People, Planet, Peace: è questo il motto politico di Jill Stein, classe 1950, laurea magna cum laude alla Harvard Medical School, idolo dell’America green. Ma soprattutto, Stein è un profilo singolare nel panorama politico americano: attivista, ebrea, filopalestinese, punta il dito contro Israele per la guerra a Gaza. Ma soprattutto, incarna l’incubo di ogni candidato presidenziale: quello del “terzo partito” che ruba i voti ai due principali contendenti.
Ed è quello che sta accadendo nelle ultime settimane: Stein sta incanalando a proprio favore la rabbia verso i democratici per il sostegno a Israele nella guerra contro Hamas. Un sondaggio del Council on American-Islamic Relations (CAIR) pubblicato questo mese ha mostrato che nel Michigan, che ospita una grande comunità arabo-americana, il 40% degli elettori musulmani sostiene Stein, contro il 18% di Donald Trump e il 12% per Kamala Harris. Stesso copione tra gli elettori musulmani in Arizona e Wisconsin, stati chiave dove Biden sconfisse Trump nel 2020 con un margine risicato.
Guardando all’intera nazione, questo rapporto mostra che il 29,4% dei musulmani americani ha intenzione di votare per Harris, il 29,1% per Stein, l’11,2% per Trump, il 4,2% per Cornel West del Partito Popolare e meno dell’1% per Chase Oliver del Partito Libertario, mentre il 16,5% è indeciso. Prima del ritiro del presidente Biden, un sondaggio inedito del CAIR condotto su oltre 2.500 elettori musulmani americani mostrava che Biden (7,3%) e Trump (4,9%) ricevevano ciascuno meno del 10% di sostegno degli intervistati, rispetto al 36% di di Stein e al 25,2% di West. Percentuali affatto uncommitted.

“Il sistema politico è rotto“, tuona Stein nel suo video del novembre 2023 nel quale annunciava la propria candidatura. “Partiti di Wall Street“, così definisce i Democratici e i Repubblicani, incapaci a suo dire di risolvere i drammi d’America come ineguaglianza, guerre senza fine, crisi climatica; ma soprattutto si offre come soluzione alle emergenze legate a quelle parole chiave che in questi mesi hanno spostato e continueranno a spostare voti: cibo, alloggio, sanità. Per Stein i democratici hanno tradito queste promesse, e i Repubblicani nemmeno hanno provato a farle: “sono un danno per la nostra democrazia“, ama ripetere Stein puntando il dito contro la censura, la criminalizzazione delle proteste e il metodo di spedire i competitors fuori dalla corsa elettorale.
Quattro anni fa Biden si era guadagnato il voto islamico ricevendo in alcuni exit poll oltre l’80% dei consensi, ma il sostegno musulmano ai democratici è diminuito drasticamente dopo il 7 ottobre scorso. Secondo l’ultimo censimento, circa 3,5 milioni di americani hanno dichiarato di essere di origine mediorientale: nonostante rappresentino rappresentino circa l’1% della popolazione totale degli Stati Uniti, il loro voto (si parla di 2,5 milioni di elettori) potrebbe rivelarsi cruciale in una corsa serrata come il 2024. In queste settimane, infatti, due fattori stanno andando a combinarsi: Stein, che sta conducendo una campagna molto aggressiva su Gaza, mentre la campagna di Trump incontra gruppi di fedeli musulmani promettendo una pace più rapida di quella che i democratici possano garantire.

A completare il ticket elettorale, Stein ha scelto -il che non è un caso- Butch Ware: cinquant’anni, fascinoso professore e attivista, musulmano, insegna Storia, Black Studies e Studi islamici presso l’UC Santa Barbara, il che ne fa una delle principali autorità accademiche sulla tradizione radicale nera degli Stati Uniti, l’Africa e l’Islam. Il binomio Stein-Ware al momento sembra incontrare il favore dell’elettorato islamico che vede nel programma del Green Party una risposta alle proprie priorità: diritti umani internazionali, libertà religiosa, accesso all’assistenza sanitaria, crimini d’odio. In politica estera, invece, il conflitto israelo-palestinese e il trattamento dei musulmani uiguri in Cina sono le massime priorità. L’elettorato musulmano, tuttavia, sta mostrando una gamma diversificata di preferenze politiche, con un terzo che propende verso candidati alternativi, percepiti come non ostili alle comunità musulmane. Sembra, tuttavia, scongiurato il rischio astensionismo: nonostante questo malcontento diffuso, gli elettori musulmani rimangono molto coinvolti, con l’82,1% che ha definito la propria intenzione di andare a votare come “molto probabile”.

La combinazione tra impegno del Gop e l’appello di Stein potrebbero tradursi in numeri in grado di azzoppare la corsa di Harris. Il Green Party è presente nella maggior parte delle schede elettorali, fatta eccezione per Georgia e Nevada, dove il partito ha condotto una vera battaglia legale per essere incluso. Secondo la legge del Nevada, se i partiti politici minori, come il Partito Verde, vogliono comparire sulla scheda elettorale per le elezioni generali, sono tenuti a raccogliere le firme degli elettori registrati, utilizzando un modulo che presenta una dichiarazione giurata. A luglio 2023, tuttavia, l’ufficio del Segretario di Stato del Nevada ha fornito in modo errato al Partito Verde il modulo. Da qui la contestazione da parte del Partito Democratico dello Stato, che ha invalidato la raccolta firme. Anche in appello non c’è stato nulla da fare.
Nonostante Stein non abbia alcun possibilità di vittoria, la campagna di Harris vuole chiaramente che le cose siano il più possibile “bipartitiche”: meno candidati terzi renderebbero più facile per Harris consolidare il voto anti-Trump. E mancano 39 giorni alle elezioni…

