nel decennio 2013-2023 per quanto riguarda i titoli quotati a Piazza Affari. In cima alla classifica c’è SeSa, azienda di Empoli attiva nel settore dei servizi alle imprese, che in dieci anni ha decuplicato il valore di mercato, diventando una cosiddetta tenbagger simile alle più esplosive aziende americane (a Wall Street Nvidia è cresciuta del 12.265%, Tesla del 2.378% e la farmaceutica Eli Lilly del 1.043%, per fare alcuni paragoni).
A seguire, Amplifon segna +780%; il gruppo Stellantis è terzo: +740%. Precede il colosso dei microchip StMicroelectronics (+620%) e il produttore di pompe ad altissima pressione Interpump (+540%) nel gruppo delle quattro fivebaggers italiane, ovvero aziende che in un decennio hanno almeno quintuplicato il loro valore tra le 138 quotate analizzate da eToro. Notiamo come tra queste aziende, eccezion fatta per StMicroelectronics, non ci siano gruppi della taglia e del peso paragonabile a quello della casa automobilistica nata dalla fusione tra Fca e il gruppo Psa nel 2021. Ma anche che i gruppi emersi o esplosi in questo periodo abbiano fatto del mercato italiano e dei loro investimenti in loco un faro della crescita dimensionale in termini tanto operativi quanto finanziari.
L’ambivalente rapporto tra Stellantis e l’Italia
Stellantis, il cui valore borsistico è da attualizzare al netto di una frenata del 30% da inizio anno a oggi, ha ottenuto fiducia e capitali dal mercato italiano. Il gruppo, che opera con risultati positivi nonostante un ridimensionamento in questa fase più recente, sta dando priorità a contesti produttivi differenti rispetto a quello italiano. Si pensi ad esempio al risultato brillante degli stabilimenti Stellantis in Spagna, mentre invece in questo 2024, ha notato Quattroruote, “tra gennaio e giugno, sono usciti dai cancelli dei vari siti 303.510 veicoli, il 25,2% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, soprattutto a causa dell’andamento delle vetture: -35,9%, per 186.510 unità”.
Insomma, neanche la corsa del titolo a Piazza Affari, legata all’appetibilità di un gruppo che sarebbe errato non definire in salute, ha contribuito a quel radicamento nazionale che a Stellantis si è dimostrato più volte necessario per difendere alte marginalità, componentistica e prodotti. Le altre aziende della top 5 dell’ultimo decennio borsistico hanno messo il Belpaese al centro delle proprie strategie. Essere in questo club ristretto come massima azienda per dimensione dovrebbe spingere Exor, primo azionista in termini relativi del gruppo a testa principalmente francese, a ricordare la natura fondamentale dell’Italia per il proprio business auto. E a non pensare al Paese d’origine della Real Casa torinese degli Agnelli-Elkann solo come a una potenziale zavorra il cui peso è da alleviare gradualmente.