Vulnerabili, sole e indebolite dalla condizione che le contraddistingue. Le donne siriane private della loro libertà a causa della guerra, in Libano, oggi ci arrivano così. E spesso l’epilogo è uno soltanto: la strada, cioè la prostituzione. Diventano l’anello più debole di una catena che le trasforma in merce di scambio, soprattutto quando sono più povere e più giovani. Sono al centro della tratta di esseri umani che interessa quell’area del mondo e rappresentano le vittime “ideali” perché senza diritti, senza identità e senza alcun tipo di difesa. La prostituzione, dunque, si trasforma presto nella loro quotidianità, ma è anche l’origine dei loro problemi con la giustizia. Perché in Libano, la pratica di offrire o comprare prestazioni sessuali è considerata illegale anche se esiste. Quindi, può capitare che chi vende il proprio corpo possa finire in carcere, anche se è un profugo di guerra.

Il sistema criminale

Lo sfruttamento della prostituzione, in Libano, non riguarda però soltanto le rifugiate siriane. È una rete ben più complessa, fatta di piccoli “protettori” che rispondono a un gruppo più ampio di trafficanti organizzati. Il sistema, però, raccontato da un’inchiesta di Daniela Sala per Al Jazeera, negli ultimi anni, è riuscito a individuare nei soggetti più deboli come i rifugiati o i profughi i bersagli perfetti. Tutti, nel commercio sessuale del Libano, infatti, sembrano essere più o meno coinvolti nella tratta di esseri umani e a confermarlo sono sia le fonti interne di sicurezza libanesi (come le Internal Security Forces), sia altre autorità di Beirut, le quali hanno chiarito come la catena di comando riporti a una rete ampia e collaudata di trafficanti organizzati.

Come funziona la legge

In Libano, la compravendita di un atto sessuale costituisce reato: l’articolo 523 del codice penale del Paese, infatti, punisce con una pena detentiva che va da un mese a un anno “qualsiasi persona che pratichi la prostituzione segreta o la faciliti”. Tuttavia, tecnicamente, nello Stato, la prostituzione sarebbe legale, anche perché, ufficialmente, la legge prevede la concessione di licenze per svolgere questo tipo di attività. Una sorta di vizio legislativo che crea, di fatto, zone grigie. Perché i permessi, che dovrebbero essere rilasciati dal governo, non sono stati più concessi dagli anni Settanta e oggi chi lavora come prostituta o è costretta a vendere il proprio corpo rischia l’arresto.

La storia di Mutanabbi Street

Come diversi Stati di confessione islamica, socialmente il Libano vive (da sempre) un rapporto conflittuale con la sessualità pubblica e la sua compravendita. Nel Paese la prostituzione è stata legalizzata dopo la prima guerra mondiale, quando il governo aveva deciso (come in altri luoghi del mondo) di concentrare quel tipo di attività in zone specifiche delle città. Mutanabbi Street, nella capitale, divenne il simbolo della libertà sessuale e il quartiere a luci rosse del centro di Beirut. Lì, nei primi anni del Novecento, le donne ricoprivano qualsiasi tipo di “ruolo”: accompagnatrici, padrone di case di tolleranza, semplici prostitute, ballerine, escort e, infine, ragazze costrette a vendere il proprio corpo a chiunque lo richiedesse. Un mondo di mezzo, a metà tra la normalità del quotidiano e la lontananza da esso. I bordelli a Mutanabbi Street erano sorvegliati dagli arsat, termine locale con cui venivano identificati i protettori. Secondo la legge libanese sulla prostituzione del 1931, che ne stabiliva anche le condizioni di lavoro, i bordelli si potevano suddividere in due gruppi: quelli pubblici e una forma di attività più privata. Durante la guerra civile, iniziata nel 1975, il movimento all’interno del quartiere a luci rosse diminuì e la zona venne distrutta.

