Australia: così i funghi trasformano i vecchi materassi in materiale isolante per l’edilizia

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I materassi sono tra i prodotti domestici più difficili da gestire a fine vita: voluminosi, composti da strati diversi e spesso incollati tra loro, richiedono processi di smontaggio complessi e costosi. Se le molle in acciaio possono essere recuperate senza particolari difficoltà, la schiuma di poliuretano rappresenta il problema vero e proprio: è leggera, ingombrante e poco conveniente da riciclare. Per questo motivo, una quota consistente dei prodotti dismessi finisce ancora in discarica.

Negli Stati Uniti si stima che oltre 50.000 materassi vengano scartati ogni giorno, per un totale annuo che supera i 18 milioni; in Australia se ne eliminano circa 1,8 milioni ogni anno, e centinaia di migliaia terminano direttamente nei siti di smaltimento. Inolre, ogni materasso può impiegare fino a 120 anni per degradarsi completamente, contribuendo a un accumulo costante di rifiuti voluminosi. Partendo da questo scenario, un gruppo di ricercatori della Swinburne University of Technology ha cercato un’alternativa che permettesse di intercettare la schiuma prima che diventi un problema ambientale permanente.

Il micelio come legante naturale

Il team guidato dal dottor Peter Nguyen ha sviluppato un metodo che combina la schiuma triturata dei materassi con il micelio, la rete filamentosa dei funghi. Il processo inizia con la frantumazione del poliuretano per aumentarne la superficie e renderlo più adatto alla colonizzazione biologica. Successivamente, il materiale viene inoculato con spore di Penicillium chrysogenum, un fungo comune noto anche per il suo ruolo nella produzione della penicillina. Durante la crescita, il micelio si sviluppa attraverso i frammenti di schiuma creando una rete che agisce come collante naturale.

I filamenti fungini legano le particelle tra loro e, nel processo, favoriscono la formazione di composti minerali che contribuiscono a stabilizzare la struttura: il risultato è un bio-composito leggero ma compatto. La schiuma non viene semplicemente riutilizzata, ma diventa parte integrante di un nuovo materiale con proprietà differenti rispetto al poliuretano originale. Proprio l’utilizzo di un organismo biologico per consolidare un rifiuto sintetico rappresenta l’aspetto più innovativo della ricerca.

Prestazioni termiche e resistenza al calore

Uno degli aspetti centrali dello studio riguarda le prestazioni del materiale ottenuto: i test condotti dal team mostrano che il bio-composito offre capacità di isolamento termico paragonabili a quelle di diversi prodotti già impiegati nell’edilizia residenziale e commerciale. Questo significa che il nuovo materiale può limitare la dispersione del calore in modo efficace, contribuendo all’efficienza energetica degli edifici.

Un dato particolarmente interessante riguarda la resistenza alle alte temperature: il composto mantiene stabilità strutturale fino a circa 1.000 °C, valore che lo rende potenzialmente interessante anche per applicazioni in cui è richiesta una certa protezione dal fuoco. Pur non sostituendo necessariamente tutti i materiali ignifughi esistenti, il bio-composito dimostra una tenuta termica superiore a quella che si potrebbe associare a un materiale derivato da rifiuti di poliuretano. I ricercatori sottolineano inoltre che il processo utilizza funghi appartenenti a specie già impiegate in ambito alimentare e farmaceutico, oltre a sostanze chimiche comuni e facilmente reperibili. Questo potrebbe facilitare eventuali sviluppi industriali, riducendo le barriere legate alla sicurezza e alla disponibilità dei componenti.

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Verso materiali edilizi più circolari

L’interesse del settore edilizio per soluzioni a basso impatto ambientale è in crescita, soprattutto in relazione ai materiali isolanti, che incidono sia sulle prestazioni energetiche degli edifici che sull’impronta ecologica complessiva del comparto: integrare rifiuti difficili da riciclare in nuovi prodotti da costruzione rappresenta quindi un passaggio fondamentale verso modelli più circolari. In quest’ottica, il caso dei materassi risulta emblematico: solo una parte limitata dei materiali viene recuperata, mentre la schiuma continua a rappresentare una criticità. In Australia, ad esempio, circa 740.000 materassi finiscono ogni anno in discarica, generando oltre 22.000 tonnellate di rifiuti. Intervenire su questo flusso significa ridurre sia l’occupazione di suolo che le emissioni associate alla produzione di nuovi materiali isolanti. Il team di Swinburne immagina sviluppi ulteriori: con un perfezionamento del processo, il bio-composito potrebbe essere prodottosotto forma di pannelli prefabbricati resistenti al fuoco o adattato a sistemi di fabbricazione più avanzati, come la stampa 3D di elementi edilizi.

La capacità del micelio di modellarsi in base alla forma del contenitore in cui cresce offre infatti una certa flessibilità progettuale. La ricerca – pubblicata sulla rivista Scientific Reports – rappresenta soltanto una fase iniziale: prima di un’eventuale applicazione su larga scala sarà necessario valutare costi, tempi di produzione, durabilità nel lungo periodo e compatibilità con le normative edilizie. Ma ad ogni modo, lo studio dimostra che l’integrazione tra biologia e scienza dei materiali può aprire nuove strade nella gestione dei rifiuti complessi. Se il processo verrà ottimizzato, i materassi dismessi potrebbero smettere di essere un problema persistente e diventare una risorsa per l’edilizia sostenibile, contribuendo alla riduzione dei rifiuti e alla creazione di materiali isolanti con un impatto ambientale più contenuto.