La Grecia continua a interrare l’80% dei rifiuti mentre il riciclo resta fermo

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Negli ultimi dieci anni la Grecia ha investito miliardi di euro per rinnovare la gestione dei rifiuti e adeguarsi agli standard europei. Le autorità hanno finanziato la costruzione di impianti di riciclaggio, campagne di sensibilizzazione e programmi di raccolta differenziata in tutte le regioni. Oggi, nelle principali città greche, i cittadini possono trovare cassonetti di vari colori per ogni tipo di materiale: plastica, carta, alluminio, organico, indumenti e perfino batterie o piccoli elettrodomestici. Ma nonostante questi sforzi e l’apparente modernizzazione del sistema, i risultati restano deludenti.

Secondo i dati forniti dall’Associazione delle industrie e delle imprese di riciclaggio e recupero energetico (Sepan), circa il 79% dei rifiuti prodotti nel Paese continua a essere interrato, mentre solo il 17% viene effettivamente riciclato. Si tratta di una delle percentuali più basse in tutta l’Unione Europea, ben lontana dagli obiettivi fissati da Bruxelles.

La presidente di Sepan, Lena Belsi, ha spiegato a Euronews che la radice del problema è duplice: economica e culturale. Da un lato – spiega Belsi – mancano disincentivi efficaci. “Interrare i rifiuti è ancora la soluzione più semplice e meno costosa”, afferma. In Grecia, la tassa sullo smaltimento in discarica è di circa 35 euro per tonnellata, contro i 100 euro o più applicati in altri Paesi europei.

Laddove le tariffe sono alte, le imprese sono spinte a riciclare di più; in Grecia, invece, il basso costo continua a rendere conveniente la discarica. Dall’altro lato, pesa la percezione che la gestione dei rifiuti sia responsabilità di altri: Belsi sottolinea che tra i cittadini è diffusa l’idea che il problema dei rifiuti si esaurisca nel momento in cui vengono gettati. Precisa, invece, che l’interramento provoca effetti ambientali seri e innesca un ciclo insostenibile, con ricadute inevitabili sulla qualità della vita.

Atene e l’Attica: il cuore della crisi

Il punto più critico di questa emergenza si trova nella regione dell’Attica, dove vive quasi la metà della popolazione greca. Atene, nonostante gli investimenti e le promesse di una “transizione verde”, resta fortemente dipendente dalle discariche. La situazione è simbolizzata dal caso della discarica di Fili, attiva da oltre vent’anni e ormai al limite della capacità: questo impianto riceve circa il 90% dei rifiuti urbani prodotti nella capitale, un dato che da solo basta a spiegare l’enorme squilibrio del sistema.

Secondo quanto riferito da Euronews e confermato dai dati di Sepan, la discarica è ormai considerata inaccettabile dal punto di vista ambientale e sociale: il sito emette gas nocivi, attira rifiuti da tutta l’area metropolitana e provoca tensioni con le comunità locali. I progetti di realizzare impianti alternativi — come centri di selezione, compostaggio o recupero energetico — procedono a rilento, ostacolati da iter burocratici complessi, opposizioni territoriali e carenze di pianificazione.

Attualmente, il tasso di riciclo nell’area di Atene non supera il 15%, un valore tra i più bassi del continente. Belsi avverte che, senza affrontare e risolvere la situazione dell’Attica, i miglioramenti registrati nelle altre regioni rimarranno di portata limitata.

Le isole virtuose mostrano che un altro modello è possibile

Nonostante il quadro generale resti critico, alcune isole greche dimostrano che la gestione sostenibile dei rifiuti è possibile. L’esempio più noto è quello di Tilos, nel Dodecaneso, dove il progetto “Just Go Zero” ha trasformato l’isola in un laboratorio di economia circolare. Grazie alla raccolta differenziata porta a porta, al riuso dei materiali e al compostaggio dei rifiuti organici, Tilos è riuscita a ridurre quasi a zero il conferimento in discarica, raggiungendo un tasso di riciclo superiore all’85%.

Secondo Euronews, esperimenti simili stanno prendendo forma anche ad Antiparos, Alonissos, Paros e Naxos, ma restano per ora iniziative locali, spesso limitate a programmi pilota. Il successo di Tilos resta quindi un’eccezione, in quanto la mancanza di infrastrutture adeguate e di un sistema di incentivi su scala nazionale impedisce di replicare su larga scala ciò che funziona nei contesti più virtuosi.

Gli esperti sottolineano che la Grecia dispone delle competenze tecniche e delle risorse finanziarie per farlo, ma serve una governance più coordinata. Finora, i progetti locali hanno avuto scarso impatto complessivo, segno che il problema non è la mancanza di idee, ma la difficoltà di trasformarle in politiche strutturali.

L’appello del settore e la sfida europea

Per invertire la rotta, l’associazione Sepan chiede al governo greco di snellire le procedure di autorizzazione per i nuovi impianti, rafforzare i controlli sulle aziende e introdurre sanzioni più severe per chi non rispetta le norme di raccolta differenziata. L’obiettivo dell’Unione Europea è ambizioso: riciclare almeno il 70% dei rifiuti entro il 2030. Con i tassi attuali, la Grecia rischia non solo di restare indietro, ma anche di incorrere in sanzioni comunitarie.

Il Paese paga ancora le conseguenze di decenni di gestione incentrata sull’interramento, una pratica che ha rallentato lo sviluppo di un’economia circolare. Secondo Sepan, la sfida non è soltanto tecnologica, ma soprattutto culturale: serve cambiare la percezione dei cittadini e rendere il riciclo parte integrante della vita quotidiana.

La trasformazione passa dunque da un doppio fronte: da un lato politiche pubbliche più efficaci, capaci di rendere il riciclo economicamente vantaggioso. Dall’altro, una sensibilità sociale nuova, che permetta al Paese di allinearsi ai modelli più virtuosi d’Europa. Solo così la Grecia potrà superare la dipendenza dalle discariche e trasformare la sua crisi dei rifiuti in un’occasione di rilancio ambientale.