Sotto le tende di Gaza: l’allarme dell’ONU su stupri, ricatti e minori date in sposa per un sacco di farina

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“Un uomo ha fatto sposare la figlia di 14 anni in cambio di due sacchi di farina affinché lui e i suoi figli potessero mangiare”. Questa drammatica testimonianza, raccolta da UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione) nei campi per sfollati di Khan Younis, fotografa la realtà vissuta dalla popolazione nella Striscia di Gaza. Tra la devastazione del conflitto e crisi umanitarie senza fine, sono le donne a pagare il prezzo più alto, quello della violenza di genere.

Una donna su tre denunciava violenze già prima della guerra

Prima del conflitto, le donne e le ragazze palestinesi affrontavano già notevoli rischi a causa di norme di genere profondamente radicate che le posizionavano come subordinate agli uomini, limitando la loro autonomia e normalizzando il controllo maschile sui loro corpi e sulle risorse familiari.

Quasi una donna palestinese su tre aveva denunciato violenze da parte del marito e, a Gaza, circa 15 donne su cento avevano subito abusi sessuali da parte dei coniugi; più della metà li aveva subiti ripetutamente (dati UN Women 2018). Tuttavia, dall’ottobre 2023, i continui sfollamenti, la distruzione delle infrastrutture e la totale assenza di sicurezza hanno amplificato queste violenze in modo esponenziale, colpendo in particolare chi vive nei rifugi collettivi e nelle aree sovraffollate.

L’impatto sui siti di sfollamento

Quasi tutta la popolazione di Gaza, che conta oltre due milioni di abitanti, è stata costretta ad abbandonare le proprie case e la maggior parte vive in campi tendati o all’interno di edifici danneggiati. Complessivamente, 1.7 milioni di persone risiedono in circa 1.600 campi profughi nella Striscia e gli spazi sicuri per donne e ragazze coprono appena il 17 per cento dei siti per sfollati.

A giugno 2026, più di un milione di persone vivevano nei campi interni alla Città di Gaza e Khan Younis e circa la metà, 583mila, erano donne. Nella Città di Gaza, circa 428 siti ospitano oltre 300mila persone (di cui circa 153mila donne) e quasi un terzo è privo di un’agenzia formale di gestione e si affida all’autogestione dei residenti. Khan Younis, a sud della Striscia, è invece diventato il più grande polo di sfollamento: ospita circa 844mila persone in circa 576 siti (tra cui circa 430mila donne).


Violenze sessuali, più 61% in tre mesi

Secondo alcuni recenti rapporti del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA)- che analizzano i dati raccolti da 10 organizzazioni nel secondo trimestre del 2026 e che intervistano 230 donne tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 – la prolungata crisi nella Striscia di Gaza ha “creato le condizioni in cui donne e ragazze (specialmente tra i 18 e i 59 anni) affrontano rischi crescenti di violenza di genere”. Tra le forme di violenza più diffuse vi sono quelle fisiche, in particolare i pestaggi. “Questo era il tipo di violenza più diffuso prima della guerra e ora è aumentato in modo significativo” racconta una donna intervistata.

Anche gli episodi di violenza sessuale, inclusi stupri e aggressioni, hanno raggiunto livelli critici, rimanendo tuttavia fortemente sottostimati a causa del timore di stigmatizzazione e di ritorsioni. Le verifiche di sicurezza delle Nazioni Unite hanno evidenziato rischi particolari per donne e ragazze durante le ore notturne, una condizione che le induce a evitare i servizi igienici e le docce dei campi.

La gravità della situazione si riflette anche nei dati statistici: gli episodi di violenza sessuale, inclusi stupro e aggressione, hanno rappresentato il 2,7 per cento del totale delle segnalazioni di violenza di genere tra aprile e giugno 2026, in aumento rispetto al 2,1 per cento registrato nel trimestre precedente. Sebbene la percentuale sul totale sembri vicina, questo scostamento si traduce in un’impennata del 61 per cento nel numero assoluto delle donne che hanno subito queste violenze.

Orfane, anziane, disabili e donne incinte

Il rapporto dell’UNFPA che intervista oltre 200 donne evidenzia come quelle rimaste sole durante il conflitto siano particolarmente esposte a violenze, anche economiche. Rientrano in questa categoria le orfane, le mogli dei detenuti, le vedove e le donne divorziate, tutte percepite come tra le più economicamente vulnerabili nei campi per sfollati. Sono anche quelle che corrono rischi maggiori di abusi e sfruttamento: “Una vedova stava cercando una tenda e un rappresentante del campo le disse: ‘Ti darò una tenda, ti sistemeremo nel nostro campo e potrai stare da me stanotte'”, racconta una donna di Gaza, intervistata per il rapporto.

