Sono state soprannominate Comfort Women, o donne di conforto. Durante il periodo militarista del Giappone, dal 1932 al 1945, queste donne – circa 200mila – erano costrette a fornire servizi sessuali ai soldati dell’esercito imperiale nipponico. Provenivano dai Paesi colonizzati dalle truppe giapponesi, in primis dalla Corea, all’epoca un protettorato di Tokyo e non ancora divisa in due Stati distinti.
Il dominio coloniale giapponese fu particolarmente brutale nella penisola coreana, e terminò ufficialmente con la resa del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, il 15 agosto 1945. Ci sono numerosi episodi che rievocano quell’epoca oscura, come ad esempio la deportazione di migliaia di giovani coreane ridotte a Comfort women/schiave del sesso (il termine cambia a seconda della chiave di lettura dell’avvenimento) dei militari giapponesi.
Le testimonianze di molte di quelle donne sono scioccanti. Le loro storie sono spesso simili: c’è chi è stata attirata nei bordelli gestiti dai militari giapponesi da false promesse di lavori ben retribuiti o opportunità di istruzione e viaggi all’estero, e chi è stata rapita semplicemente perché si trovava nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. Secondo una ricerca condotta da professori del Vassar College e della Shanghai Normal University, queste donne “servivano” sessualmente da cinque a sessanta soldati al giorno.
La statua esposta in Italia
Che c’entra l’Italia con questa vicenda? Una statua di una ragazza che simboleggia le vittime della schiavitù sessuale patita dalle Comfort women è appena stata inaugurata a Stintino, in provincia di Sassari, in Sardegna.
Si chiama ufficialmente Statua della pace, ed è una scultura in bronzo formata da una donna seduta vicino ad una sedia vuota. A donare l’opera alla città italiana è stata una fondazione sudcoreana: il Consiglio Coreano per la giustizia e la memoria della schiavitù sessuale militare da parte del Giappone. Si tratta della seconda statua del genere installata su suolo pubblico in Europa, dopo la prima allestita a Berlino, in Germania, nel 2022, nonché la quattordicesima eretta all’estero dopo la prima piazzata nel 2013 a Glendale, in California.
La fondazione ha spiegato di aver proposto al comune italiano la costruzione della statua nel dicembre dello scorso anno. L’opera rappresenta la necessità di promuovere i diritti umani universali delle donne, ha affermato il sindaco della città, Rita Vallebella, durante la cerimonia di inaugurazione del sito.
L’epitaffio affisso accanto alla statua recita che l’esercito imperiale giapponese portò via con la forza molte giovani ragazze e donne per costringerle a fornire prestazioni sessuali ai propri soldati durante la guerra. Secondo quanto riportato dall’Unione Sarda, l’ambasciatore del Giappone in Italia, Suzuki Satoshi, avrebbe chiesto al sindaco Vallebella di rinviare la cerimonia di inaugurazione, sostenendo che l’iscrizione fosse lontana dalla realtà.
Donne di conforto o schiave sessuali?
I termini sono importanti. Già, perché negli ultimi anni i conservatori giapponesi, tra cui l’ex premier Abe Shinzo, hanno più fatto pressione affinché venisse utilizzata l’espressione donne di compagnia, così da suggerire che non vi fosse alcuna coercizione. I sudcoreani, chiaramente, non sono affatto d’accordo con una simile lettura.
Questo episodio storico ha creato diversi alti e bassi nella storia diplomatica tra Corea del Sud e Giappone. Il governo giapponese ha rifiutato con veemenza l’uso del termine “schiave del sesso”, specificando che affermazioni come “l’allontanamento forzato delle donne di conforto da parte delle autorità militari e governative giapponesi”, “esistevano diverse centinaia di migliaia di donne di conforto” e le “schiave del sesso” non si riferirebbero a fatti storici. Tokyo continua a usare l’espressione “donne di conforto” nelle sue dichiarazioni ufficiali.
In merito alla statua comparsa in Italia, l’emittente nipponica Nhk ha fatto sapere che l’ambasciata giapponese a Roma sta spiegando la posizione del Giappone, esprimendo le sue forti preoccupazioni e chiedendo che vengano prese misure adeguate.