Da quando a livello globale migliaia di persone hanno preso consapevolezza della drammatica situazione a Gaza, dove la popolazione palestinese rimane tuttora gravemente isolata, senza rifornimenti di cibo, medicine e beni di prima necessità e sotto costante attacco dell’esercito israeliano, in mancanza di una risposta internazionale univoca e chiara, moltissime sono state le iniziative di privati cittadini per boicottare, consapevolmente, beni e servizi prodotti dallo Stato ebraico. Una decisione non solo politica, ma anche con l’obiettivo di non finanziare, direttamente e indirettamente, l’industria bellica di Israele così come le sue aziende, spesso coinvolte nel genocidio perpetrato a Gaza sotto gli occhi di tutti.
Contro ogni previsione, dopo tanti mesi, questi boicottaggi pur non istituzionalizzati hanno iniziato a produrre i primi effetti e così, tra la fine del 2025 e le prime settimane del 2026, il settore agricolo israeliano è entrato in crisi. A causa dei boicottaggi gli agricoltori israeliani hanno infatti iniziato a fare sempre più fatica a esportare i propri prodotti sui mercati stranieri, con perdite economiche enormi, tanto che diversi media internazionali, tra cui Middle East Monitor, parlano di un settore al “collasso”.
Dal 700 a 1200 tonnellate di frutta senza acquirenti
I boicottaggi hanno frenato drasticamente l’export di frutta e verdura israeliana verso l’Europa, ma anche verso l’Asia, creando una crisi senza precedenti, che si sta già ripercuotendo sull’economia di tutto il Paese. Secondo diversi osservatori da 700 fino a 1200 di tonnellate di frutta sono state sprecate e lasciate marcire sugli alberi, in mancanza di mercati di sbocco, tra cui soprattutto le colture di mango, di agrumi e le celebri “arance di Giaffa”. Agrume un tempo simbolo dell’export israeliano nel mondo – sebbene originariamente coltivato dai contadini palestinesi della città portuale di Giaffa, che subì pulizia etnica durante la Nakba del 1948 – oggi le arance di Giaffa non sono più ben volute fuori da Israele.
“Prima della guerra esportavamo in Scandinavia, ma dopo la guerra non abbiamo esportato più nemmeno un container”, ha commentato recentemente ad alcuni media israeliani Daniel Klusky, segretario generale dell’Organizzazione Israeliana dei coltivatori di Agrumi. “In Europa non vogliono i nostri manghi” ha dichiarato invece Moti Almoz, un agricoltore in pensione. Diversi agricoltori hanno attribuito la colpa al blocco imposto dagli Houthi in Yemen, nel Mar Rosso, anche se la maggior parte riconosce che la vera causa è la risposta internazionale al genocidio a Gaza.

Un altro fatto curioso della vicenda riguarda poi i rapporti con la Russia: non potendo più esportare verso Europa e Asia come prima, proprio la Federazione Russa è diventata per alcuni agricoltori l’unico mercato di sbocco, originando anche un bizzarro appellativo: “l’alleanza dei boicottati”.
Tuttavia, le reazioni politiche internazionali nei confronti dei due Paesi sono, in realtà, totalmente differenti, dato che, se per la Russia l’Unione europea ha varato, dal 2022, 20 pacchetti di sanzioni, la critica -e di conseguenza la risposta politica e diplomatica- verso Israele è stata molto più mite e tardiva, il che ha aumentato il malcontento proprio tra i cittadini europei, che hanno deciso di agire individualmente coi boicottaggi causando perdite di migliaia di shekel.
Gli effetti sull’economia israeliana
La crisi israeliana non si limita però solamente al settore agricolo, dato che le ripercussioni sull’economia sono visibili anche nel settore della tecnologia e degli investimenti, che stanno subendo una contrazione, anche a causa dell’aumento dello scetticismo da parte di diversi investitori stranieri, come hanno evidenziato diversi osservatori internazionali. L’emittente pubblica israeliana Kan 11 ha anche raccontato, attraverso alcuni servizi, come il crescente malcontento degli agricoltori e degli imprenditori israeliani stia generando proteste contro il governo, che teme un crollo dell’intero settore agricolo.
Certo, in ogni caso si è ben lontani da un cambiamento definitivo, dato che, pur subendo perdite significative, l’economia israeliana è tutt’altro che fallita e il massacro della popolazione palestinese non si è mai realmente fermato. E del resto, moltissime aziende europee e italiane collaborano ancora con lo Stato ebraico. Eppure, gli effetti sull’export dell’agricoltura israeliana sono un primo (seppur timido) vero segnale, non solo per i governi, ma anche per i cittadini: una risposta collettiva dal basso fa molto più rumore dell’indifferenza di mille enti, organizzazioni e istituzioni.

