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Non era necessaria una sfera di cristallo per intuire come sarebbe andato a finire il pantano afgano in mano ai talebani. Gli stessi additati per quasi vent’anni come male assoluto, come incarnazione dell’oscurantismo postmoderno, per poi essere riabilitati a controparte con cui trattare tanto da essere ospitati perfino sulle dorate pagine del New York Times. L’Afghanistan di queste ore è un disastro, un inferno in terra, soprattutto per coloro che, a vario titolo, avevano cominciato a respirare quando la morsa violenta della barbarie si era poco a poco affievolita. A rischiare di finire nel pozzo nero della geopolitica ci sono loro, le donne afgane, sui cui corpi e sulle cui vite il regime scrive con assoluta ferocia da sempre e del quale il burqa è solo la punta dell’iceberg di un mondo ben più complesso, ma sempre uguale a se stesso nella sua misoginia. I dati parlano chiaro: un rapporto pubblicato il mese scorso dalle Nazioni Unite mostra un aumento delle donne e dei bambini uccisi e feriti già tra maggio e giugno, in concomitanza con l’inizio della partenza delle truppe statunitensi e di altre truppe internazionali dalla regione.

Le conquiste perdute

Ma peggio della morte c’è la perdita della libertà, dell’indipendenza, dell’identità. Eppure, qui le donne avevano ottenuto il diritto di voto nel 1919, molto prima di numerose democrazie occidentali e, negli anni Sessanta, un nuovo testo costituzionale aveva affidato loro un ruolo fondamentale nella vivace società afgana. Basta poco per rendersene conto: è sufficiente googlare tra le immagini degli anni d’oro per osservare quanto l’Afghanistan fosse una società viva, colorata e in fermento, dove le donne procedevano a passo spedito nel mondo a suon di gonne corte e libri sotto al braccio. Di alcune grandi conquiste perdute le donne afgane si erano riappropriate dopo il 2001, checché se ne pensi dell’intervento americano. La presenza delle donne in Parlamento è aumentata di quasi il 30%, più di 100mila donne sono riuscite a iscriversi all’università e quasi 4 milioni di bambine a scuola.

Molte donne afgane, vent’anni fa erano poco più che bambine: hanno conosciuto i benefici dello status quo ante, sono andate a studiare all’estero. Molte sono tornate per diffondere il verbo diventando attrici chiave dei loro distretti. Tante di loro, complici famiglie umili ma al passo con i tempi, non sono sposate, non hanno figli nonostante abbiano superato i 25 anni. Tantissime non indossano né il burqa né tantomeno il velo. Questa libertà rischia di non durare man mano che i Talebani avanzano: a Kabul i guerriglieri – gli stessi che si iniettano dosi da cavallo di eroina prima di sgozzare i nemici – stanno stilando liste di tutte le donne nubili in loco: quale la ragione se non quella di “rimediare” a quest’onta con la violenza, matrimoni forzati e chissà cos’altro? La fuga al momento è impossibile per chiunque.

Le donne sole rischiano di più

Fra le donne “sole” ci sono anche quelle divorziate, che adesso sembrano essere nel mirino della furia talebana che vuol dar sostanza al vecchio detto afgano che recita “Una donna lascia la casa di suo padre solo con gli abiti da sposa bianchi e può tornare solo con i sudari bianchi”. In questa società profondamente conservatrice e patriarcale, le donne che sfidano le convenzioni e cercano il divorzio sono spesso rinnegate dalle loro famiglie ed evitate dalla società afghana. Rimaste sole, devono lottare per diritti fondamentali, come l’affitto di un appartamento o un prestito in banca, che richiedono il coinvolgimento o le garanzie dei parenti maschi. Nonostante lo stigma sociale e gli ostacoli all’indipendenza, oggi in Afghanistan vivono molte donne divorziate. In molti distretti catturati dai Talebani sono già state imposte nuove regole, comprese le restrizioni alla circolazione che ora tornano a dover essere “scortate” dai parenti maschi e completamente coperte dal tradizionale burqa.

L’escalation di violenza ha costretto molti afgani a fuggire dalle loro case, ma le donne che vivono da single si ritrovano isolate, senza un posto dove rifugiarsi. La cosa più terrificante, tuttavia, è e sarà la pratica dei matrimoni forzati di giovani ragazze e vedove con combattenti talebani. Per molte donne, l’unica strada alternativa alla fuga sarà uccidersi pur di non perdere la libertà: le cronache ci raccontano di centinaia di donne pronte a farlo o che già lo hanno fatto. Molte di loro, single o meno, hanno già perso il posto di lavoro nelle ultime settimane: già agli inizi di luglio, centinaia di impiegate o piccole imprenditrici hanno visto arrivare i guerriglieri talebani presso le loro attività, nei loro uffici, nei propri negozi per essere costrette a lasciare il posto di lavoro e indossare il burqa: i loro impieghi, ottenuti col sudore e tanto studio, ceduti al parente maschio più prossimo.

Molte di queste donne in pericolo hanno vissuto vent’anni di libertà. O nella libertà recuperata sono nate. Non conoscono altro modo di vivere, non sanno contrattare la vita con la sottomissione. Questo potrà essere la salvezza dell’Afghanistan o l’inizio del loro atroce sterminio, mentre il mondo fa spallucce. Malala Yousafzai, la giovane pakistana che da un altro Paese ha fatto della lotta ai Talebani la sua vita ha affermato più volte che “Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo”.

In Afghanistan di libri e di penne ne sono arrivati tanti. Ora non ne arrivano più. E per ora, purtroppo, sta vincendo la spada.

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