Niente più mutilazioni genitali femminili, che dalla fine di aprile 2020, in Sudan, sono diventate definitivamente una pratica illegale. Una nuova legge prevede, infatti, una pena di tre anni di carcere e una multa a chiunque continui a eseguire questo tipo di usanza, che da secoli genera enormi sofferenze (psicologiche e fisiche, comprese infezioni, infertilità e complicazioni durante il parto) alle donne costrette a subirla. Come riportato da Il Post, il divieto è stato inserito in un emendamento al codice penale dall’esecutivo provvisorio di Abdalla Hamdok, in carica dallo scorso anno, dopo la destituzione di Omar al-Bashir (rimasto al comando del Paese africano per trent’anni). In Sudan, come in altri Stati africani, le mutilazioni genitali femminili sono molto diffuse e le Nazioni Unite stimano che, finora, nove ragazze su dieci siano state sottoposte a questo tipo di operazione. La legge è stata approvata in un momento di grande cambiamento politico in Sudan e proprio mentre sono in vigore le restrizioni per contenere l’epidemia causata dal nuovo coronavirus.

Un nuovo corso per le donne

Il governo Hamdok, che conta cinque ministre, ha abolito diverse leggi di al-Bashir, alcune delle quali stabilivano cosa potessero indossare le donne e influenzavano la loro vita pubblica e sociale, a cominciare dall’istruzione. Ma nonostante il provvedimento sudanese rappresenti un concreto passo in avanti nella difesa dei diritti delle donne (anche nel continente africano stesso), alcuni analisti sono convinti che la nuova norma potrebbe non bastare a fermare un rito che per secoli ha scandito la vita biologica di donne e bambine. In diversi Stati, infatti, la mutilazione dei genitali femminili continua ad avere forti valenze culturali e religiose, è sostenuta da gran parte della popolazione (maschile e femminile) ed è ancora molto diffusa in diverse parti del mondo. Soltanto in Africa, per esempio, sono 29 i Paesi che la praticano e tra questi ci sono l’Etiopia, il Kenya (dove in teoria il “rito” è stato vietato nel 2011), il Burkina Faso, la Nigeria, il Gibuti e il Senegal.

Che cosa sono le mutilazioni genitali femminili?

La denominazione di mutilazioni genitali femminili raccoglie al suo interno quelle pratiche in cui gli attributi genitali femminili esterni sono parzialmente (o totalmente) rimossi per motivi culturali e religiosi. Fenomeno vasto e molto complesso, che spesso varia da un Paese all’altro, l’Unicef ha stimato che nel mondo, il numero di donne che convivono con la conseguenza di una mutilazione genitale sono circa 125 milioni. Ma dati gli attuali trend demografici, è stato calcolato che, ogni anno, circa tre milioni di bambine sotto i 15 anni si aggiungono a queste statistiche. Gran parte delle ragazze sottoposte a questa operazione vivono in Africa, mentre una quota inferiore risiede nei Paesi dell’Asia di confessione musulmana. In Paesi come Gibuti, Somalia, Eritrea, ma anche in Egitto e Guinea, l’incidenza del fenomeno rimane molto alta, toccando il 90% della popolazione femminile. Le operazioni sono eseguite in età diverse, a seconda della tradizione: per esempio, in Somalia, la mutilazione coinvolge le bambine, l’Uganda le adolescenti e in Nigeria, addirittura, sulle neonate.

Le tipologie di mutilazioni

L’Organizzazione mondiale della Sanità, dal 1995 (con aggiornamenti nel 2007 e nel 2016) ha classificato le MGF in quattro tipologie diverse, suddivise a loro volta in categorie: il primo tipo riguarda la rimozione parziale o totale di clitoride e/o del suo prepuzio. Il secondo invece prevede la rimozione parziale o totale del clitoride e delle piccole labbra (con o senza l’asportazione delle grandi labbra). Il terzo coinvolge il restringimento dell’orifizio vaginale, con creazione di una chiusura ottenuta tagliando e riposizionando le piccole labbra o le grandi labbra, con o senza l’ablazione del clitoride. E il quarto tipo, invece, classifica tutte le altre pratiche reputate dannose per i genitali femminili realizzate per scopi non terapeutici. La maggior parte delle donne sudanesi subisce il terzo tipo di intervento, ovvero una forma estrema di mutilazione in cui la ferita dopo l’operazione viene cucita e chiusa in una pratica nota con il nome di “reinfibulazione“. E le conseguenze, ovviamente, condizionano pesantemente la vita delle ragazza visto che il fenomeno può produrre anorgasmia, forti dolori durante i rapporti sessuali, cisti e gravi infezioni alle vie urinarie.

Chi vieta questa pratica?

Nonostante sia vietata in gran parte delle aree del mondo, soprattutto in Occidente, diversi casi di MGF si registrano anche in Europa, Australia, Canada e Stati Uniti, dove le mutilazioni vengono praticate illegalmente e dove, proprio per questo motivo, sono più difficili da censire e da individuare. In Egitto le MGF sono state vietate nel 2008 e la legge è stata modificata nel 2016 per criminalizzare medici e genitori che la facilitano, con pene detentive fino a sette anni per l’esecuzione dell’operazione e fino a 15 anni se l’intervento causa disabilità o decesso. Ma anche se esiste una norma specifica, i procedimenti giudiziari sono pochi e le operazioni continuano a essere esercitate di nascosto. Perché una donna mutilata, anche se sembra impossibile, assume un “valore” diverso. E secondo quanto riportano i dati Onu, il 70% delle donne egiziane tra i 15 e i 49 anni sono sottoposte alla mutilazione (soprattutto prima dei 12 anni). Negli ultimi anni, in Africa, grazie anche a molte campagne locali e a una maggior sensibilità rispetto ai diritti delle donne, alcune comunità hanno iniziato ad abbandonare il fenomeno. Che, però, è ancora ritenuto ancora un rito essenziale, un passaggio obbligato per accedere all’età adulta. In alcune realtà, attivisti, mediatori culturali e medici sono riusciti a proporre metodi alternativi per conservare questa forma di tradizione, senza ledere la sessualità delle bambine ed è stato stimato che un programma di questo tipo, promosso tra i Masai del Kenya, abbia contribuito a salvare almeno 15mila ragazze da questa operazione.

Le reazioni in Sudan

Nimco Ali, della Five Foundation, un’organizzazione che da tempo lavora per la fine di questa pratica a livello globale, ha definito la decisione politica sudanese “un grande passo per il Paese e per il suo nuovo governo” e ha detto anche che l’Africa non può prosperare se non si prende cura di donne e ragazze. “La legge aiuterà a proteggere le ragazze da questa pratica barbara e consentirà loro di vivere con dignità. E aiuterà le madri che non volevano mutilare le loro ragazze, ma sentivano di non avere scelta”, ha commentato soddisfatta Salma Ismail, portavoce sudanese di Unicef. L’attuale ministro degli Affari religiosi sudanese, Nasr al-Dn Mufreh, di recente, ha partecipato a una cerimonia pubblica in occasione della Giornata internazionale della tolleranza zero per le mutilazioni genitali femminili. In quella circostanza, l’ha definita “una pratica che il tempo, il luogo, la storia e la scienza hanno dimostrato essere obsoleta”, aggiungendo che non aveva alcun tipo di giustificazione nell’Islam contemporaneo.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME