“A 14 anni avevo grandi sogni per il mio futuro. Mi sarebbe piaciuto diventare dottoressa. Andavo a scuola, lavoravo in un salone di bellezza e mai avrei immaginato di vivere l’inferno che lui aveva creato per me”. La voce di Ashwaq Haji Hamid arriva flebile dalla cornetta del telefono. “Lui ha distrutto la mia vita”, racconta ripensando a quella calda estate in cui tutto ha avuto inizio.

“Era il 3 agosto del 2014, quando i miliziani dell’Isis hanno fatto irruzione nel villaggio di Khana Sor dove vivevo con tutta la mia famiglia. Ci hanno detto che eravamo degli infedeli e dato ventiquattro ore di tempo per convertirci all’islam. Noi abbiamo tentato la fuga, ma siamo stati bloccati poco prima della partenza, quando eravamo già saliti in macchina”. Per Ashwaq è l’inizio di un incubo. Alla fine dell’estate, il sedicente Stato islamico attacca e conquista il nord dell’Iraq, piegando con violenza la regione del Sinjar e sterminando la minoranza etnico-religiosa degli yazidi.

Migliaia di persone riescono a scappare e a rifugiarsi sulle montagne, mentre le bandiere nere danno il via ad una campagna di omicidi di massa, sequestri e conversioni forzate contro gli yazidi. Gli uomini vengono giustiziati, i bambini rapiti e le donne vendute e trattate come schiave. Tra loro ci sono anche la giovane Ashwaq e le sue sorelle. “Dopo aver bloccato la nostra fuga, ci hanno portati in Siria dove hanno separato gli uomini dalle donne – spiega la ragazza, oggi 21enne, in esclusiva a InsideOver -. Eravamo spaventati, non sapevamo cosa ci sarebbe potuto succedere. Dopo nove giorni, mi hanno fatto tornare in Iraq, in un villaggio vicino a Mosul, insieme ad altre ragazze. È lì che sono stata venduta ad alcuni combattenti e poi data in regalo a lui”.

Un missile dello Stato islamico colpisce una casa a Sinjar (LaPresse)
Un missile dello Stato islamico colpisce una casa a Sinjar (LaPresse)

Lui è Abu Humam, nome di battaglia di Mohammed Rashid Sahab. 30 anni, originario di Baghdad, l’uomo è scappato dalla prigione – dove era rinchiuso per l’omicidio di un tassista – con l’aiuto dell’Isis. E da quel momento è diventato un miliziano del sedicente Stato islamico. “Sono stata con Abu Humam per due mesi e mezzo – continua Ashwaq -. Ogni giorno per due o tre volte mi violentava e torturava. La prima volta è stata quando mi ha portato a casa sua nella cittadina di Rambus. Io ero ancora vergine. Avevo paura, ero terrorizzata, ho cercato più volte di respingerlo. Mi sono sentita triste e sola, senza una via d’uscita. Non sono rimasta incinta solo perché con una scusa sono riuscita a farmi portare dal dottore e farmi dare delle pillole anticoncezionali. Le prendevo di nascosto, senza che lui mi vedesse”. Violentata e seviziata, costretta a imparare i principi islamici e usata da lui come scudo “per non essere colpito negli attacchi. I combattenti portavano spesso le ragazze sui mezzi con loro per non venire uccisi”. “Poi un giorno mi ha detto: devi sposarmi – racconta -. Nonostante il mio rifiuto, mi ha portato a Mosul e davanti a un giudice ho dovuto firmare un certificato di matrimonio. Ha giurato che avrebbe fatto del male alla mia famiglia se io non avessi accettato. Non ho avuto altra scelta, ho dovuto sposarlo”.

