La prostituzione è sempre stata un fenomeno borderline nella nostra società: sin dai tempi antecedenti alla nascita del Cristianesimo. C’è chi sostiene che sia addirittura il lavoro più vecchio del mondo, chi la sostiene e la vorrebbe legalizzare anche nel nostro Paese e che invece la contrasta duramente, facendo leva su limiti morali che non andrebbero oltrepassati. Similarmente funziona in quasi tutto il mondo, sebbene con gradi di accettazione sociale differenti, legale o illegale a seconda dei Paesi e delle situazioni. In ogni caso, quasi tutte le prostitute del mondo sono accomunate da un fattore, che in questo momento le lega a doppia mandata più che mai: nella prostituzione si vive alla giornata, non sapendo mai cosa riserverà il domani. E con le restrizioni dovute al lockdown – oltre ai maggiori rischi legati alla salute, in aggiunta a quelli che già affronta il settore – anche le loro possibilità di guadagno sono state quasi del tutto azzerate.

Oltre all’isolamento, anche l’esclusione sociale

In quasi tutto il Mondo, una donna che ha fatto della prostituzione la propria principale fonte di guadagno ha dovuto fare i conti con uno status sociale che l’ha portata sostanzialmente all’esclusione. In questa situazione, anche le possibilità dunque di fare affidamento su qualcuno che possa aiutare in tempi di crisi sono molto limitate, rendendola sostanzialmente dipendente solamente da se stessa. Con le misure restrittive alle quali sono sottoposte oltre la metà delle persone sulla Terra e con il divieto di uscire se non per stretta necessità, la prostituzione – volente o nolente – è diventata una di quelle attività de facto soggetta al blocco lavorativo. E senza stipendio fisso o possibilità di risparmio a causa della natura illegale dei guadagni sopravvivere ad uno stop prolungato rischia di essere un’impresa dalla portata colossale. Tutto questo, inoltre, senza contare nemmeno l’impatto psicologico, fatto di esclusione sociale che si aggiunge all’isolamento, lasciando la donna abbandonata completamente a se stessa.

Nei Paesi in via di sviluppo l’impatto è più evidente

Mentre in Occidente le possibilità di sopravvivenza sono comunque garantite da un presente e importante impianto di welfare volto a garantire qualunque individuo, lo stesso non è valido per la maggioranza dei Paesi del mondo: in particolare dell’Africa e dell’Asia centro-meridionale. Come sottolineato dalla testata giornalistica Deutsche Welle, la questione è particolarmente vera per quanto riguarda l’India: uno dei Paesi col più alto tasso di prostituzione al mondo, spesso anche minorile, che è giunto per decreto a fermare la prostituzione durante il periodo di serrata. Fiorente nelle baraccopoli, deve in questo periodo far i conti a sua volta con le restrizioni sugli spostamenti che impediscono di alle prostitute di guadagnare attraverso la vendita del proprio corpo. E in una situazione già in partenza di povertà, dove i ricavi sono necessari per le spese della giornata, rimanere senza possibilità di lavorare per un periodo prolungato (che si prospetta anche in India di essere di 8-12 settimane) rischia di diventare ben presto una condanna a morte.

Come in India, lo stesso discorso vale anche per il colosso sudamericano del Brasile – nelle cui favelas molte donne vivono dei frutti del proprio corpo – e in buona parte del Continente africano. E anche in questo caso, l’assistenza garantita dallo Stato è praticamente nulla, abbandonando le ragazze in balia del proprio destino.

L’esclusione sociale può mietere vittime

Vivere ai margini della società diventa particolarmente difficile proprio col nascere di situazioni come quella che stiamo attraversando in questo delicato momento storico. E la possibilità che da questo atteggiamento di esclusione alcune donne che hanno fatto della prostituzione il proprio lavoro possano non superare in vita il lockdown deve farci pensare a delle misure volte a garantire anche il loro di diritto alla vita. Senza scendere necessariamente in campo legislativo – ma anche sì – è necessario costruire un immaginario collettivo che non si limiti all’ostracizzare una figura borderline ma cerchi anzi di includerla all’interno della società. In assenza di questo duro lavoro formativo, infatti, la medesima situazione rischierebbe di ripetersi inesorabilmente nel prossimo periodo di difficoltà che l’umanità dovrà attraversare.

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