Chi sono le prostitute oggi

In base a quanto riportato in uno studio del Dipartimento di Stato americano che si occupa di diritti umani, pubblicato la prima volta nel 2008, la maggior parte delle prostitute in Libano sono donne provenienti dai Paesi vicini, come l’Iraq, il Marocco, l’Egitto, ma anche dall’Europa orientale e dalla Russia. Dalla Siria molte sono arrivate dopo il 2011, cioè dopo l’inizio della guerra civile e attualmente sono loro l’anello più debole della catena che dalla tratta le porta direttamente sulla strada. Ci sono anche le ragazze che lavorano nei night club (e che quindi tecnicamente non fanno parte del sommerso, né dello sfruttamento): loro vengono monitorate dall’agenzia di controllo delle frontiere e ottengono, di solito, un permesso di soggiorno che non supera i sei mesi.

La prostituzione diventa un crimine

Dopo la guerra civile, terminata nel 1990, la prostituzione “segreta”, ovvero quella svolta senza alcun tipo di licenza (come accade ancora oggi), è diventata un crimine. E così, come testimoniato da diversi volontari che assistono senzatetto, tossicodipendenti, bisognosi e prostitute, chi è sfruttato vendendo il proprio corpo in Libano (in particolare nelle zone più periferiche), se arriva dall’estero, viene principalmente dall’Africa orientale o dalla Siria. Come raccontato dall’inchiesta di Al Jazeera, le donne interpellate dalle associazioni che si battono per i loro diritti vorrebbero lasciare la strada. Tuttavia, più di frequente, capita che siano cedute da un protettore a un altro, che si arricchisce sulla loro pelle.

La “camera di tortura”

In base a quanto riportato dall’inchiesta del network del Qatar, nel 2016, si era diffusa la notizia di 75 cittadine siriane, tutte vittime di tratta, tenute prigioniere per anni nel bordello “Chez Maurice”. Definito come “una camera di tortura” da diverse testimoni, i fatti divennero noti soltanto dopo la fuga di quattro donne rinchiuse in quegli spazi. La ong libanese Legal Agenda, che ha ascoltato il racconto di alcune prigioniere e che con la diffusione pubblica di quelle testimonianze ha fatto molto rumore, ha fatto in modo che il proprietario della struttura, un uomo d’affari libanese, fosse indagato e fermato. Rilasciato su cauzione, le audizioni sul caso sono state rinviate diverse volte e il processo sta per iniziare, ma con quasi quattro anni di ritardo.

La legge anti-tratta

Nel 2011, poco dopo lo scoppio del conflitto siriano, gli Stati Uniti avevano inserito il Libano nella lista degli Stati che risultavano non rispettare pienamente gli standard per combattere il fenomeno del traffico di esseri umani. E dopo la pressione esercitata da numerose organizzazioni (come anche Legal Agenda), il Libano ha approvato una nuova legge anti-tratta. Che, però, sembra non bastare per tutelare davvero i diritti di tutte le persone maggiormente esposte (principalmente donne e bambini) che dalla Siria in guerra arrivano nei Paesi vicini. I conflitti, infatti, favoriscono il traffico di persone e nonostante sia in vigore una norma che limiti il fenomeno, la corruzione riesce a rompere questo argine.

I finti matrimoni

In base ai dati emersi dall’inchiesta di Al Jazeera, i modi in cui donne e bambini siriani sono finiti nelle maglie dei trafficanti sono tanti: ci sono i finti matrimoni, in cui il “marito” in realtà è il faccendiere a cui viene venduta la persona; ci sono i reclutamenti forzati nelle zone di confine o nei campi profughi oppure veri e propri atti di compravendita tra famiglie e criminali. In Libano, molte organizzazioni non governative e associazioni a difesa di diritti umani ritengono che per proteggere i profughi nell’area non siano attuate azioni sufficienti. E, secondo le autorità, il traffico sessuale può avvenire in due modi: o attraverso anelli altamente organizzati che operano in strutture (come “Chez Maurice”) o attraverso l’utilizzo di “agenti liberi”, che fungono da veri e propri reclutatori. Ma non esiste alcun tipo di prostituzione in Libano che non sia collegata ai principali trafficanti.