A causa di una mobilità più limitata, le donne anziane sono quelle più esposte a difficoltà nel chiedere aiuto nel caso di situazioni di pericolo. Inoltre, l’assenza di un’illuminazione adeguata e il terreno accidentato dei campi di fortuna aumentano il rischio di cadute e lesioni durante gli spostamenti, in particolare di notte. Accanto a loro, le donne e le ragazze con disabilità affrontano rischi enormi, poiché gli aggressori sfruttano la loro limitata capacità di comprendere, resistere o denunciare. Una donna racconta che:

“Quando eravamo nel campo profughi, abbiamo saputo che una ragazza disabile del campo è scomparsa per sette ore. Quando è tornata, hanno detto che si era persa. La ragazza ha iniziato a piangere e la sua famiglia non capiva cosa stesse succedendo… Due mesi dopo, poiché il suo ciclo non era regolare, hanno scoperto che era incinta ed era stata stuprata. Non sanno ancora chi sia stato”.

Infine, le donne incinte e le neo-mamme sono quelle che affrontano le maggiori sfide legate alla salute sessuale e riproduttiva. Lo sfollamento le costringe a vivere lontano dalle poche strutture sanitarie rimaste operative. A causa della carenza di carburante e del collasso dei trasporti, molte sono costrette a spostarsi su carretti trainati da asini. Inoltre non sono esenti dalle fatiche più pesanti, come fare lunghe code per l’acqua e trasportare carichi pesanti su terreni accidentati, esponendosi anche al rischio di molestie negli spazi pubblici.

Mariti, soldati, volontari: chi commette le violenze

Le aggressioni vengono perpetrate da soggetti differenti, inclusi mariti, uomini che abusano di posizioni di potere o, ancora, soldati. Un esempio emblematico è quello raccontato da una donna in merito ai checkpoint:

“La mia vicina mi ha detto che durante lo sfollamento è passata attraverso un checkpoint. Era con suo figlio e sua figlia… il soldato le ha detto di lasciare sua figlia e di andare. Ha iniziato a piangere e a supplicare il soldato di lasciare andare sua figlia, ma lui ha minacciato di uccidere suo figlio se non fosse partita. Contro la sua volontà, ha continuato la sua strada. Ha aspettato il ritorno di sua figlia. Quando l’ha vista viva, è stata felice. Ma quando lei è tornata, ha detto di aver subito molestie. I soldati le hanno detto cose volgari e le hanno toccato parti sensibili del corpo.”

A questi racconti si aggiungono quelli di donne costrette a subire rapporti sessuali in cambio di cibo, denaro, acqua o lavoro, a volte ad opera di individui coinvolti nella distribuzione degli aiuti. Persone in posizioni di potere locale come autisti, farmacisti, panettieri, personale medico o proprietari di immobili, hanno negato beni di prima necessità o cure mediche (come nel caso disperato di una madre costretta a subire ricatti da un medico per far operare il figlio malato) in cambio di favori sessuali.

Una donna intervistata nel 2025 dall’Associated Press, ha raccontato di aver incontrato un uomo a Muwasi, una striscia di terra che Israele ha designato come zona umanitaria e ha raccontato di aver dato il suo numero di telefono a un operatore umanitario, un palestinese in uniforme con la scritta UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Regno Unito. Poco dopo averle chiesto il numero, l’Associated Press riporta di come siano iniziate chiamate a tarda notte con richieste a sfondo sessuale.

Anche i membri della famiglia figurano tra i responsabili di abusi gravi, compresi gli stupri. Una donna ha raccontato di conoscere “una vedova il cui cognato l’ha molestata e stuprata mentre dormiva, ed è rimasta incinta da lui prima di completare il periodo di attesa di tre mesi legalmente richiesto (iddah) dopo la morte del marito. Quando la sua famiglia lo ha scoperto, ha cercato di organizzare un matrimonio, ma il giudice si è rifiutato, considerandolo un caso di adulterio”. 

In altri casi, le donne si sono rifiutate di avere rapporti sessuali con i mariti, in tende affollate davanti ai figli, subendo per questo percosse e coercizioni. Molte donne parlano anche della collera dei coniugi a causa della guerra. Una rabbia rivolta non solo verso di loro, ma anche verso i figli: “La violenza è aumentata a causa delle pressioni con cui abbiamo vissuto durante la guerra. Mio marito non ha mai alzato la voce contro di me fino alla guerra… Ma quando la nostra casa è stata bombardata e tutto ciò che possedevamo è andato perduto, è diventato irritabile e se la prende con me e con i bambini”, riporta una testimonianza.

