Negli ultimi giorni, l’arresto di Cecilia Sala ha riportato l’attenzione sul legame profondo tra il regime iraniano e la repressione femminile nelle sue prigioni. Tuttavia, in ombra rimane il dolore di tante altre figure, imprigionate da anni in quelle stesse mura per aver osato lottare per i diritti umani e per un’idea di società più giusta. Sono donne che non si limitano a vivere la resistenza, ma la incarnano, trasformando le loro storie in una ferita collettiva.
Alcune di queste storie si insinuano sottopelle, strisciano come un brivido gelido che non lascia scampo. Altre, invece, deflagrano, sono schegge impazzite che travolgono, feriscono, ma rivelano con la loro forza un’umanità che si rifiuta di cedere. Le vite di Pakhshan Azizi, Zeinab Jalalian e Verishe Moradi sono entrambe le cose: il dolore si annida nei loro corpi segnati dalla tortura, ma anche nel silenzio che circonda le loro grida. Un recente dossier diffuso dall’Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia, ci ricorda che le loro ferite sono le pennellate con cui la vita dipinge i suoi quadri più intensi. Ogni lacrima è un colore che dà forma a un’opera d’arte fatta di dolore, ma anche di speranza.
L’Iran è un fiore che sboccia in un deserto di sabbia, una luce di speranza in un mondo aspro e inospitale. Da un lato, c’è l’immagine scintillante di un Paese che celebra le sue donne nei campi della scienza, dell’arte e della letteratura; dall’altro, ci sono le ombre lunghe di un regime che le teme, le schiaccia, le perseguita. È un combattimento impari, dove l’istruzione è l’unica via d’uscita e l’oppressione un labirinto senza fine. Le leggi, invece di illuminare il cammino, sono trappole per catturare i sogni. Per le donne delle minoranze etniche e religiose, come le curde e le baluci, questa dinamica si fa ancora più feroce. Non sono solo donne, sono etichette, “altre”, figlie di un’alterità che le condanna due volte. Discriminazione nell’accesso all’istruzione, violenza di Stato, povertà cronica. Ogni passo verso la libertà diventa un passo verso un abisso di restrizioni e privazioni.
Pakshan Azizi, assistente sociale curda di Mahabad, è stata condannata a morte nel luglio 2024 dalla Corte rivoluzionaria di Teheran. La sua colpa? Aver aiutato donne e bambini sfollati nel nord-est della Siria. Arrestata nell’agosto 2023, torturata e accusata falsamente di ribellione, Pakshan è diventata un’incarnazione della repressione iraniana contro le minoranze etniche e le attiviste per i diritti umani. La sua storia è un documento storico, una testimonianza dell’orrore che si consuma in Iran. Non è solo la sua sofferenza, ma quella di un popolo che si batte per la propria libertà. È un dolore che ci ricorda che la lotta per i diritti umani è ancora lunga e difficile.
Poi c’è Zeinab Jalalian. Zeinab è un’isola che affonda in un mare di sofferenza. Una donna, un’idea, una fiamma che il vento della tirannia cerca di spegnere. La sua prigionia è un’allegoria della condizione femminile in Iran, un sistema che reprime, umilia, annienta.
Zeinab vive rinchiusa in una cella da oltre quindici anni. Un tempo che si è trasformato in un abisso, cominciato nel 2008 quando fu accusata di appartenere al PJAK, il Partito della Vita Libera del Kurdistan. Un’accusa mai dimostrata e che lei stessa ha sempre negato, ma sufficiente a condannarla a una detenzione che oltre ad essere fisica, è anche un ergastolo dell’anima. Torturata, lasciata senza cure mediche nonostante gravi malattie, Zeinab è diventata il volto di un’ingiustizia che si consuma in silenzio. In Iran, milioni di donne condividono lo stesso destino fatto da discriminazioni, molestie quotidiane, violenze sistematiche. Eppure, per decenni, figure come quella di Zeinab hanno avuto il coraggio di alzarsi in piedi e rischiare tutto, chiedendo un futuro in cui il rispetto dei diritti umani non sia più un’utopia.