Nessuna fiducia, poche denunce

Come ricostruito da Al Jazeera, il capo dell’unità anti-tratta della ong “Kafa”, Ghada Jabbour, che di solito si concentra principalmente sulla violenza di genere, una delle motivazioni che favorisce l’intensificarsi di fenomeni di questo tipo è da rilevare nella totale mancanza di fiducia nel sistema governativo libanese. Molte vittime, soprattutto quelle straniere, tendono a non chiedere aiuto e a non denunciare gli episodi che le riguardano in prima persona. Inoltre, non esiste nemmeno un programma di sensibilizzazione per chi è oggetto di violenza (che molto spesso nemmeno riconosce). Come è accaduto per il caso “Chez Maurice” uno dei problemi più evidenti nel contenimento del fenomeno della tratta è la corruzione. A più livelli. Nell’agosto del 2018, per esempio, il capo dell’Ufficio che si occupa del traffico di esseri umani e la protezione morale dell’ISF, Johnny Haddad, è stato arrestato con l’accusa di corruzione.

I numeri “sommersi”

Nel Paese arabo a confine con la Siria in guerra, la più alta concentrazione di vittime della tratta sessuale finisce sia nella capitale, sia a Jounieh, una città costiera a circa dieci chilometri a nord di Beirut. Secondo quanto riportato da un ufficiale del General Directorate of General Security, l’agenzia di intelligence libanese, al network del Qatar, in queste aree, sarebbero almeno 800 le donne costrette a prostituirsi. I numeri, però, potrebbero essere molto più alti di così, anche perché molto difficili da accertare, a causa della natura nascosta del problema. E se nel 2017, l’anno più recente per il quale sono stati forniti gli ultimi dati disponibili, le Internal Security Forces hanno parlato ufficialmente di 29 vittime di tratta (di cui 10 libanesi e 13 siriane), le cifre sicuramente risultano più elevate, con migliaia di persone coinvolte. A ipotizzarlo (e a stabilirlo) sono state diverse organizzazioni non governative e le Nazioni Unite, attraverso le voci dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni e l’Alto Commissariato per i rifugiati. Secondo l’ISF libanese, il numero di vittime identificate della tratta (che comprendono non solo la prostituzione, ma anche chi è costretto a chiedere l’elemosina o è sfruttato sul lavoro) è rimasto costantemente basso: 19 persone nel 2015, 87 nel 2016 (principalmente le “sopravvissute” del caso “Chez Maurice”) e 54 nel 2017. Ovviamente, la maggior parte di questi erano cittadini siriani.

I conflitti generano tratta

Per Dima Haddad, funzionaria delle Nazioni Unite presso l’Organizzazione internazionale per le Migrazioni, le statistiche ufficiali non si avvicinerebbero in alcun modo alla reale entità del problema. Haddad, che coordina una task force regionale da Beirut per contrastare la tratta di esseri umani in Libano, Iraq, Turchia e Giordania (gli Stati più coinvolti dalla “diaspora” siriana), ritiene che a ogni teatro di crisi corrisponda un problema legato al traffico di vite umane. “La vulnerabilità sta aumentando, quindi anche il traffico sta aumentando”, avrebbe dichiarato ad Al Jazeera. Per la funzionaria dell’Onu, che considera le operazioni anti-tratta come interventi salvavita, alla base del problema, ci sarebbero diverse lacune anche solo nell’identificare le vittime e, di conseguenza, nell’individuarle.

Lo stigma e la vergogna

Tra le difficoltà registrate dagli operatori umanitari nell’affrontare la questione non si può sottovalutare l’enorme stigma che porta con sé l’essere vittima di sfruttamento. Molte donne, infatti, non sono sempre in grado di raccontare le loro storie: la vergogna da parte di chi è stato costretto a subire atti sessuali non consenzienti spesso contribuisce a inabissare il problema. Avvicinarsi a chi si trova sulla strada non solo è complicato, ma spesso anche pericoloso, perché le vittime di sfruttamento della prostituzione risultano costantemente sorvegliate dai loro trafficanti (o da chi lavora per loro).

