Il velo – in realtà bisognerebbe usare il plurale perché ne esistono diversi tipi – è l’esempio più vistoso della disparità di genere nei Paesi arabi. Anche se chi lo difende parla di «scelta libera» sappiamo perfettamente che – laddove non è un obbligo di legge come in Arabia Saudita ed Iran – la decisione è rimessa solo teoricamente alla donna. Esempi celebri come quelli di Rania di Giordania, Lalla Salma in Marocco, Asma al-Akhras in Siria, Suzanne Mubarak in Egitto e Leila Ben Ali in Tunisia rispecchiano solo in piccola parte la complessa realtà delle cose. Nonostante il tentativo di decostruzione da parte della dottrina più progressista dell’obbligatorietà del velo nell’Islam, infatti, le pressioni religiose e culturali molto spesso sono così forti da non lasciar alcuno spazio alla presunta autodeterminazione femminile.Tuttavia – come rivela un sondaggio condotto dalla Fondazione Thomson Reuters – il dibattutissimo velo è solo uno degli aspetti che insistono sulla difficile condizione della donna mondo arabo. Il diritto alla maternità, il trattamento all’interno della famiglia, l’integrazione nella società e la presenza di comportamenti violenti diffusi sono gli indicatori considerati dall’indagine che – nel 2013 – aveva eletto l’Egitto il paese peggiore – dei 22 della Lega Araba più la Siria – per le donne. Il più accogliente?
La Repubblica Federale Islamica delle Comore.
Il 7 dicembre 2016 – nel Paese simbolo delle primavere arabe – Azza Soliman – fondatrice del Centro di assistenza legale alle donne egiziane – è stata arrestata. «È l’ultimo raggelante esempio della sistematica persecuzione», aveva denunciato Amnesty International. Nel Cairo di al-Sisi – più laico del governo di Mohammed Morsi e dei Fratelli Musulmani – secondo Amnesty è in atto «un’escalation nell’uso di tutta una serie di tattiche repressive che hanno lo scopo di intimidire e ridurre al silenzio le voci critiche». La stretta di al-Sisi sulle Ong impegnate nel campo dei diritti umani inevitabilmente si ripercuote sulla popolazione femminile. Nei villaggi egiziani donne e ragazze vengono ancora considerate merce di scambio e vendute per qualche migliaio di sterline locali al miglior offerente. Il 99% delle egiziane afferma inoltre d’aver subito molestie in strada da parte di gruppi di persone ed agenti statali. Le mutilazioni genitali femminili (Mgf) – proibite nel 2008 – restano una piaga: secondo l’Unicef il 91% delle donne egiziane ha subito questa pratica e nel 77% dei casi per mano di un medico.
Bollino nero anche in Iraq dove l’8% della popolazione femminile è stata sottoposta alle Mgf. A suonare il campanello d’allarme era stato lo studio realizzato dalla Thomson Reuters Foundation secondo cui il Paese è «più pericoloso per le donne oggi che ai tempi di Saddam Hussein». «In Iraq, dove sotto Saddam le donne lavoravano – aveva spiegato Monique Villa, la CEO di Thomson Reuters, a Il Corriere – l’invasione americana non ha migliorato la loro vita: ha lasciato 1,6 milioni di vedove ed un tasso femminile di occupazione al 14,5%». Sulle macerie fumanti di quelle statistiche s’innestano le nuove. E con l’ascesa dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (Isis) nel 2014 si è scatenata una nuova ondata di crimini e violenze a danno della popolazione femminile. Uno studio condotto dalla Human Right Watch nella città di Dohuk – nel gennaio e febbraio 2015 – ha documentato un sistema di stupri organizzati e violenze sessuali, di schiavitù sessuale, oltre che di matrimoni forzati perpetrati dai miliziani dell’Isis.
Anche nella vicina Siria, dove – nel 2010 – il niqab (velo islamico integrale) era stato bandito dalle università del Paese proprio per evitare la diffusione dell’estremismo islamico, la situazione è precipitata a causa dell’avvento del Califfato. Emblematiche in tal senso le foto scattate lo scorso agosto a Manbij – ex roccaforte dell’Isis a nord della Siria – che ritraggono le donne dare alle fiamme i loro burqa dopo la cacciata dei tagliagole.L’avvocato Salwa Bugaighis – una della voci più attive contro l’estremismo islamico – è stata freddata nel 2014 da cinque uomini armati che hanno fatto irruzione nel suo appartamento di Bengasi: nemmeno il caos della Libia ha favorito l’emancipazione femminile.
Ed anzi. È l’ennesimo Paese mediorientale dove la caduta del regime autoritario del colonnello Muhammar Gheddafi (2011) non è andata a beneficio delle donne e della loro inclusione bensì dell’estremismo. Anche nella città di Sirte – che diede i natali all’ex rais – era arrivato lo Stato Islamico in Libia (Isil) con le sue leggi, i suoi tribunali e la sua polizia. Inoltre, molti dei vecchi oppositori di Gheddafi si sono arricchiti con il business del traffico di esseri umani, vero e proprio calvario per i soggetti vulnerabili come le donne. Amnesty International ha diffuso le testimonianze di 15 giovani donne ripetutamente stuprate ed abusate dai trafficanti di uomini nei magazzini dove i migranti aspettano di lasciare le coste libiche alla volta dell’Europa. «Le guardie bevevano e fumavano hashish – ha raccontato un’eritrea di 22 anni – e poi venivano a scegliere la donna che volevano e la portavano fuori. Le donne provavano a rifiutare, ma avevi una pistola puntata alla testa, non avevi davvero una scelta se volevi sopravvivere. Sono stata stuprata due volte da tre uomini… Non volevo morire».
Oltre a questi casi, donne e ragazze, vengono discriminate dalla legge e dalla prassi in tutti i Paesi della regione araba: in Giordania, ad esempio, chi stupra una donna può eludere la giustizia sposandola, in Arabia Saudita le donne sono sottoposte ad un rigido sistema di tutela maschile ed in Qatar possono guidare solo con l’autorizzazione del marito. Eppure nei paesi politicamente instabili o che hanno attraversato una fase d’instabilità la “primavera araba” dei diritti e della parità sembra non esser mai cominciata, mentre nelle nazioni dove la rivolta non è arrivata e nelle teocrazie islamiche la condizione della donna – seppur ancora lontana dagli standard occidentali – è rimasta essenzialmente invariata.



