Un nuovo metodo per riciclare il Teflon: da plastica “eterna” a risorsa

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Il politetrafluoroetilene, più noto come Teflon, è uno dei materiali più resistenti esistenti: sopporta temperature elevate, non reagisce con quasi nessuna sostanza chimica ed è estremamente stabile. È proprio questa “indistruttibilità” a renderlo fondamentale per pentole antiaderenti, dispositivi elettronici, apparecchiature di laboratorio, lubrificanti e numerosi materiali tecnici. Tuttavia, la sua stessa stabilità lo rende un problema ambientale enorme una volta diventato rifiuto. Il PTFE non può essere riciclato con i comuni processi termici: quando viene bruciato o incenerito, libera PFAS — le cosiddette “sostanze chimiche per sempre” — che persistono nell’ambiente per decenni, contaminando acqua e suolo.

Le tonnellate di Teflon prodotte ogni anno finiscono quasi sempre in discarica, perché i metodi di smaltimento convenzionali non sono in grado di romperne in modo sicuro i legami carbonio-fluoro, motivo per cui riciclare il Teflon è sempre stato considerato praticamente impossibile, e la maggior parte degli approcci disponibili comportano alte temperature, solventi tossici e costi molto elevati.

Da anni i ricercatori cercano una soluzione che consenta di spezzare questi legami senza generare inquinanti persistenti: il fluoro contenuto nel PTFE è prezioso — si trova in un terzo dei nuovi farmaci e in molti materiali avanzati — ma ottenerlo attraverso i processi estrattivi tradizionali richiede enormi quantità di energia. Per questo la scoperta delle università di Birmingham e Newcastle rappresenta un passaggio potenzialmente rivoluzionario: non solo permette di eliminare in modo sicuro un rifiuto problematico, ma consente anche di recuperare e riutilizzare un elemento indispensabile dell’industria chimica moderna.

Il metodo meccanochimico

I ricercatori britannici hanno sviluppato un processo che utilizza la meccanochimica, un approccio che innesca reazioni chimiche attraverso energia meccanica invece che mediante alte temperature. Nella pratica, il PTFE di scarto viene inserito in un mulino a sfere — un contenitore d’acciaio sigillato — insieme a frammenti di metallo sodio economicamente accessibili. Il mulino viene agitato ad alta velocità: questo movimento fornisce l’energia necessaria affinché il sodio reagisca con il Teflon a temperatura ambiente, senza alcun solvente tossico. Proprio questa combinazione permette di superare l’ostacolo principale: rompere i fortissimi legami carbonio-fluoro che rendono il PTFE praticamente indistruttibile.

Il risultato del processo è una polvere nera composta da due prodotti ben distinti: carbonio innocuo e fluoruro di sodio, un sale ampiamente utilizzato nei dentifrici al fluoro e nell’acqua potabile. Il rendimento dell’operazione è del 98%, una percentuale altissima per un processo di defluorizzazione condotto a temperatura ambiente. Inoltre, questa tecnica non genera PFAS né altri sottoprodotti pericolosi, al contrario degli approcci termici convenzionali. Si tratta di una differenza fonamentale: qui il fluoro viene recuperato in forma stabile, e non si frammenta in molecole tossiche.

Questa reazione rappresenta un esempio di come la meccanochimica — settore emergente della chimica verde — possa sostituire processi energivori e ad alto impatto ambientale. Il team di Birmingham ha confermato la purezza del fluoruro di sodio attraverso spettroscopia NMR a stato solido, un metodo analitico avanzato che ha permesso di osservare la trasformazione del PTFE a livello atomico.

Dallo scarto al riutilizzo immediato

Uno degli aspetti più innovativi evidenziati è che il fluoruro di sodio ottenuto dal processo può essere riutilizzato direttamente, senza necessità di purificazione. I ricercatori hanno dimostrato che questo materiale può essere impiegato nella sintesi di diversi composti organofluorurati, utilizzati in settori come l’industria farmaceutica, la diagnostica e la chimica fine. Questo passaggio è determinante: molte tecniche di riciclo producono materiali che richiedono ulteriori lavorazioni costose e inquinanti per essere impiegati di nuovo, mentre qui il recupero è immediato e funzionale.

Ricavare fluoro dai rifiuti PTFE ridurrebbe sensibilmente l’impatto ambientale dei processi tradizionali basati sull’estrazione mineraria. I ricercatori aggiungono che il metodo utilizza materiali economici e accessibili e potrebbe diventare una base per riciclare anche altri rifiuti fluorurati. In questo senso, la scoperta rappresenta uno dei primi veri modelli di economia circolare applicati al fluoro, trasformando un rifiuto problematico in un input per nuove reazioni chimiche.

Dalla ricerca al futuro industriale

Secondo il team, il metodo apre la strada a un nuovo modo di concepire il riciclo delle plastiche fluorurate: non più un processo di smaltimento, ma uno di recupero di valore. Tonnellate di Teflon vengono infatti prodotte ogni anno in settori industriali diversi, ma non esistono metodi sostenibili per gestirne il fine vita. Se applicata su scala più ampia, questa tecnica potrebbe ridurre in modo impattante la quantità di PTFE che finisce in discarica, al tempo stesso diminuendo la dipendenza da processi estrattivi inquinanti per ottenere fluoro.

Gli scienziati aggiungono che la meccanochimica è destinata a giocare un ruolo da protagonista nell’innovazione sostenibile, proprio perché permette di sostituire procedure ad alta temperatura, costose e rischiose con reazioni alimentate da semplice energia meccanica. L’impiego combinato di spettroscopia avanzata, approccio meccanochimico e materiali poco costosi fornisce inoltre un modello potenzialmente replicabile. Questa ricerca può quindi rappresentare un passo importante verso una chimica del fluoro più responsabile e capace di integrare logiche di economia circolare, riducendo la produzione di PFAS e il volume complessivo dei rifiuti fluorurati.