Per anni i rottami di alluminio sono stati considerati un semplice sottoprodotto industriale, materia prima di seconda fascia in un mercato dominato dalla produzione primaria; oggi, invece, si trovano al centro della guerra globale per i minerali critici. La svolta arriva dall’Unione Europea, che ha individuato negli scarti una risorsa strategica per raggiungere gli obiettivi di autonomia industriale e di riduzione delle emissioni. Secondo il Commissario per il Commercio e la sicurezza economica Maroš Sefčovič, oltre un milione di tonnellate di rottami lasciano ogni anno il blocco sotto forma di esportazioni, erodendo un patrimonio industriale che servirebbe alla transizione verde europea.
Bruxelles sta quindi preparando una “misura equilibrata” per trattenere i materiali più preziosi nel mercato interno, un passo reso necessario dalla crescente dipendenza del settore europeo dell’alluminio dal riciclo. La produzione primaria del continente, infatti, è scesa di un quarto dal 2011, schiacciata dai costi energetici e l’alluminio riciclato – che richiede solo il 5% dell’energia necessaria a produrre metallo vergine – è diventato una colonna portante della decarbonizzazione. L’Ue punta a coprire con il riciclo il 25% del fabbisogno di minerali critici entro il 2030, e proprio l’alluminio è già uno dei settori più maturi per raggiungere questo risultato.
Ma il flusso in aumento di rottami in uscita minaccia questa strategia: l’associazione European Aluminium avverte che il 15% della capacità dei forni di riciclo europei è già fermo per mancanza di materiale, un segnale che l’equilibrio tra domanda e offerta si sta rapidamente deteriorando.
Tariffe, distorsioni e capacità a rischio
Il nervo scoperto della contesa è soprattutto commerciale: secondo l’industria europea, la responsabilità della fuga di rottami verso gli Stati Uniti è legata alle tariffe americane sulle importazioni di metallo primario e prodotti semifiniti. I rottami, invece, sono esclusi dai dazi e questo ha creato un differenziale di prezzo che rende il mercato statunitense più attraente per i riciclatori europei.
I dati disponibili mostrano che le spedizioni dall’Ue verso gli Usa sono cresciute – in particolare da Germania e Spagna – seppur partendo da livelli bassi. I principali fornitori restano Messico e Canada, ma la tendenza è chiara: più rottami europei stanno attraversando l’Atlantico. Anche negli Stati Uniti, però, cresce la preoccupazione: l’Aluminum Association teme di perdere rottami di alto valore verso la Cina e chiede nuove forme di controllo sulle esportazioni. Questo clima di tensione evidenzia come la competizione non riguardi più soltanto gli input primari, ma anche il materiale riciclato che sostiene le filiere domestiche.
Nel frattempo, la capacità europea di riciclo si indebolisce: i forni fermi, la scarsità di materia prima e il calo della produzione primaria spingono l’industria in un equilibrio sempre più fragile.
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Tipologie di rottami e nuove tensioni geopolitiche
Dietro la definizione generica di “rottami di alluminio” si nasconde un mondo eterogeneo: non tutti i materiali hanno lo stesso valore industriale e le dinamiche di commercio internazionale variano a seconda del grado di purezza. Quelli di basso livello, come “Zorba” o “Twitch” – provenienti in gran parte da automobili fuori uso – sono difficili e costosi da trattare. Per questo, sia Stati Uniti che Unione Europea li hanno esportati per anni verso paesi come Cina, India, Malesia e Thailandia, dove il costo della lavorazione è inferiore.
La Cina ha limitato nel 2020 l’ingresso di rottami di bassa qualità, ma questo ha generato un flusso indiretto: molti materiali vengono prima trattati nel Sud-Est asiatico e poi spediti ai riciclatori cinesi.
Diverso è il caso dei rottami di alta purezza, come le lattine per bevande: gli Usa ne importano grandi quantità, ma allo stesso tempo ne esportano altrettante: nel 2024 hanno registrato un deficit commerciale di un milione di tonnellate di rottami, con India, Thailandia e Malesia tra le principali destinazioni. È questo materiale di qualità elevata a essere al centro delle richieste di restrizioni e nuovi controlli da parte dell’industria occidentale.
La Cina punta al dominio del riciclo
Dietro l’attuale escalation commerciale c’è soprattutto la proiezione industriale della Cina, già leader globale nella produzione primaria di alluminio e ora sempre più determinata a dominare anche il mercato secondario: Pechino ha incrementato rapidamente le importazioni di rottami riciclabili e punta a portare la capacità annuale di riciclo a 15 milioni di tonnellate entro il 2027, una crescita che potrebbe assorbire una quota enorme del materiale disponibile sui mercati occidentali.
Dal canto suo, l’Ue prepara misure per trattenere almeno parte dei rottami nel mercato interno, l’industria statunitense chiede restrizioni ad hoc, mentre la Cina amplia la sua capacità in modo aggressivo. Nel mezzo, un dato emblematico: gli Usa hanno riciclato solo il 43% delle lattine in alluminio nel 2023, contro una media globale del 75%. Una quota importante di materiale ad alta qualità viene letteralmente sprecata, aggravando la dipendenza da importazioni.
Se la disponibilità di rottami diventa una questione strategica, è anche perché gran parte della soluzione si trova all’interno dei confini nazionali: incrementare il riciclo domestico, migliorare la raccolta e trattenere i rottami più preziosi potrebbe determinare il vantaggio competitivo del prossimo decennio, perché la guerra dei minerali critici, oggi, passa anche dai cassonetti.
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