Il 18 marzo l’Assemblea nazionale del Gambia ha votato per abrogare il divieto di mutilazioni genitali femminili. Si tratta del primo paese al mondo a reintrodurre la pratica dopo averla abolita e a deciderlo sono stati parlamentari uomini.
La legge che vieta la pratica è in vigore dal 2015, ma è stata applicata per la prima volta nell’agosto 2023. In questa occasione erano state multate tre donne per aver praticato la mutilazione genitale femminile (MGF) su otto bambine. Alcuni politici gambiani hanno espresso il loro dissenso nei confronti del divieto, che qualcuno considera una violazione del diritto dei cittadini di praticare la loro cultura e religione. Il Consiglio islamico supremo del Gambia ha risposto al verdetto affermando che la circoncisione femminile è una delle virtù dell’Islam.
Nelle MGF sono incluse tutte le pratiche che prevedono lesioni agli organi genitali femminili, tra queste vi sono l’infibulazione, cioè la chiusura quasi completa dell’ostio vulvare, spesso accompagnata dalla clitoridectomia, ovvero la rimozione chirurgica del clitoride. Entrambe le pratiche mettono a rischio la vita delle giovani donne su cui vengono attuate, tanto da rientrare nelle prime cause di morte nei Paesi in cui vengono praticate.
Molte Ong locali e internazionali si sono mobilitate per tentare di esortare il Parlamento a votare contro “una legge che metterà chiaramente in pericolo la vita e il futuro delle ragazze, creando un pericoloso precedente nel mondo”, ha commentato ActionAid Gambia.
Diverse campagne per bandire la pratica negli anni hanno portato ad un loro lento abbandono in tutto il mondo. Un recente rapporto dell’UNICEF ha però rilevato un aumento del 15% rispetto al 2016: attualmente ci sono 230 milioni di donne e ragazze che hanno subito qualche forma di MGF, di cui 144 milioni solo in Africa, 80 milioni in Asia e 6 milioni in Medio Oriente.
Origini culturali delle mutilazioni
Le MGF vengono praticate per diverse ragioni che vanno dalle usanze sanitarie alle ragioni socio-culturali e variano da una religione all’altra. Sono diffuse principalmente in Africa, precisamente in 27 Paesi, tra cui Senegal, Egitto e Nigeria. Vengono praticate in particolar modo su bambine tra l’infanzia e l’adolescenza, più raramente anche su donne adulte.
È ancora molto diffusa poiché considerata una convenzione sociale, perciò influisce la pressione sociale che spinge a conformarsi alla norma diffusa, spesso in risposta al bisogno di essere accettati socialmente e alla paura di essere esclusi dalla comunità. Spesso sono considerate parte integrante della crescita delle giovani donne, un rito di passaggio per prepararle all’età adulta e al matrimonio, correlato al controllo della loro sessualità finalizzato al mantenimento della verginità prima del matrimonio e la fedeltà coniugale. Viene considerata una pratica religiosa, ma né il Corano né altre sacre scritture ne descrivono e impongono l’utilizzo.
Il fatto che sia una pratica adottata quasi esclusivamente nei confronti delle donne è indice di un retaggio culturale basato su una forte disuguaglianza di genere che, nel rispetto di tutte le religioni, andrebbe abolita poiché causa di sofferenze ingiustificate.
La linea sottile tra cultura o violazione dei diritti
Ciò che rende queste pratiche sbagliate è il fatto che non esiste un beneficio medico comprovato, come sostenuto dall’OMS. È considerata una pratica che viola i diritti umani delle ragazze e delle donne e che può lasciare conseguenze fisiche, psicologiche e sociali durature. Le MGF sono il prodotto della discriminazione e della disuguaglianza di genere, perciò, per quanto sia parte di una cultura, ciò non implica che non sia pericolosa. La pratica delle MGF è infatti riconosciuta a livello internazionale come una violazione dei diritti umani delle bambine e delle donne.
La giurisprudenza coranica ammette, fra le cause di divorzio, i difetti fisici della sposa, e spesso vengono incluse in questa definizione le circoncisioni mal riuscite. Anche questo è un atto di misoginia delle società patriarcali che non solo negano il piacere sessuale alle donne riservandolo solo agli uomini, ma creano loro anche problemi fisici di vario genere.
A differenza dell’infibulazione maschile, ovvero la circoncisione, prevista maggiormente nella religione ebraica ma anche islamica, dove l’uomo non viene privato né del piacere sessuale né della salute (al contrario in alcuni casi è considerato un beneficio per la salute), l’infibulazione femminile è molto più invasiva. Questa usanza culturale, infatti, comporta l’asportazione e il danneggiamento di tessuti genitali femminili sani e interferisce con le funzioni naturali del corpo delle ragazze e delle donne. Oltre al dolore intenso, c’è il rischio di emorragia, febbre e infezioni, problemi urinari e lesioni al tessuto genitale circostante, problemi mestruali, formazione di tessuto cicatriziale, problemi sessuali e aumento dei rischi di complicazione del parto. Ai danni fisici, bisogna sommare quelli psicologici, come depressione, ansia, disturbo da stress post-traumatico.
L’infibulazione impedisce i rapporti sessuali fino alla defibulazione, quindi la scucitura della vulva, che viene effettuata direttamente dallo sposo prima della consumazione del matrimonio. Le puerpere, le vedove e le donne divorziate sono sottoposte a reinfibulazione per ripristinare la situazione prematrimoniale di “purezza”. I rapporti diventano dolorosi e difficoltosi, spesso insorgono cistiti, ritenzione urinaria e infezioni vaginali. Lo scopo dell’asportazione totale o parziale degli organi genitali femminili è quello di impedire alla donna di conoscere l’orgasmo.
Essendo praticata quasi sempre da operatori tradizionali su minori, costituisce una violazione dei diritti dei bambini. Viene violato anche il diritto alla salute, alla sicurezza e all’integrità fisica, ma anche il diritto a non essere torturati e a non subire trattamenti crudeli, inumani o degradanti e il diritto alla vita, nei tanti casi in cui costituisce una causa di morte. Anche quando praticate da operatori sanitari e medicalizzate, le MGF non perdono la loro pericolosità.
Nel 2008, l’Assemblea Mondiale della Sanità ha approvato la risoluzione WHA61.16 sull’eliminazione delle MGF, sottolineando la necessità di un’azione concertata in tutti i settori: salute, istruzione, finanza, giustizia e questioni femminili. Ritornare a praticare le MGF in Gambia rappresenterebbe un passo indietro, una regressione generale che coinvolgerebbe altri Paesi.

