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La cerimonia dei Grammy awards è stata una delle tante cerimonie dello show-business americano dove era cristallino l’intento politico: colpire il presidente degli Stati Uniti. Trump e il trumpismo, per il mainstream di Hollywood e della musica dei grandi nomi, rappresentano i mali dell’America. Ed è in essi che il mondo mediatico made in Usa ha individuato tutti i difetti della società statunitense. Così abbiamo assistito a Bono cantare davanti alla Statua della Libertà e ricordare che i “Paesi di m***a” hanno fatto grande l’America, abbiamo visto la signora Clinton leggere “Fire and Fury” insieme a Snopp Dogg, abbiamo assistito a Camila Cabello parlare dei “dreamers”, cui si aggiunta tutta una serie di frasi, canzoni e gesti mediatici con il chiaro intento di lanciare un messaggio ideologico preciso.

Niente di nuovo. In un periodo come questo, in cui il tema delle donne, del #MeToo, del razzismo sono diventati questioni di dominio pubblico, non deve sorprendere che ogni momento diventi utile allo scopo e che si sfrutti per attaccare la presidenza Trump come grande fantoccio da bruciare per estirpare i mali della società americana. Ma, come tutto quello che aleggia sul mondo dell’entertainment americano, anche qui si scopre che la realtà molto spesso si fonde con la finzione. E se è di spettacolo che parliamo, allora lasciamo che tutto diventi show, intrattenimento, pubblicità e che col tempo, calato il sipario, si disveli la sua grande ipocrisia

Perché dopo tutta la grande crociata sulla guerra a questo presunto patriarcato che domina il mondo e che costringe le donne all’umiliazione nei confronti dell’uomo, ormai individuato come nemico da abbattere, i Grammy hanno mostrato poi tutta la reale portata di questi discorsi, e cioè che le donne sono state completamente dimenticate durante le premiazioni. E non è un caso che sia uscito subito l’hashtag #GrammySoMale fra quelli più in voga durante e dopo la premiazione. Infatti, al netto dei grandi annunci propagandistici e delle mosse mediatiche (fra rose bianche, vestiti con le ali e attacchi a valanga a chi rappresenta ogni forma di “maschilismo), i Grammy sono stati un trionfo del genere maschile. Insomma, come ricordato anche da Simona Siri per La Stampa,  “a tanto ardore politico non è però corrisposto altrettanto impegno nella scelta dei vincitori”. E, in effetti, basta vedere il grande trionfatore di questa cerimonia, Bruno Mars, per comprendere che certamente a essere stato premiato non è stato l’impegno politico né tantomeno la musica profonda e impegnata sui temi dei diritti civili.

Anche qui maschilismo imperante? Così non sembra. Perché mentre il mondo musicale sembra in una continua crociata per la parità di genere e per questo nuovo femminismo 2.0, quando si tratta di musica, cioè del loro mondo, la questione cambia. Non è più il maschilismo a essere il problema, sono le donne a essere poche. Come ricordato su La Stampa, in America “la percentuale di donne cantautrici è 12%, mentre quella di donne produttrici è solo del 2%. Delle 899 persone candidate ai premi negli ultimi sei anni, solo il 9% sono donne”. Dati che non sembrano lasciare spazio ad alcun tipo di accusa e che i grandi produttori musicali americani hanno subito letto in una chiave di tutela della loro categoria. Come ha ricordato a Variety il presidente della Recording Academy, Neil Portnov: “Sta alle donne farsi avanti. Saranno le benvenute”. Ed ecco la grande ipocrisia. Nel resto del mondo impera il sessismo ed è quello a fermare le donne. Nella musica, invece, il problema è soltanto l’assenza di cantanti e produttrici. Non c’è un problema di maschilismo, è solo una semplice questione numerica. Un bel rovesciamento del punto di vista, che però fa riflettere sull’ipocrisia di fondo di questa ideologia mainstream che agita l’industria dell’intrattenimento americana. Finché si tratta di esportare questo marchio del femminismo e del #MeToo, sono tutti pronti a stracciarsi le vesti a gridare allo scandalo. Ma quando si tratta di dare i premi e ricevere denaro, le cose cambiano. Non solo a spartirsi i premi sono solo gli uomini, ma se non li assegnano alle donne o se le donne sono poche, è colpa dell’altro sesso perché “non si fa avanti”. Con buona pace della parità di genere e della lotta al grande patriarcato che governa il mondo.