È un primato mondiale che non merita plausi e elogi, anzi, è una preminenza dell’onta e della colpevolezza quella che lo Stato saheliano del Niger vanta a livello planetario: il Paese africano è infatti il primo stato al mondo per numero di matrimoni forzati e precoci. Un triste, volgare e violento traguardo che da anni continua ad essere di predominio di Niamey.

Nella nazione africana la piaga dei matrimoni dei minori e, anche dei bambini, è diffusa da anni. Un quarto delle ragazzine sono date in sposa prima dei 15 anni, molte altre prima dei 18 e negli ultimi vent’anni la situazione non è migliorata e non ci sono stati progressi.

Stando a un report pubblicato dall’ong Save The Children i matrimoni forzati affliggono tutta la società nigerina, ma le realtà ad essere maggiormente colpite da questa situazione sono quelle rurali dal momento che i matrimoni precoci e forzati interessano soprattutto la fascia più povera e non scolarizzata della popolazione.

Il Civil Code nigerino fissa l’età minima per sposarsi a 18 anni per i ragazzi e a 15 per le ragazze ma nonostante ciò diversi matrimoni coinvolgono adolescenti che hanno meno di 15 anni. I perché di questa problematica, il report dell’ong internazionale, li cerca in diversi fattori. Innanzitutto un analfabetismo diffuso e una mancanza di scolarizzazione fanno si che manchi un’effettiva conoscenza dei rischi fisici e sociali a cui sono esposte le bambine che si sposano precocemente. E poi c’è una ragione socio culturale che il documento di Save The Children spiega in questi termini: i matrimoni precoci impediscono che la giovane possa rimanere incinta al di fuori del matrimonio, il che sarebbe una grande vergogna per la famiglia, inoltre il matrimonio conferisce status sociale alle donne, o ragazze, che vengono viste principalmente come mogli e madri e infine un matrimonio precoce per le famiglie significa anche ridurre gli oneri della cerimonia ed è considerata una strategia di sopravvivenza economica da parte della famiglia della sposa poichè rafforza l’unione tra le due famiglie.

Oggi però un movimento di reazione da parte delle stesse donne, vittime di questa tradizione, sta avvenendo. A raccontare questa rivoluzione è il media qatariota Al Jazeera che, attraverso un documentario interattivo, ha portato sotto i riflettori la storia di Naffissa che oggi ha ventidue anni, è stata vittima di un matrimonio precoce e forzato e ora, grazie al supporto di organizzazione locali, è divenuta un’ambasciatrice della battaglia contro le unioni precoci e viaggia in tutto il Paese portando la sua testimonianza e sensibilizzando le donne e le famiglie su questa realtà. L

a giovane sposa che si è ribellata a questo retaggio sociale ha così descritto il suo vissuto: ”Io mi sono sposata a quattordici anni con uomo che ne aveva 34. Il matrimonio fu organizzato da mio zio. All’inizio ero contenta perché pensavo che avrei potuto continuare a studiare, poi però le cose sono cambiate, mio marito mi ha picchiata e mi ha costretta a fare sesso con lui quando avevo 15 anni. Sono rimasta incinta. La prima volta però ho perso il bambino. La seconda volta che sono rimasta incinta è stato il momento in cui ho deciso di ribellarmi e quindi sono scappata”.

Naffissa poi si è nascosta da un’ amica di famiglia, ha partorito e dopo ha iniziato a lavorare con le organizzazioni locali per cercare di combattere la piaga dei matrimoni forzati attraverso un lavoro culturale a stretto contatto con le famiglie e le comunità rurali. Oggi una delle associazioni più impegnate su questo fronte è Sos e, l’articolo di Al Jazeera, attraverso un’intervista a un’operatrice di quest’organizzazione fa sapere che i casi di ragazzine che scappano dopo i matrimoni e si rifugiano presso la sede dell organizzazione non governativa in cerca di protezione e aiuto sono in aumento, ma allo stesso l’operatrice informa che il fenomeno continua ad essere, molto, troppo diffuso e la battaglia affinché questa pratica cessi è solo all’inizio.

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