C’è un punto che in Europa si continua a sottovalutare: la competizione per le materie prime critiche non è una questione tecnica, ma una questione di potenza. Dietro litio, rame, nichel, cobalto, grafite e terre rare non c’è soltanto la transizione energetica. C’è il controllo delle filiere industriali, della difesa, dell’aerospazio, del digitale, dell’automazione. E c’è soprattutto il rischio che il continente europeo, e con esso l’Italia, entri nella nuova economia della sicurezza da attore dipendente, non da soggetto sovrano. Secondo l’analisi di Mediobanca, l’Europa ha visto crollare del 56 per cento i propri volumi estratti tra il 1984 e il 2023, mentre Asia, Oceania, America Latina e Africa hanno ampliato il loro peso. Nel 2023 il continente vale appena il 5,4 per cento della produzione mineraria mondiale, contro il 25,1 per cento del 1984. È una ritirata industriale prima ancora che geologica.
Domanda in ascesa, offerta concentrata
Il quadro globale è ancora più severo se si osserva la traiettoria della domanda. Le sei principali materie prime critiche considerate nell’analisi potrebbero arrivare al 2030, nello scenario della neutralità climatica, a un mercato di circa 1.100 miliardi di dollari, contro i 350 miliardi del 2023. Il litio è l’elemento più sotto pressione: il suo valore di mercato potrebbe crescere dell’870 per cento rispetto al 2023. Ma il vero problema non è solo quanto queste materie costeranno: è chi le controlla. Già oggi, per 22 materie prime critiche su 24, i primi tre Paesi produttori detengono oltre il 70 per cento dell’offerta mondiale. La Cina compare 16 volte tra i primi tre produttori e occupa da sola la prima posizione in 11 casi su 24. In altre parole, il mercato mondiale è formalmente aperto, ma sostanzialmente oligopolistico.
Il vantaggio cinese non è solo minerario, è industriale
Qui emerge il vero nodo strategico. La Cina non domina soltanto perché estrae molto. Domina perché raffina, trasforma, controlla e compra. Ha quote di raffinazione impressionanti: quasi l’88 per cento nelle terre rare, il 77 per cento nel cobalto, oltre il 69 per cento nel litio. E soprattutto ha acquisito nel tempo partecipazioni nelle società minerarie estere, costruendo un controllo societario che va ben oltre i propri giacimenti nazionali. Mediobanca segnala che Pechino controlla il 73 per cento delle attività estrattive delle terre rare e il 28 per cento di quelle del cobalto. L’Unione Europea, al contrario, appare marginale: da zero nelle terre rare a un massimo del 18 per cento nel nichel, dato che si riduce drasticamente se si depurano asset formalmente europei ma di fatto legati a interessi russi. Qui sta la differenza tra una potenza che pensa in termini geoeconomici e un’Europa che continua a ragionare come se il mercato bastasse a correggere da solo le asimmetrie di potere.
L’Europa lenta, l’Italia esposta
Bruxelles ha fissato obiettivi al 2030: non dipendere per oltre il 65 per cento da un unico Paese terzo, portare l’estrazione interna al 10 per cento, la trasformazione al 40 per cento e il riciclo al 25 per cento. Ma si tratta di obiettivi non vincolanti, aggregati e indeboliti da una governance frammentata. La stessa Corte dei conti europea, citata nello studio, osserva che i finanziamenti esistono ma sono dispersi, non monitorati e non valutati nei loro effetti reali. In sostanza, l’Europa si muove, ma troppo lentamente per una crisi che corre veloce. E mentre procede con prudenza amministrativa, gli Stati Uniti usano politica industriale, incentivi e partenariati strategici; la Cina usa il controllo delle catene del valore; l’Africa si prepara a diventare il nuovo terreno decisivo della lavorazione competitiva dei metalli.
L’impatto sulle imprese italiane
Per l’Italia il problema non è astratto. Nel 2024 le importazioni di materie prime critiche e strategiche attribuibili con precisione ai settori produttivi hanno raggiunto 18,7 miliardi di euro; di questi, 11,3 miliardi sono assorbiti da attività estrattive e manifatturiere. Questi input alimentano 17 filiere e 43 settori manifatturieri, con un fatturato complessivo di 489 miliardi di euro e un valore aggiunto di 134 miliardi. Significa che la dipendenza da queste materie attraversa il 58 per cento del fatturato e il 61 per cento del valore aggiunto del comparto manifatturiero ed estrattivo. Ogni euro importato attiva in media 43 euro di fatturato. Questo dato è decisivo: le materie prime critiche pesano relativamente poco come costo, ma moltissimo come essenzialità. Se mancano, si bloccano produzioni ad alta e medio alta tecnologia, cioè la parte migliore della manifattura italiana.
Il problema delle dimensioni
C’è poi un’altra debolezza tipicamente italiana: la struttura delle imprese. Le aziende coinvolte sono oltre 77 mila, ma quelle con fatturato superiore ai 50 milioni sono appena 2.162, il 2,8 per cento del totale. Vuol dire che la massa del sistema è composta da soggetti troppo piccoli per negoziare da posizioni di forza su mercati già dominati da pochi grandi attori globali. Il rischio non è soltanto pagare di più, ma subire ritardi, subordinazioni contrattuali, selezioni arbitrarie dell’offerta. La fragilità dimensionale italiana, in un mercato delle materie prime divenuto strumento di pressione geopolitica, si trasforma in vulnerabilità strategica.
La vera posta in gioco
Il punto finale è semplice. Le materie prime critiche non sono una voce merceologica: sono la base materiale dell’autonomia industriale. Per l’Italia la questione non riguarda soltanto la transizione verde, ma la tenuta stessa del proprio apparato produttivo avanzato. Senza una strategia nazionale collegata a quella europea, senza accordi stabili, senza investimenti nella trasformazione, senza riciclo industriale su scala e senza coordinamento tra grandi e piccole imprese, la manifattura italiana resterà esposta a una doppia pressione: quella dei prezzi e quella, ben più grave, del controllo politico delle forniture. E in un mondo che torna a premiare la forza, dipendere dagli altri per le materie prime significa dipendere dagli altri per il proprio futuro.
Fonte: Area Studi Mediobanca, Materie prime critiche e impatto sulle imprese italiane, marzo 2026. Documento chiuso con le informazioni disponibili al 28 febbraio 2026.
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