(Beirut) Miriam arriva accompagnata dal padre e dalla madre. Indossa jeans e un maglioncino a righe nero e fuxia, con bottoncini dorati, un fazzoletto nero le incornicia il viso. Scarpe sportive come le ragazzine della sua età. La mamma ha un abito tradizionale nero, il velo in testa. Il papà è una persona semplice, lavora nei campi. Miriam ha ancora il viso di una bambina, ha gli occhi in lacrime, dolci e tristi. Lo sguardo della mamma è furente, arrabbiato. Miriam ora ha 17 anni, ma si è sposata quando ne aveva appena 13. Arriva nella sede di Kafa nella Valle della Bekaa, a Chtoura, a 10 minuti da Zahle. Il paesaggio attorno è spoglio, colline basse di terra, e poco coltivate. Lo scenario è desolante, poche case, edifici in cemento armato, neanche completati. Qualche trattore, qualche macchina. 

Mentre parla della sua storia Miriam incrocia le dita delle mani nervosamente. Forse non vorrebbe più parlare, ma solo dimenticare e ricominciare. “Io lo amavo, ho lasciato la mia famiglia per stare con lui. Ma poi è diventato un’altra persona. Mi ha violentato, picchiato. Sono finita anche in ospedale. Lui beveva, quando cercavo di dormire di notte mi picchiava. Mi ha bruciato anche il viso con acqua bollente”. E mostra la cicatrice sulla guancia, rotonda, coperta dal velo. “Quando sono stata ricoverata, lui ha detto ai medici che soffrivo di epilessia. Mi teneva prigioniera nella stanza, non potevo uscire, non potevo andare a trovare i miei familiari. Mi rubava i soldi per andare ad ubriacarsi. Poi ho trovato la forza di denunciarlo, e per queste violenze è finito in galera, ma solo per due mesi. È uscito di prigione e abbiamo divorziato. Ma non ho avuto alcun diritto riconosciuto, niente soldi. Nulla”. Miriam ha provato anche a suicidarsi due volte. Ha i polsi segnati dai tagli delle lamette. Che mostra con vergogna e timidezza. 

Miriam è solo una delle migliaia delle spose bambine in Libano, ma come ne esistono anche in Siria e in tutto il Medio Oriente. Il matrimonio subito dopo la pubertà, spesso lo si fa per evitare la vergogna di cui la famiglia sarebbe ricoperta, se la loro figlia frequentasse prima del matrimonio diversi ragazzi. Ciò la esporrebbe alla condanna della comunità in cui vive. Il matrimonio prima della maggiore età va di pari passo con la scarsa educazione della ragazza, e della famiglia stessa, o si ricorre ad esso per motivi economici, per fuggire dalla povertà, o per osservanza delle tradizioni. In alcuni casi può essere addirittura forzato. Le conseguenze sulla crescita della ragazza sono catastrofiche: perdita degli amici, abbandono degli studi, problemi fisici, perché si hanno rapporti sessuali troppo precoci, e problemi psicologici. 

In Libano lo status della persona non è legiferato dal diritto civile ma dalle religioni. Esistono all’incirca 19 comunità religiose e ognuna ha il proprio statuto sulla persona. Secondo la religione sciita ad esempio ci si può sposare già a 9 anni. Ma lo stesso è per gli ortodossi, i sunniti, i cristiani. Salaa Homse dell’associazione Kafa di Beirut coinvolta nella lotta a questo problema spiega: “Abbiamo mutuato questo sistema dalla Francia, soltanto che in Francia la legge è stata cambiata, qui invece siamo rimasti indietro di 50 anni”. Poi continua: “A queste bambine viene chiesto se vogliono sposarsi, ma loro in realtà non possono ancora decidere sul loro avvenire, la maggior parte di loro non sa neanche guidare una macchina”. 

Raccogliere dei numeri è difficile. Come spiega Caroline Chayya, che cura il progetto sui matrimoni delle minori di Kafa: “Non esistono statistiche nazionali attendibili. Ma dopo la crisi siriana la situazione è peggiorata anche per le ragazze libanesi. Si sposano tra di loro libanesi e siriani. Anche per meglio integrarsi. Spesso le ragazze siriane sposano un libanese solo perché vogliono rimanere qui”. 

Ora la vita di Miriam è cambiata. Ma soffre ancora per quello che le è successo. La sua famiglia la aiuta quotidianamente ad uscire da questa tragica situazione psicologica. Prende ancora degli psicofarmaci. Utili, ma non bastano. Ora spera soltanto di incontrare un ragazzo, che sia meglio dell’ultimo. Che possa iniziare una nuova vita. “Hamdillah!“, dice la madre. E noi con lei.

diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY