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Cronaca nera

Un altro femminicidio in italia: basta con la retorica

Si chiamava Giada Zanola, 34 anni. Una ragazza come tante, che due anni fa aveva comprato una casa dove viveva con il suo bimbo di tre anni e il compagno. La passione per i tatuaggi, l’amore per il figlio, ritratto...

Si chiamava Giada Zanola, 34 anni. Una ragazza come tante, che due anni fa aveva comprato una casa dove viveva con il suo bimbo di tre anni e il compagno. La passione per i tatuaggi, l’amore per il figlio, ritratto spesso sui social come fanno tante mamme giovani. Stava per cominciare un nuovo lavoro, Giada, in un impianto di distribuzione carburanti.

Ma qualcosa non andava di certo se questa giovane donna, nella notte tra martedì e mercoledì, ha preso la sua auto per fuggire di casa. Il suo corpo, sarebbe stato ritrovato più tardi, straziato da un camion sull’A4, dopo un volo di quindici metri. Un morte indegna perfino per un animale. Il corpo, precipitato da un ponte sull’autostrada, era stato evitato da numerosi veicoli, ma non da quel camion che le ha dato il colpo finale. Si è suicidata, forse, Giada. Così la tragedia, sulle prime, era apparsa presto spiegata. E invece no. Perché questa notte si è scoperto che qualcuno l’ha gettata tra le auto, come fosse un sacco della spazzatura. Quel qualcuno è il suo compagno, Andrea Favero, 39 anni, ora fermato per omicidio volontario. Sarebbe stato lui a raggiungerla e, probabilmente al culmine di una lite, ucciderla. Una coppia da tempo in crisi, a quanto pare: un copione ormai arcinoto, che sembra profilarsi ogni santa volta con una banalità agghiacciante. La banalità del male, diceva qualcuno.

Sono 28 le donne uccise in Italia dall’inizio dell’anno: un record che qualcuno ha avuto anche l’indecenza di celebrare positivamente come “dato positivo” sol perché farebbe registrare un calo del 30% rispetto al 2023. Come se 28 donne morte rispetto a 41 costituisse una svolta copernicana che fa dell’Italia la Scandinavia. Mentre le indagini cercano di scandagliare la vita privata della giovane e del suo compagno, la pista che sembra profilarsi è quella comunissima della violenza domestica. Quella che si lava in famiglia come un panno sporco, che si copre con pennellate pesanti di cipria e fondotinta, quella del “sono caduta dalle scale“.

Lo scorso anno l’Italia ha toccato un record importante: 85 reati al giorno sulle donne tra stalking, maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale. Quello della violenza domestica è il più frequente e il più sottostimato, perché spesso non grida. E non urla perché, per istinto di conservazione, la paura di morire – più che la vergogna – o il timore per i propri figli è la ragione per cui non si chiede aiuto. Vetusta e retorica l’iconografia delle campagne che mirano a evitare tutte le Giade del mondo. La pennellata di rossetto in faccia, il manifesto pubblicitario con l’occhio nero, le scarpette rosse, gli slogan veterofemministi non smuovono più le cose. Sono diventati retorica anche loro e rischiano di diventare macchietta se non si forniscono strumenti utili per difendersi, per salvarsi. Come quelle panchine rosse che non parlano a nessuno, se nessuno le racconta.

L’educazione dei maschi, certo. L’educazione è fondamentale, ma è un processo lento. E non è l’unica piaga: un femminicida è frutto del patriarcato ma non solo: è un sociopatico che non sa usare le parole, che non controlla la rabbia, un pezzente dell’anima dotato solo di istinto come le belve. Va rieducato e punito, al di là del patriarcato. L’educazione, si diceva. Purtroppo l’educazione è affetta da un grave vizio malthusiano: corre molto più lenta delle mani che uccidono. Detto in soldoni, prima di rieducare tutti maschi affetti da violenza patriarcale e misoginia conviene dotarsi di strumenti più rapidi e efficaci per salvare vite. Non v’è nulla di male nell’ammetterlo: è realismo.

Nel frattempo, innanzitutto, educare le Forze dell’ordine. Di giorno e di notte, nelle stanze di commissariati e questure ad accogliere le donne non ci devono essere bonari Catarella che tentano di far riappacificare mariti violenti e donne picchiate. Non devono accogliere una donna ferita agenti che derubricano una denuncia a “lo fa perché è innamorato” o che esortino a “tornare a casa”. La stragrande maggioranza dei casi di femminicidio è frutto di situazioni di grave sottovalutazione del problema da parte di pubblici ufficiali che non sanno valutare l’evoluzione di minacce e violenze. Una donna che denuncia il marito violento deve avere la certezza che fuggita da una situazione violenta con i suoi figli non debba fare mai più rientro in un casa in cui rischia di essere ammazzata.

Poi, l’informazione. Le donne non sanno. Non conoscono il gesto con la mano per chiedere aiuto in pubblico: una sciocchezza che ha salvato vite in giro per il mondo.

Le donne non sanno che al Pronto Soccorso esiste una variante del triage nota come “Codice rosa“, che identifica la violenza di genere: un dettaglio che va conosciuto ma cui deve corrispondere una filiera di sanitari pronti a riconoscere il pericolo, a non sottovalutarlo e che stiano dalla parte delle donne. Non come certo personale pronto a negare la pillola del giorno dopo con tanto di paternale non richiesta sulla propria vita sessuale. Accanto a questo, donne e ragazze vanno messe nelle condizioni di conoscere i passaggi per salvarsi da questi casi e il numero di quattro cifre per ricevere aiuto. Si tratta del 1522, gratuito e attivo 24 ore su 24. A seguito della richiesta di aiuto si può, da qui, essere affidate a un centro antiviolenza nella propria città con tanto di accompagnamento psicologico, supporto medico e legale.

Tutto questi strumenti, dalle campagne sociali fino alla legge, falliscono se non sono corroborati da un minimo di civismo. Nei nostri palazzoni a millemila piani, con i muri spessi che tengono fuori il caldo, il gelo e anche la compassione, spesso sentiamo urla strazianti, pianti di bambino. E no, non ci riferiamo alle voci concitate di banali liti tra moglie e marito. Ma di aggressioni fisiche, spesso anche sessuali, mortali. Nessuno ci chiede di essere eroi, perché la paura di “impicciarsi” è umana e va compresa. Ma si tratta di essere umani: basta sollevare il telefono e chiamare le Forze dell’ordine o i servizi sociali. O anche più semplicemente, un sorriso, una parola scambiata su un uscio, per far sapere che le persone perbene lì fuori ci sono. Non si è più innocenti, quando si dichiara serafici “Era una brava persona, salutava sempre“, dopo essersi tappati le orecchie per anni. Vale anche per l’ignavia familiare: girare la testa dall’altra parte di fronte a occhi neri e lividi in nome del “Tra moglie e marito…” non costituisce mai discrezione, bensì omertà.

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