43 anni, il velo poggiato sui capelli e lo sguardo fiero, Aisha, avvocatessa libica, attivista per i Diritti Umani e unica figlia superstite del defunto Colonnello Muammar Gheddafi, torna sotto i riflettori il 3 gennaio 2020 con una dichiarazione rivolta al suo popolo. Dopo diversi anni di silenzio, la delfina dell’ex rais libico ha rilasciato, dall’Oman – dove è rifugiata dal 2015 insieme alla madre Safia Farkash – una dichiarazione ai suoi connazionali, prontamente diffusa dai media rimasti fedeli al precedente regime della Gran Giamahiria Araba Libica. Al centro del mirino vi sono le mire espansionistiche della Turchia di Recep Tayyip Erdogan il quale, a seguito del voto del Parlamento di Ankara del 2 gennaio ultimo scorso, ha inviato in Libia un contingente militare in sostegno al governo di Tripoli guidato da Fayez al-Sarraj.

Nel messaggio rilasciato, Aisha Gheddafi si è scagliata proprio contro la presenza turca nel suo Paese e ha incitato il suo popolo a scendere nelle piazze: “Quando le scarpe dei turchi poggeranno sul suolo del mio Paese, per il quale i nostri martiri hanno versato il loro sangue, se non vi sarà nessuno tra voi a respingere questa aggressione, lasciate la scena alla sete della Libia. Io stessa sarò in prima fila”.

Aisha Gheddafi, conosciuta anche come la “Claudia Schiffer del deserto” per il suo fascino e i lunghi capelli biondi è l’unica figlia femmina del colonnello Muammar Gheddafi e della sua seconda moglie, Safia Farkash.  Sopravvissuta, all’età di nove anni, ai bombardamenti americani del 1986 sul bunker di Bāb al-ʿAzīzīyya- dove peraltro perse la vita la sorellina adottiva Hana –  Aisha si è laureata in Legge, nel 2004, alla Sorbona di Parigi. Sempre nello stesso anno, la giovane avvocatessa ha fatto parte del collegio degli avvocati difensori per il processo a Saddam Hussein. A seguito della caduta del regime del padre, Aisha ha rilasciato pochissime dichiarazioni pubbliche, una alla radio, dall’Algeria, Paese in cui si rifugiò subito dopo la morte del padre – per poi riparare in Oman e in Eritrea – da dove, nel 2016, lanciò una serie di appelli rivolti ai libici col fine di restaurare la Grande Giamahiria, il sistema retto dal Colonnello Gheddafi dal 1977 al 2011. Per l’occasione, la giovane Aisha si propose come “Guida della Rivoluzione” e “madre della Libia” chiedendo, invano, la fiducia del popolo e dell’esercito libico.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
Leggi il reportage