Stabilità, risiko e crescita: dopo gli utili-record, ecco le sfide per le banche italiane

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Le banche italiane continuano a macinare profitti. E dopo un 2025 brillante, ora la sfida sarà capire come le risorse ottenute in questi anni saranno messe a frutto. La pubblicazione dei bilanci del terzo trimestre ha confermato l’esito degli anni scorsi per quanto concerne il settore del credito e dell’intermediazione. Le prime sette banche italiane hanno conseguito oltre 21,5 miliardi di euro di utili cumulati. In testa le big sistemiche: con 8,7 miliardi di euro Unicredit da gennaio a settembre sopravanza Intesa Sanpaolo, poco sotto 7,6. Volano anche Banco Bpm (1,45 miliardi), Mps (quasi 1,4) e Bper (1,3 miliardi), una classe media ambiziosa dentro cui si celano con ogni probabilità i candidati al futuro “terzo polo”. Seguono Banca Popolare di Sondrio, neo-acquisita da Bper con regia di Unipol, e Credem, con 512 e 506 milioni di euro.

I numeri record delle “sette sorelle”

Il totale supera i 21,5 miliardi di euro di utili da parte delle “sette sorelle” nonostante il calo dei tassi abbia intaccato la quota di profitti da parte del margine d’interesse, ovvero la differenza tra il costo del denaro prestato e la remunerazione dei depositi da parte degli istituti che negli scorsi esercizi aveva trainato i bilanci degli istituti. Un report Fim-Cisl indica nell’aumento del 7% dell’attività assicurativa e di commissione la chiave dei nuovi profitti bancari. In definitiva, in Italia nelle banche queste due sfere pesano per poco meno del 39% contro una media europea del 27%.

Commenta Euroborsa che a non spingere è, invece, il ciclo del credito: “Gli impieghi restano quasi fermi (+0,7%) e il costo del rischio, pari a 21 punti base, si mantiene estremamente contenuto. Gli indicatori di solidità mostrano un sistema bancario ben patrimonializzato, con un Cet1 al 14,3%, nonostante i dividendi generosi e le operazioni di buyback”.

Come cambieranno i profitti delle banche

Le banche, che si preparano ad affrontare le tasse in manovra, chiuderanno il 2025 con un trend consolidato: valorizzazione del risparmio, relazione diretta con i clienti come fonte di reddito tramite le risorse depositate, tenuta solida di bilancio e riserve di capitale e fondi a disposizione per compiere operazioni strategiche. Si aprirà però dal 2026 una fase critica di stabilizzazione in cui il futuro dell’attività bancaria andrà pesato in relazione alle nuove sfide del sistema.

In primo luogo, è bene capire se si manterrà lo spostamento del profitto dal margine d’interesse alle commissioni e alla restante attività d’intermediazione qualora la Banca centrale europea spingesse nuovamente al ribasso il costo del denaro. Le banche hanno poi abituato gli azionisti a profitti senza precedenti dal 2022 al 2024 e sarà loro compito, dopo il 2025, guardare con attenzione alla tenuta del capitale e alla sostenibilità del rapporto con i possessori di quote qualora la fase di boom degli utili rientrasse come è prevedibile.

Il risiko delle banche e gli scenari futuri

In secondo luogo, bisogna comprendere quante risorse drenerà ancora il risiko bancario e che aggregazioni e alleanze si creeranno. La conquista di Bps da parte di Bper e la scalata di Mps a Mediobanca, sommate allo stop imposto dal governo a Unicredit-Bpm, hanno esaurito il turbinoso 2025 di acquisizioni e fusioni? Difficile dirlo, anche perché l’ipotesi del terzo polo con alleanza Bpm-Mps benedetta dal governo non è da escludere, così come delle mosse da parte di un altro attore strategico, Credit Agricole Italia.

Capire quanto degli utili e delle riserve sarà speso per organizzare offensive o linee di resistenza sarà cruciale per cogliere i trend delle attività bancaria del 2026. E in sottofondo bollono anche sinergie sul fronte bancario-assicurativo: la convergenza Intesa-Generali sul risparmio gestito e quella Unicredit-Unipol sulla vendita di prodotti ad hoc.

Credito e imprese

Last but not least, c’è il grande tema dell’impegno delle banche per la crescita. Il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha chiesto alle banche di fare più credito alle imprese per sostenerne la produttività, in un contesto di ridotte disponibilità pubbliche e di una politica industriale altalenante. Sapranno e vorranno le banche sviluppare, con l’imminente fine del Pnrr che si prepara e le incertezze sullo sviluppo italiano dettate da dazi, possibili danni all’export e stagnazione strutturale, una linea di contingenza? Da queste domande dipende una fetta di crescita del Paese e dei profitti delle stesse banche. I cui trend strategici accompagneranno quelli dell’intero sistema-Paese, di cui sono oggi una delle componenti più sane e strutturate.

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