I luoghi delle violenze

Spazi che dovrebbero offrire sicurezza diventano luoghi ad alto rischio. I bagni comunitari sono tra i punti più critici per le molestie, al punto che molte donne preferiscono esporsi a rischi igienici estremi: “Abbiamo persino usato un secchio come bagno per non dover andare nei servizi igienici condivisi della scuola”, racconta una ragazza. 

Le scuole, trasformate molto spesso in rifugi, diventano teatri di stupri seguiti da matrimoni per evitare vergogna e scandalo. “Quando vengono scoperti casi di stupro nelle scuole, il giorno dopo si assiste a matrimoni e festeggiamenti proprio a scuola”, afferma una donna.

Le violenze avvengono spesso durante i trasferimenti da un campo a un altro: “Durante lo sfollamento, i giovani che trasportavano e aiutavano le ragazze approfittavano della situazione per tenerle per mano e toccare i loro corpi”, racconta una testimone.

Anche la tecnologia viene strumentalizzata: sono stati registrati casi in cui fornitori di servizi hanno raccolto numeri di telefono di donne in difficoltà pretendendo fotografie in cambio di aiuti, o piattaforme online sfruttate per attirare donne in appartamenti isolati con la finta promessa di un colloquio di lavoro.

Matrimoni precoci, più 123%

Il rapporto avverte che si è registrato un “grave aumento” dei casi di matrimoni precoci e forzati nel secondo trimestre del 2026, del 123 per cento rispetto al primo trimestre.  Sebbene la maggioranza dei casi segnalati (67%) abbia riguardato donne tra i 18 e i 59 anni, le ragazze tra i 12 e i 17 anni hanno rappresentato un ulteriore 16 per cento dei casi. La percentuale più alta si registra a Città di Gaza (33%), seguita da Deir Elbalah (31%) e dal Nord di Gaza (27%).

Le famiglie ricorrono a questa pratica per alleviare gli oneri economici o per tentare di proteggere le adolescenti dai pericoli e dall’insicurezza dei campi. A causa della disperazione economica estrema, in alcuni casi limite si è arrivati a scambi drammatici: come racconta la testimonianza di una famiglia,“un uomo ha fatto sposare la figlia di 14 anni in cambio di due sacchi di farina affinché lui e i suoi figli potessero mangiare”.

Le Nazioni Unite e la maggior parte delle organizzazioni umanitarie classificano i matrimoni di ragazze di età inferiore ai 18 anni come matrimoni precoci. Anche prima della guerra, questa pratica era diffusa tra i palestinesi nella Striscia di Gaza governata da Hamas, ma era in calo. Secondo un articolo della BBC, la legge a Gaza prevede delle eccezioni all’età minima di 17 anni per il matrimonio, previo consenso dei genitori e autorizzazione di un giudice ma i funzionari del tribunale possono autorizzare matrimoni anche per minori di 14 anni e sette mesi. 

Le ripercussioni sulla salute mentale

Tutti questi fattori generano gravi impatti non solo sulla salute fisica delle donne, ma anche su quella mentale, tra cui disturbo post-traumatico da stress, depressione, pensieri suicidi e autolesionismo. Le agenzie umanitarie sottolineano l’urgenza di migliorare le condizioni di vita nei campi: occorre sostituire le tende deteriorate, potenziare i servizi igienico-sanitari, ripristinare un’assistenza sanitaria adeguata e contrastare il collasso della produzione alimentare. Per mitigare i pericoli, le organizzazioni chiedono a Israele di consentire l’ingresso di rifugi di qualità superiore, attrezzature per le latrine e sistemi di illuminazione adeguati (attualmente limitati per motivi di sicurezza militare).

Sebbene il corso di tante vite a Gaza sia segnato per sempre, le donne continuano a chiedere interventi strutturali, sperando in un futuro in cui possano tornare a sentirsi protette e sicure. “Vogliamo campagne di sensibilizzazione affinché gli uomini si prendano cura di noi e ci trattino con un po’ di rispetto”, ha detto una di loro. Una bambina, quando le è stato chiesto cosa desidera, ha detto “Vorrei che le ragazze comprendessero i loro diritti, sapessero difendersi e non permettessero a nessuno di spezzarle”.

Fonti