Supererebbero di gran lunga le 200milioni di unità le donne che nel mondo ancora oggi hanno subito la mutilazione – parziale o totale – dei propri genitali, stando all’ultimo rapporto dell’Onu e riportato dalla testata giornalistica The GuardianTale fenomeno non ha riscontrato una decisa diminuzione dei numeri, contrariamente a quanto atteso dalle organizzazioni internali, che anzi hanno richiesto un censimento maggiore soprattutto per quanto riguarda l’Africa, in quanto si teme che errate rilevazioni mediche nascondano dati ben più importanti.

Da un lato per non interferire con i costumi popolari e dall’altro per non perdere il favore della popolazione, troppo spesso i governi locali hanno sorvolato sulla questione, non combattendola adeguatamente. E nonostante le promesse di abolizioni firmate da 93 Paesi a livello mondiale entro il 2030, la sensazione è che la strada da percorrere sia ancora molto lunga.

La pratica non si limita alla sola Africa

Sebbene la quasi totalità delle pratiche siano effettuate nel continente africano e nell’Asia meridionale, molti casi sono stati riscontrati anche in Europa – dove si stimano 600mila amputazioni – in America e nell’Oceania. In parte dovuta all’importazione della pratica da parte dei migranti dal Paese di origine, le dimensioni del fenomeno hanno sollevato più di una preoccupazione da parte degli osservatori internazionali. In primo luogo in quanto le operazioni – nella maggioranza dei casi – verrebbero svolte all’interno delle mura domestiche, con medici improvvisati, in precarie condizioni igieniche e col rischio di danni alla persona che subisce il trattamento. In secondo luogo poiché in accordo con i diritti internazionali rappresenta una violazione dei diritti della donna, privata in tutto o in parte di una componente importante della propria esistenza.

Il dato più preoccupante proviene però dagli Stati Uniti, dove si stima che a subire l’amputazione o a rischiare di subirla siano oltre 500mila ragazze, con alcuni Stati – quali il Kentucky – che addirittura non proibiscono la pratica a livello legislativo.

Le donne non meritano di provare piacere

Alla base della pratica ci sarebbero precise motivazioni – fondate sulla cultura indigena dell’Africa e dell’Asia meridionale – in base alle quali donne debba essere negata la possibilità di provare piacere durante l’atto sessuale. Questa prerogativa, infatti, sarebbe esclusiva dell’uomo, relegando alla donna il semplice compito biologico legato al ciclo riproduttivo. Tale visione mantiene la propria predominanza in buona parte dell’Africa, in un ambiente nel quale la figura è posta ancora in secondo piano rispetto alla controparte maschile e tale considerazione contribuisce al mantenimento di tutte quelle pratiche dolorose ed umilianti ampiamente diffuse ancora nel XXI secolo.

Non è soltanto una violenza fisica

Oltre ad essere dolorosa ed in certi casi pericolosa, l’amputazione dei genitali è da un lato fonte di vergogna e dall’altro di sottomissione della donna alle volontà dell’uomo, sin da quando è ancora bambina. Da pura violenza fisica, ben presto essa si trasforma in violenza psicologica, in grado di cambiare la percezione degli equilibri del mondo da parte di chi l’ha subita e renderla ulteriormente succube del sistema, favorendo la sua continuazione nelle generazioni. E per invertire questa tendenza non sono sufficienti delle semplici misure legislative: l’obbligo è quelle di intervento anche sulla prevenzione e sull’istruzione della componente femminile della società.

Nonostante le Nazioni unite si siano mosse per ottenere un quadro più dettagliato, i numeri del fenomeno evidenziano già da soli come la piaga vessi circa un decimo della popolazione femminile mondiale: in una situazione difficile da cambiare nell’arco di pochi anni. Fortemente radicata soprattutto nelle culture più antiche, cambiarne la percezione risulta decisamente più complicato, con le donne che – ancora una volta – risultano essere le schiave della nostra incapacità di non sradicare errati comportamenti del passato.