Manahel al-Otaibi ha 29 anni ed era istruttrice di fitness e attivista per i diritti delle donne in Arabia Saudita. Il 9 gennaio 2024 è stata condannata in un’udienza segreta a 11 anni di carcere per “reati di terrorismo”, ma la sua unica colpa è stata condividere post sui social e non aver indossato gli abiti giudicati adeguati dallo Stato.
Durante la detenzione è stata vittima di torture, fisiche e psicologiche, e isolamento e ora non si hanno sue notizie da quasi due mesi. Amnesty International ha denunciato la sua sparizione forzata, sollevando dubbi sulle riforme saudite e sul destino degli attivisti detenuti e invitando a firmare un appello per la loro liberazione.
Cosa è successo
La vicenda ha avuto inizio nel 2022, quando Manahel svolgeva la sua attività sui social, in particolare con tweet a sostegno dei diritti delle donne. A risultare determinanti, sono state alcune foto su Snapchat durante una giornata al centro commerciale in cui si è mostrata senza l’abaya, una tunica tradizionale che le donne saudite sono tenute ad indossare per coprire il proprio corpo.
Manahel è stata arrestata il 16 novembre 2022 con l’accusa di aver violato la legge sui reati informatici. Tra il 5 novembre 2023 e il 14 aprile 2024 è stata vittima di sparizione forzata: per cinque mesi, le autorità carcerarie e altri organi statali hanno negato informazioni sulla sua sorte e le hanno impedito qualsiasi contatto con l’esterno. Solo successivamente ha potuto finalmente comunicare con la famiglia, raccontando la sua esperienza di isolamento nella prigione di al-Malaz, a Riad. Ha riferito di essersi fratturata una gamba a seguito di un pestaggio brutale mentre era in custodia e di non aver ricevuto cure mediche. Le autorità saudite hanno smentito queste affermazioni. Il 1° settembre, in un altro raro contatto con i familiari, ha denunciato di essere stata nuovamente messa in isolamento, aggredita da altre detenute e sottoposta a violenze fisiche da parte delle guardie carcerarie.
La testimonianza della sorella Fawzia
Secondo la testimonianza di Fawzia al-Otaibi, sorella di Manahel, rilasciata ad Amnesty International, “poco prima di perdere i contatti con lei, Manahel ci aveva detto che era stata picchiata da una detenuta. Sono preoccupata per quello che le succederà, di fronte a un tribunale ingiusto. Ecco come le donne saudite vengono trattate. Le autorità cercano di nascondere questa realtà raccontando ai media altre storie. Ogni attività che promuove il femminismo e i diritti delle donne viene criminalizzata”.
Fawzia è scappata nel Regno Unito e non può fare ritorno in Arabia Saudita, dove rischierebbe l’arresto per aver guidato una campagna volta a incoraggiare le donne saudite a mettere in discussione i principi religiosi e a opporsi alle tradizioni culturali del Paese. L’accusa riguarda l’uso dell’hashtag #society_is_ready, con cui avrebbe sostenuto l’emancipazione femminile e la fine del sistema di tutela maschile. Anche sua sorella Maryam era stata arrestata e successivamente rilasciata nel 2017 con accuse analoghe.
Da due mesi non si hanno notizie di Manahel, l’ultimo contatto telefonico con la famiglia risale al 15 dicembre scorso. Le autorità continuano a ignorare le richieste dei suoi familiari, comprensibilmente angosciati per le sue condizioni di salute. Oltre ai maltrattamenti subiti in carcere, Manahel soffre infatti di sclerosi multipla, rendendo ancora più urgente la necessità di assistenza medica e trasparenza sulla sua situazione.
Le accuse
Tra le accuse rivolte a Manahel c’è quella di aver chiesto l’abolizione delle oppressive leggi sulla tutela maschile, utilizzando l’hashtag #EndMaleGuardianship.
Il Tribunale Penale Speciale, ufficialmente incaricato di trattare casi di terrorismo, viene spesso utilizzato per processare dissidenti e difensori dei diritti umani. Per questo, Manahel deve affrontare gravi accuse, tra cui la “violazione dei principi religiosi e dei valori sociali”, la “minaccia alla sicurezza della società” e la “pubblicazione e diffusione di contenuti che mostrano peccati in pubblico e incitano a mettere in discussione i principi religiosi”.
L’accusa di terrorismo emessa il 9 gennaio 2024 è stata un chiaro tentativo di distorcere la realtà dei fatti. La Rappresentanza permanente dell’Arabia Saudita a Ginevra ha manipolato la vicenda, dichiarando Manahel al-Otaibi colpevole di “reati di terrorismo” in base agli articoli 43 e 44 della legge antiterrorismo. Questa legge criminalizza chiunque “crei, avvii o utilizzi un sito web o un programma su un computer o su un dispositivo elettronico (…) o pubblichi informazioni sulla fabbricazione di ordigni incendiari, esplosivi o di qualsiasi altro dispositivo utilizzato per crimini terroristici”, oltre a chiunque “diffonda o pubblichi, con qualsiasi mezzo, notizie, dichiarazioni false, calunnie o simili per commettere crimini terroristici”.
Non è un caso isolato: le promesse infrante di Bin Salman
Il caso di al-Otaibi non è isolato, ma fa parte di una serie di azioni repressive nei confronti della libertà di espressione in Arabia Saudita. I tribunali locali hanno infatti condannato a lunghe pene detentive molte persone per aver espresso le loro opinioni sui social media, comprese diverse donne, fra le quali Salma al-Shehab, dottoranda dell’Università di Leeds e attivista per i diritti delle donne, condannata a 27 anni di carcere, Fatima al-Shawarbi, condannata a 30 anni di carcere per aver twittato in forma anonima opinioni sui prigionieri politici, sui diritti delle donne e sulla disoccupazione, Sukaynah al-Aithan condannata a 40 anni e Nourah al-Qahtani a 45 anni.
Queste condanne sono in evidente contraddizione con la narrativa promossa negli ultimi anni dal principe ereditario Mohammed bin Salman, che aveva dichiarato l’intenzione di allentare progressivamente le restrizioni imposte alle donne in Arabia Saudita. Mentre il governo presenta al mondo un’immagine di riforme e modernizzazione, i casi come quello di Manahel al-Otaibi dimostrano che la repressione contro chiunque osi chiedere reali cambiamenti rimane una dura realtà nel paese.
Nonostante alcune modifiche alle restrizioni per le donne, molte pratiche discriminatorie restano in vigore e la legge sullo status personale del 2022 ha codificato invece di abolire elementi del sistema di tutela maschile. Manahel al-Otaibi, che inizialmente aveva creduto nelle promesse di riforma del principe Mohammed bin Salman, aveva lodato i cambiamenti, come le modifiche al dress code e la libertà di esprimere le proprie opinioni. Tuttavia, è stata arrestata proprio per aver esercitato esattamente quelle libertà.