Zeinab aveva dedicato il suo impegno a emancipare le donne della minoranza curda e a promuovere l’autodeterminazione. Un’azione che il regime iraniano ha trasformato in una colpa capitale. Oggi, la sua esistenza si consuma in una cella sperduta, lontana chilometri dalla sua famiglia. I suoi genitori, ormai anziani, faticano a raggiungerla, e il loro affetto è diventato un ricordo sbiadito da interminabili anni di separazione. Durante la detenzione, Zeinab ha subito percosse e minacce di violenza sessuale. Gli interrogatori del Ministero dell’Intelligence non si limitano a tormentarla, le ricordano che, finché non cederà a fare confessioni false e a collaborare con loro, le saranno negati il diritto alle cure mediche e il conforto di vedere la sua famiglia.
Intanto, la salute di Zeinab si deteriora giorno dopo giorno. Ha difficoltà a respirare e rischia di perdere completamente la vista. La sua famiglia, impotente, attribuisce le sue condizioni alle ferite fisiche e psicologiche subite sotto tortura. Un corpo che cede, ma un’anima che ancora resiste.
Eppure, c’è qualcosa di straordinario in questa donna che ha già perso tutto, tranne la speranza. Il suo caso ha attirato l’attenzione mondiale, ma le condanne della comunità internazionale sembrano non scalfire l’arroganza del regime iraniano, che si erge come una pietra liscia, impermeabile a ogni appello. E quella pietra non smette di diventare sempre più pesante, schiacciando non solo Zeinab, ma anche il fragile ideale di giustizia che continua a tenere accesa una piccola luce in un mondo troppo spesso avvolto nell’oscurità.
Come ultimo caso rappresentativo, non meno drammatico rispetto agli altri già trattati e a tutti quelli che restano nell’ombra, c’è Verishe Moradi. Attivista curda, leader comunitaria, Il suo nome è sinonimo di una forte ispirazione per tutti coloro che lottano per un futuro migliore attraverso lo studio. Per Verishe, insegnare era resistere, trasformare l’ignoranza imposta in consapevolezza, l’oppressione in un riscatto collettivo. Ma nel 2021, durante le proteste, il regime l’ha strappata alla sua missione, arrestandola con l’accusa di “Baghi” – ribellione armata – senza che vi fosse alcuna prova concreta a sostegno di questa imputazione.
Dissidente della minoranza etnica curda, oppressa e umiliata in Iran, Verishe rischia oggi l’esecuzione. La sua condanna a morte, emessa nel novembre 2024 da una Corte rivoluzionaria di Teheran, è il frutto di un processo farsa. La sentenza, motivata dall’accusa di “ribellione armata contro lo Stato”, ignora ogni denuncia di tortura e maltrattamenti subiti in detenzione, mai degnati nemmeno di un’indagine superficiale. Ora, il suo appello giace in sospeso presso la Corte Suprema, come se anche il tempo si fosse alleato con chi vuole spegnere la sua voce.
Zeinab, Pakshan e Verishe sono solo tre nomi, ma dietro di loro ci sono centinaia di storie simili. Storie che parlano di un sistema che usa il corpo delle donne come campo di battaglia, di una guerra dove non ci sono vincitori, solo vittime.
Le prigioni iraniane sono laboratori del dolore, spazi dove il corpo viene spezzato per spezzare l’anima. Per le donne, queste prigioni diventano il teatro di una doppia oppressione: di genere e politica. Tortura, isolamento, negazione delle cure mediche, processi sommari. Ogni dettaglio è un capitolo di un manuale della repressione. È per questo motivo che diventa sempre più necessaria un’azione concreta, una pressione costante. Revocare le condanne a morte, indagare sugli abusi, abolire la pena capitale. E, soprattutto, ascoltare le storie di queste donne, amplificarle, renderle impossibili da ignorare.

