È una pratica molto più diffusa di quanto si possa pensare. Nel mondo, circa 200 milioni di donne sono a rischio, secondo le ultime stime, sono cioè vulnerabili a questa terribile piaga figlia di retaggi culturali molto antichi. Il riferimento è all’infibulazione: si tratta di una pratica che consiste nella mutilazione dell’apparato genitale femminile, il tutto per evitare alla donna di provare piacere e mantenerla dunque “pura”. Negli ultimi anni si è provato a contrastare il fenomeno, in parte attenuato. Ma l’infibulazione è praticata ancora in tanti luoghi, purtroppo anche in Italia.

Dove è maggiormente diffusa l’infibulazione

Nell’immaginario collettivo, questo fenomeno risulta radicato soprattutto in Africa ed è legato ad una visione estrema dell’Islam. In realtà, il continente africano è solo quello più esposto a questa piaga, ma dal sud America fino al medio oriente, l’infibulazione è praticata in tanti Paesi. Ed a metterla in atto non sono soltanto i musulmani. Il principio, quantomeno agghiacciante per la nostra mentalità occidentale, è quello secondo cui la donna non debba provare alcun piacere durante l’atto sessuale, concepito dunque come mero strumento di riproduzione. Per tale motivo, anche a bambine molto piccole viene asportato il clitoride oppure si interviene in altri modi che grossomodo fanno perdere la sensibilità nelle parti genitali. E se già questo appare terribile sotto il profilo etico, lo è anche nell’aspetto che riguarda la salute. Spesso ad intervenire per effettuare l’infibulazione non sono medici, bensì altre donne o persone che non applicano alcun parametro medico. Con il rischio che la donna cada vittima di infezioni oppure abbia problemi nel corso della vita: dalle difficoltà ad urinare a quelle per partorire. Un doppio problema quindi, legato sia alla sfera culturale che medica.

Come detto, è errato ritenere che l’infibulazione sia un principio islamico, tuttavia essa è comunque più diffusa nei Paesi a maggioranza musulmana del corno d’Africa e del Sahel. La sua origine è però pre islamica: nell’Africa profonda, ritenere che la donna non debba provare piacere e venga preservata “pura” grazie all’infibulazione è un qualcosa di diffuso da secoli, è un retaggio della cultura di molte regioni della parte centrale del continente nero. L’infibulazione si dice sia nata in Egitto, dove ancora oggi è molto praticata, mentre il Paese che forse ha la più alta percentuale di donne vittime è la Somalia: qui forse più di 9 donne su 10 hanno subito questa macabra pratica. Ma l’infibulazione viene segnalata anche all’interno di alcune comunità cristiane, sempre in Africa, così come nel continente sudamericano, seppur con percentuali molto meno significative (ma non per questo meno preoccupanti).

Il fenomeno in Italia

Il problema principale sta forse nel fatto che non si tratta di un precetto religioso, ma di un retaggio culturale molto radicato nei secoli. Ed oltre a resistere ai confini temporali, l’infibulazione resiste anche ai confini geografici. Chi arriva in Europa da quei Paesi dove la pratica è diffusa, continua a considerarla normale pur abitando nel vecchio continente. In Italia c’è una legge specifica, la n.7 del 2006, che vieta espressamente l’infibulazione. Per arrivare già 13 anni fa ad approvare una norma contro questa pratica, vuol dire che già allora il problema era diffuso anche nel nostro Paese. Oggi, come sottolineato dal dottor Aldo Morrone su La Stampa, in Italia ci sarebbero almeno 80mila donne mutilate. Un’enormità considerando che nel nostro Paese l’infibulazione non ha mai rappresentato un elemento approvato culturalmente.

Il problema sta nelle comunità di migranti provenienti dai Paesi dove è considerata normale. Seppur in Italia l’infibulazione sia deprecata, nonché come detto vietata per legge, viene ugualmente praticata. In poche parole, pur vivendo in una società che condanna l’infibulazione, non si riesce a far indietreggiare quel retaggio culturale che ne giustifica la pratica. Anzi, molte donne che vivono in Italia la considerano spesso “normale”. Un’integrazione dunque che nei fatti non avviene e che pone il contrasto alle mutilazioni genitali femminili come un’emergenza da non trascurare. Il sopracitato dottor Aldo Morrone è uno dei massimi esperti di mutilazioni nel nostro Paese: “Risulta difficile trattare i casi sospetti – ha dichiarato a La Stampa nei giorni scorsi – sia per mancanza di prove, anche perché esistono alterazioni genetiche genitali che provocano problemi analoghi, sia perché è complicato affrontare il tema con i genitori e conquistare la loro fiducia”.

La sfida è dunque duplice: intervenire sia in Africa, lì dove l’infibulazione è in alcuni Paesi un tratto doloroso della cultura del luogo, così come tra chi potrebbe o vorrebbe integrarsi nel nostro Paese e, più in generale, in Europa. Perché se in Italia le donne esposte alle mutilazioni sono 80mila, in Francia sono 120mila e nel Regno Unito i casi appaiono in costante aumento. Una sfida impossibile da vincere solo con norme e controlli: occorre intervenire anche, se non soprattutto, sotto il profilo culturale.

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