Il carcere femminile di Baabda

Essendo la prostituzione ancora un reato, molte delle vittime di tratta dalla strada finiscono in carcere. Nella struttura penitenziaria femminile di Baabda, infatti, sono rinchiuse molte prostitute (anche straniere), colte dalle autorità a esercitare l’attività pubblicamente. Come segnalato da Al Jazeera, l’autorizzazione a parlare con le detenute o ad accedere al carcere femminile non sempre viene concessa. Sono, però, centinaia le donne che vengono trattate come criminali anziché come vittime: soltanto nel 2016, sono state 304 le ragazze arrestate con l’accusa di prostituzione (secondo i datti dell’ISF). Più della metà di loro erano siriane, ma nonostante questo, tutte sono finite dietro le sbarre.

Cosa accade dopo il rilascio

L’unico aiuto concreto che viene fornito alle prostitute una volta uscite dal carcere arriva da associazioni ed enti di beneficenza. Che danno loro supporto emotivo e pratico, cercando di rispondere alle necessità legali, mediche e soprattutto psicologiche (tra queste c’è l’ong locale, Dar al Amal). Come riportato da Al Jazeera, Ghinwa Younes, un’assistente sociale che visita spesso le detenute di Baabda, ha detto che le ospiti del penitenziario desiderano abbandonare la vita sulla strada, proprio perché la maggior parte di loro è vittima di tratta. E come purtroppo può capitare, una volta scontata la pena, finiscono nuovamente nella rete di che le sfrutta.

I problemi con la giustizia

Come spiegato dall’avvocato Hasna Abdulreda, che da anni incontra decine di donne durante il loro periodo di detenzione e offre loro supporto legale, negli ultimi cinque anni è stata contattata da molte donne siriane vittime di tratta che non possono fare nulla per uscire dalla situazione in cui sono finite. “I processi sono molto veloci e se al giudice viene dato qualche motivo per pensare che la donna acconsenta alla prostituzione, per esempio mantenendo una quota del denaro, la manderà in prigione senza ulteriori indagini”, ha detto il legale al network arabo. E questo accade nonostante esista una legge libanese e la convenzione Onu sulla tratta di esseri umani che considera irrilevante l’eventuale consenso della vittima. Le condizioni delle detenute, che dentro al carcere non hanno un telefono e spesso non hanno nemmeno la possibilità di chiamare una volta uscite, si complicano quando le recluse sono siriane, perché essendo straniere altre norme regolamentano la loro detenzione, rendendola ancora più complicata.

In tribunale

Quando i casi che coinvolgono la tratta e la prostituzione finiscono in tribunale il trattamento del tipo di vittima cambia se di mezzo c’è un reato sessuale. Legal Agenda ha analizzato 34 casi di tratta che sono finiti in giudizio nel Paese tra il 2012 e il 2017 e l’avvocato Ghida Frangieh, che ha studiato il rapporto, ha identificato un “doppio standard” nell’atteggiamento dei giudici nei confronti della prostituzione o, per esempio, dell’accattonaggio forzato. Secondo il legale, mentre di fronte agli episodi di vagabondaggio forzato i giudici sono stati veloci nel dichiarare che si trattava di tratta, nei fenomeni legati alla prostituzione chiedevano prove che le donne fossero realmente costrette a farlo. Il che sottolinea un pregiudizio reale legato ai concetti di femminilità e di sessualità.

Tentare una formazione

A più livelli. Nel 2017, le ISF avevano avviato un programma utile a distinguere le vittime di tratta dagli autori di reati legati all’esercizio della prostituzione. Tuttavia, secondo Alef, un’altra organizzazione libanese a difesa dei diritti umani, con sede a Beirut, queste forme di addestramento venivano raramente impartite a chi si trovava realmente di fronte al problema e l’obiettivo reale non è mai stato raggiunto davvero. Secondo Ashraf Rifi, ministro della Giustizia libanese tra il 2014 e il 2016 e direttore generale dell’ISF dal 2005 al 2013, il problema è essenzialmente culturale e che potrebbero volerci dai 10 ai 15 anni prima che si verifichino cambiamenti significativi nell’approccio ai problemi relativi alla tratta. Per diversi cittadini libanesi, infatti, è piuttosto comune associare all’idea di prostituta quella di una donna siriana. Magari rifugiata.

 

È un momento difficile
STIAMO INSIEME