Sesso di Stato in Turchia: le sex worker con il timbro di Erdogan (ancora per poco)

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Quando si pensa alle capitali del sesso a pagamento, la Turchia non balza subito alla mente: ancor meno se si pensa al mondo “istituzionalizzato” delle sex worker che, a seconda dei diversi Paesi, godono di certi gradi di tutele. Si pensi al Belgio, che recentemente ha introdotto per le lavoratrici del settore giorni di malattia retribuiti, congedi di maternità e pensioni.

Tornando alla Turchia, basta digitare su Google “sex worker Turchia” per veder dischiudersi un mondo impensabile. Genel evler, questa è la parola con cui si indicano nel regno di Recep Erdogan i bordelli pubblici, ossia quelli che devono ricevere permessi dal Governo per operare. A loro volta, le agenzie di regolamentazione rilasciano carte d’identità alle lavoratrici del sesso che danno loro diritto ad alcune cure mediche gratuite e ad altri servizi sociali. Tutto questo in un Paese che sta vivendo una reislamizzazione forzosa e nel quale le libertà delle donne comuni vanno via via restringendosi.

Questo tipo di strutture sono collocate prevalentemente nella parte occidentale del Paese: lungi, tuttavia, immaginare una piccola Thailandia del vicino Oriente. In Turchia il commercio sessuale è, per la maggior parte, invisibile. Ma il lavoro sessuale, sia legale che illegale, ha una lunga e illustre storia che risale all’apice dell’Impero ottomano. Ora però il Paese vive un’anomalia tra ciò che vuole essere – un Paese à la page in grado di competere con le grandi capitali europee anche in fatto di luci rosse – ma anche una patria simbolo dell’Islam moderno con ambizioni regionali che sanziona simili disinibizioni. Secondo il Ministero della Salute, la Turchia ha attualmente qualche migliaio (le stime dicono 3.000) prostitute autorizzate, che lavorano in una cinquantina di bordelli statali noti. Le prostitute senza licenza sono circa 100.000, la metà delle quali straniere. Sono le cosiddette “Natasha” che in Turchia trovano uno dei terminali della tratta delle donne dell’Est.

I bordelli sono legali e regolamentati in Turchia sin dal tardo periodo ottomano. Sebbene la prostituzione sia stata una questione delicata a causa delle convinzioni religiose e delle norme etiche della società, prima degli anni Novata, l’apertura di un bordello era perfino una promessa politica dei candidati alle elezioni locali. Tuttavia, negli ultimi due decenni, c’è stato un cambiamento radicale.

Quando Erdogan è arrivato al potere, era intenzionato a garantire ai suoi connazionali uno standard di vita europeo: quando l’AKP ha iniziato ad accumulare costantemente potere, il numero di licenze concesse è rallentato fino quasi a cessare. Così gli attuali genel evler vengono chiusi o spostati nelle periferie urbane. Restano, pochi, ma nessuno ne deve parlare o pubblicizzarli: “far sfogare gli uomini” resta ancora una priorità di “salute pubblica”, che però adesso cede più che in passato alla scure moraleggiante del correggere e riabilitare le “donne perdute“.

Questo ha creato un doppio standard tra i bordelli ancora legali e tanti altri sotto traccia che, tuttavia, non garantiscono le stesse protezioni alle donne. Poi ci sono i siti di escort (donne e uomini), che si sono messi a fare “concorrenza” agli altri modelli: ma il rischio di essere stuprate o subire violenze di ogni genere si alza quando non c’è l’autorità che vigila. Trovare informazioni sullo status attuale dei bordelli turchi più noti non è cosa facile: Ankara è molto attenta nel fare periodici repulisti: tuttavia la rete continua a pullulare di siti, forum e pagine web per soli uomini, che offrono informazioni ai turisti del sesso ancor prima che ai locali, che ottengono le informazioni via passaparola. Le prostitute, infatti, restano ancora una parte importante dell’educazione maschile.

Uno dei forum più aggiornati fornisce informazioni di base sui bordelli più popolari. Accanto a questo, perfino Tripadvisor riporta indicazioni precise e recensioni. A Istanbul, ad esempio, il quartiere di Karaköy era noto per ospitare uno di questi luoghi di piacere, situato nei pressi del mercato del pesce di Beyoğlu. Ad Ankara, invece, il quartiere di Bentderesi, vicino al castello, custodisce una storia particolare, anche se oggi l’area è chiusa al pubblico. Proseguendo verso Eskişehir “la casa generale” è stata spostato verso la periferia, vicino al villaggio di Karapınar. A Mersin, invece, un tempo era dietro la fabbrica di Hasan Şeker lungo la strada Adana-Mersin. Il bordello di Kastamonu si distingue per il suo edificio a due piani con luci al neon nella zona di Çamlık, mentre a Izmir il famoso Tepecik, nel quartiere Yenişehir, si trova dietro la stazione ferroviaria. Questo luogo, benché facilmente accessibile, è noto per l’ambiente affollato e le condizioni non sempre accoglienti.

Ad Edirne, accanto al primo ponte sulla strada per la lotta di Kırkpınar, una piccola moschea segna l’inizio di una via che porta a una storica zona a luci rosse. Similmente, a Çorlu, il luogo del peccato si trova dietro una fabbrica, un tempo frequentata da soldati durante il fine settimana. Nazilli e Manisa offrono percorsi caratteristici per raggiungere i loro quartieri storici: da chioschi all’angolo delle strade principali a edifici rosa che si affacciano sui prati. Antalya nasconde invece le sue sex worker dietro un negozio di ferramenta, mentre Erzurum, Erzincan e Bursa hanno storie di luoghi chiusi o trasformati, spesso sostituiti da case private o demoliti.

Istanbul, tuttavia, deve cercare di tollerare e dare l’esempio, in qualità di città “due volte di Erdogan”. La maggior parte degli immobili nelle vie Zürafa, Alageyik e Kadem, nello storico quartiere Karaköy della città solo pochi bordelli sono rimasti operativi fino alla pandemia di COVID-19, durante la quale le normative sanitarie hanno posto fine in modo permanente a questa attività durata decenni. Il sindaco di Beyoğlu Haydar Ali Yıldız, tre anni fa, promise un repulisti, promettendo di trasformare il quartiere in un centro culturale e artistico. Qui, come nel resto del Paese, il Governo non ha dato risposte, creando un limbo umano e giuridico. Nessun lavoro è stato fatto per facilitare la transizione delle prostitute fuori dai bordelli statali se non quello di nascondere la sporcizia sotto il tappeto.