La fuga

Giorno dopo giorno il desiderio di scappare si fa sempre più forte. “Ho pensato diverse volte alla fuga – ammette Ashwaq -. Un giorno mi sono ferita ad una mano per andare dal dottore e durante la visita gli ho chiesto alcune pillole per dormire meglio. La stessa sera Abu Humam ha invitato alcuni combattenti a casa e così, mentre preparavo la cena per loro, ho messo tutte le pastiglie nel cibo. Era circa mezzanotte quando si sono addormentati e io sono subito scappata. Ho camminato per tutta la notte e solo il pomeriggio seguente sono riuscita da abbracciare i miei genitori”. Così la giovane fa rientro a casa, ma quei mesi di abusi e violenze sono impossibili da dimenticare.

Migranti in fuga dall'Isis (LaPresse)
Migranti in fuga dall’Isis (LaPresse)

La soluzione sembra essere solo una: rifugiarsi in Europa e iniziare una nuova vita. Nel 2015 infatti la Germania apre le porte alla minoranza yazida e Ashwaq, con la madre e un fratello, trova ospitalità nella cittadina di Schwäbisch Gmünd, vicino a Stoccarda. Ma anche lì, la sua vita si trasforma presto in un incubo. “Un giorno, mentre passeggiavo per strada, ho incontrato Abu Humam: lui mi ha chiamata con un soprannome e io l’ho subito riconosciuto, anche se ho fatto finta di non sapere chi fosse. È stato terribile, ho avuto tanta paura”. L’uomo le ha detto di conoscere l’indirizzo di casa e altri dettagli della sua nuova vita. “Le autorità tedesche mi hanno spiegato di non poter fare molto perché lui non aveva trasgredito la legge in Germania, era anche lui un rifugiato e non c’erano prove dei suoi crimini in Medio Oriente – racconta la giovane -. Così sono tornata in Iraq, non potevo più stare in lì, avevo paura. Di lui non ho saputo più nulla fino a quando la polizia irachena mi ha chiamata per dirmi che aveva catturato un uomo al confine con la Siria e chiedermi se fossi in grado di riconoscerlo. Era lui, Abu Humam”.

L’incontro in tv

Dopo pochi mesi, un nuovo incontro. Questa volta in uno studio televisivo dove i due si ritrovano uno di fronte all’altra. Lui con le manette ai polsi e la divisa da carcerato, lei con le lacrime agli occhi e le mani che tremano. “Ero molto arrabbiata, gli ho urlato tutto contro”, ci ha confessato Ashwaq.

“Abu Humam, alza lo sguardo – gli ha ordinato durante il confronto -. Perché mi hai fatto questo? Perché sono yazida? Avevo 14 anni e mi hai violentata. Hai distrutto la mia vita. Ora tu saprai cosa si prova”. Poi la giovane sviene a terra, sopraffatta da tutte le emozioni.

Il processo

Dopo migliaia di processi contro i miliziani del sedicente Stato islamico, lunedì 2 marzo a Baghdad si è fatta la storia. Per la prima volta si è parlato in tribunale dei crimini dell’Isis contro la minoranza etnico-religiosa: fino ad ora infatti nessuno aveva cercato di rendere giustizia agli yazidi, violentati, torturati e uccisi. A cambiare le cose è stata Ashwaq che ha deciso affrontare di persona il suo aguzzino e di testimoniare in tribunale contro di lui. Dichiarazioni forti, immagini ancora vivide nei suoi ricordi: la giovane 21enne ha parlato davanti alla Corte che ha condannato a morte Abu Humam. Nel corso del processo, l’uomo ha dichiarato di non aver fatto nulla di male e di non avere alcun rimorso: “Mi trovavo in ospedale dopo un attacco e alcuni miliziani sono venuti a trovarmi dicendo di avere una prigioniera per me. Mi è stata data in dono come ricompensa“.

“Sono molto felice che sia stato riconosciuto colpevole e gli sia stata data la pena di morte – esulta Ashwaq al telefono -. Spero che la mia storia sia di esempio e che anche altre ragazze possano far condannare i loro aguzzini: in molte siamo stare rapite e violentate e io voglio dare loro il coraggio di parlare”.

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