Sitavva Dundappa Jodatti, i cui occhi scuri guardavano con sfida un mondo il cui destino era inscritto nella collanina di perle delle devadasi, ha dovuto combattere contro una tradizione antichissima. La sua figura risoluta è diventata l’espressione di una nuova generazione pronta a lottare per l’emancipazione di migliaia di bambine e donne segnate da quelle perle maledette. Nel 2018, il presidente Ram Nath Kovind l’ha premiata con il Padma Sri, uno dei più alti riconoscimenti dell’India, per il suo instancabile lavoro volto a sradicare il dramma delle devadasi.

Nella zona di confine tra gli stati indiani di Karnataka, Maharashtra e Telangana, dove le rive dei fiumi abbracciano le colline intrecciandosi a leggende millenarie, ebbe inizio il culto della dea Yellamma. I genitori poveri di queste aree rurali “dedicano” le figlie alla dea fin dai quattro anni, destinando le bambine a una vita di abusi e di sfruttamento sessuale. La loro verginità viene venduta all’asta al miglior offerente ed esse diventano “spose” di un tempio o di una divinità, spesso ancor prima di raggiungere la pubertà. Costrette a una vita da prostitute per i ceti più ricchi della comunità, esse sono, come riassume un detto in Marathi, “Devadasi devachi bayako, sarya gavachi“, ovvero “Serve di Dio, ma mogli di tutta la città”.

Due devadasi hanno descritto con franchezza la loro esperienza al The Guardian. L’uomo che comprò la verginità di Roopa le tagliò la vagina con un rasoio. Era stata “dedicata” a nove anni. Malgrado sognasse di diventare insegnante e non sopportasse di essere toccata dagli uomini, a 16 anni dovette rassegnarsi al suo destino, ben consapevole di essere l’unica risorsa economica della sua famiglia. L’altra giovane donna, Parvatamma, ha finito per contrarre l’Aids ed è dovuta tornare a casa nel suo villaggio. La sua verginità era stata venduta e, a soli 14 anni, aveva partorito una bambina. In poco tempo, finì per lavorare come prostituta in una zona squallida di Mumbai. “Siamo una comunità maledetta, gli uomini ci usano e ci buttano via”, ha detto, preoccupata per sua figlia. “Io presto morirò, chi si prenderà cura di lei?”. Eppure, nonostante il trauma subito, Parvatamma ha scelto di destinare la sua bambina allo stesso sistema che l’ha condannata a morte. Ma questa non è una cosa insolita per le devadasi, laddove mancano altre opportunità e domina una burocrazia antiquata. Le vecchie usanze dettano che la figlia di una devadasi debba esserlo anche lei.

La triste realtà è che la loro vita viene trasformata in un’esistenza disumana. Sono poco più che schiave del sesso per predatori sessuali e, se anche sopravvivono alla dilagante minaccia delle malattie trasmesse sessualmente, una volta che la loro bellezza sia sfiorita, vengono buttate in mezzo alla strada e costrette ad affrontare la miseria e a vivere di elemosine.

Sitavva aveva implorato i genitori di permetterle di guadagnare con i lavori agricoli, ma essendo la famiglia estremamente povera, con nove ragazze e nessun figlio maschio, le sue suppliche erano cadute nel vuoto. A sette anni venne ordinata devadasi. Fu offerta a un uomo che, in cambio, diede alla sua famiglia un sostegno economico. In seguito, sua madre ottenne che venisse trasferita presso un uomo più ricco, che avrebbe potuto pagare molto di più. Ben presto, però, il denaro che questi aveva corrisposto si ridusse a così poco da bastare appena per le granaglie alimentari. E all’età di 17 anni, Sitavva aveva già partorito tre bambini.

Col tempo, Sitavva cominciò a viaggiare con altre ex devadasi e a parlare pubblicamente contro questa usanza. Infine, divenne membro del Mass (Mahila Abhivarudhi Mattu Samarakshana Samsthe), una Ong che si batte per l’abolizione del sistema devadasi. Negli ultimi trent’anni, Sitavva ha salvato oltre 4mila donne e creato programmi di riabilitazione che includono sostegno finanziario, salute sessuale e istruzione al lavoro. Nel 2012, è diventata amministratore delegato del Mass. Microgram, un’organizzazione che offre opportunità sostenibili ai meno abbienti per generare reddito, opera in associazione con il MASS. Nel corso degli anni, ha aiutato centinaia di ex devadasi, fornendo loro microcrediti a basso costo.

Krishnamurthy Naidu, capo operativo di Microgram, ha dichiarato: “Il sistema devadasi è prevalente soprattutto in alcune zone del Maharashtra meridionale e del Nord Karnataka. Il 99% delle ragazze nasce da povere famiglie dalit, gli ‘intoccabili’, il gruppo sociale più basso del sistema indiano delle caste. Una volta che una bambina è stata ‘dedicata’, non si sposa e non partecipa a certi rituali socio-religiosi della comunità locale. Questo avviene a causa di valori e credenze tradizionali, e di fattori economici. Molte delle ex devadasi di prima generazione venivano ‘dedicate’ per una varietà di motivi: per esempio, i genitori non avevano figli maschi che si prendessero cura di loro in vecchiaia, o un familiare aveva problemi di salute, o il raccolto era andato perduto, oppure ai genitori era capitata una qualsiasi altra disgrazia. Se la famiglia era devota alla dea Yellamma, che portava pioggia per un buon raccolto nel villaggio, e se una bambina aveva i capelli arruffati, credevano che Yellamma la volesse per sé”.

Nel 1982, fu introdotta la Karnataka Devedasis (divieto di dedicazione), una legge che vieta la tradizione devadasi. Tuttavia, nelle zone più remote del Paese, superstizione e strategia della paura vanno di pari passo. Le minacce degli dei, che si fanno vendicativi se una ragazza non diventa devadasi, sono temute e numerose. Il governo ha tentato di attuare delle misure per affrontare il problema e aumentare la consapevolezza. Un numero crescente di volontari e di ex devadasi si stanno attivando per proteggere le bambine. Nel gennaio del 2019, migliaia di devadasi provenienti da tutto il Karnataka hanno tenuto una manifestazione per attrarre l’attenzione sul loro dramma. Krishnamurthy ammette che non viene ancora fatto abbastanza e ha spiegato: “Sebbene questa pratica sia stata vietata nel Karnataka per legge, fin dal 1982, la tradizione è sopravvissuta nella regione a causa di fattori socio-economici e della scarsa applicazione della legge. Quindi, è importante che queste donne acquisiscano le giuste competenze e siano aiutate finanziariamente perchè possano mantenere se stesse e la loro famiglia”.

Non c’è dubbio che l’India abbia un disperato bisogno di una revisione più approfondita delle questioni di genere. Una pratica retrograda, che assicura un rifornimento continuo di concubine e perfino di bambine alla mercé di deviati sessuali con la scusa della religione, non è una religione che si debba seguire. Un dio che promuova lo stupro sistematico e la privazione dei diritti umani fondamentali non è un dio degno di adorazione.