Vengono fotografate e riprese in atteggiamenti intimi, oppure durante i rapporti sessuali. E può accadere a loro insaputa, sotto ricatto o per costrizione. Poi, il materiale finisce direttamente sulla bancarelle impolverate dei mercati, insieme al cibo, agli animali e agli oggetti caratteristici che, di frequente, acquistano i turisti durante i loro viaggi. Accade in Messico, dove video e foto porno con protagoniste donne indigene vengono venduti senza la loro autorizzazione e diffusi in varie parti del mondo, creando un vero e proprio circuito di sfruttamento. Secondo quanto riportato da Lettera43, la tendenza sarebbe relativamente recente ed è stata denunciata dalla stampa messicana e da diverse associazioni a difesa dei diritti delle donne.

Il fenomeno in Chiapas

Lo chiamano “etnoporno“, perché i fruitori di questo materiale sembrano essere ossessionati dall’origine, dalla provenienza e soprattutto dall’etnia delle protagoniste. Che sono donne di tutte le età, ma con una presenza importante di minorenni. Poco più che bambine, di solito. Il fenomeno ha avuto origine nel Chiapas, lo Stato del Messico meridionale che confina con il Guatemala, noto per la rivolta zapatista e per la presenza preponderante di nativi. E c’è un motivo se l’epicentro si trova proprio qui: in quest’area, infatti, gli indigeni rappresentano circa un terzo della popolazione. Gli indios si dividono in sette gruppi etnici (tzotzil, tzeltal, zoque, ch’ol, tojolabal, mame, lacandon) e sono tutti eredi della cultura delle civiltà precolombiane maya. Ma non solo, ad arricchire la varietà etnica ci sono anche i mixes-zoque e i chiapa. E così tratti, sguardo e caratteristiche ritenuti esotici attirano l’attenzione morbosa dei fruitori di questi video. Che li acquistano e, comprandoli, contribuiscono alla loro diffusione.

Etnoporno nonostante la legge

Il Chiapas, però, è uno dei 17 Stati del Messico che hanno approvato la legge Olimpia, in base alla quale i crimini digitali di natura sessuale, come la distribuzione di contenuti intimi senza il consenso della vittima, possono essere perseguiti e puniti con pene detentive da tre a sei anni. E che le vittime siano donne indigene rappresenta un’aggravante, come spiegato dall’attivista Olimpia Coral Melo alla Bbc Mundo, che ha promosso la legge che porta il suo nome, perché il fatto che loro siano le più colpite è una questione di disuguaglianza economica, culturale e di accesso alla tecnologia. Anche perché, molte di loro, non sanno di avere diritto alla sessualità, al piacere e a un’intimità che resti privata.

Il meccanismo dello sfruttamento

Sempre secondo quanto riportato da Lettera43, a contribuire alla diffusione di questo fenomeno allarmante è anche il lavoro del cartello dei Los Zetas, l’organizzazione criminale messicana impegnata principalmente nel traffico internazionale degli stupefacenti, nei rapimenti a scopo di estorsione e in altre attività illecite sul territorio centroamericano. Oltre a questo, il cartello della droga ha compreso che lo sfruttamento sessuale di tipo “etnico” delle indigene è terreno fertile per fare nuovi affari e, proprio per questo motivo, è riuscito a inserirsi in questo circuito. E a fare concorrenza al celebre gruppo criminale, in questo settore, c’è anche il Chamula Power, un’organizzazione specializzata solo in questo tipo di mercato, pornografico e indigeno.

Il porno tra le bancarelle

I dvd che contengono le riprese video dei rapporti sessuali delle cittadine native finiscono, di frequente, sulle bancarelle dei mercatini di San Cristóbal de Las Casas, la terza città dello Stato del Chiapas e la più importante dell’altopiano dove è maggiore la concentrazione di popolazione indigena. E tra i banchetti, in piazza, vicino agli oggetti venduti normalmente in questo contesto, si trovano numerosi dvd amatoriali con i titoli scritti a mano. In alcuni di questi, si troverebbe addirittura l’avvertenza che dice: “In questo materiale possono apparire persone che forse conosci. Si raccomanda discrezione”. E i titoli, appuntati a pennarello, sono piuttosto espliciti: “Indias calientes”, “India en el monte”, “Porno Chamula” e “Chamula XXX“, dove Chamula indica un villaggio a dieci chilometri a nord di San Cristóbal de Las Casas, noto per una chiesa in cui i riti cattolici si mescolano con la tradizione maya.

Le indigene sfruttate

In base a quanto emerso e segnalato, i turisti stranieri che visitano questa particolare area del Messico sembrerebbero apprezzare particolarmente questo tipo di materiale. Sia per il basso prezzo dei video, sia perché, appunto, per molti l’esotismo resta un elemento particolarmente eccitante, per cui vale la pena spendere del denaro. I fruitori, però, forse non sanno che i video sono realizzati e messi in vendita dal cartello della droga, considerato il più feroce del Messico, e che le protagoniste sono obbligate con la forza, o con l’inganno, ad avere rapporti sessuali davanti alla telecamera. E trattandosi di una fascia di popolazione molto povera, anche la conoscenza dei propri diritti risulta limitata.

La denuncia del mercato sessuale

A denunciare il fenomeno dell’etnoporno, oltre alla stampa messicana, è stata l’attivista femminista Martha Figueroa, promotrice del programma pubblico di emergenza “Alerta de Género en Chiapas”, che ha sottolineato come, guardando i titoli e l’abbigliamento delle donne coinvolte nei video, sia chiaro che si tratti di indigene dei municipi più poveri del Chiapas. Ovvero Chamula, Zinacantán e Chiapa de Corzo. E, sempre secondo la femminista messicana, il fatto che il materiale sia venduto a San Cristóbal, dove viaggiano molti turisti stranieri (e benestanti), chiarisce il fatto che si tratti di “un mercato sessuale dove i più vulnerabili sono carne da macello per i più ricchi”. Anche Patricia Chandomí, professoressa all’Universidad Autónoma de Chiapas e specializzata in violenza di genere, nei suoi studi ha voluto sottolineare la tesi della morbosità dei fruitori. E cioè che, in molti casi, chi acquista questo tipo di materiale pornografico lo fa perché ha nei confronti delle persone indigene un’attrazione patologica.

Il caso della minorenne

Nel gennaio del 2020, sempre la Bbc, parlando del fenomeno dell’etnoporno, ha riportato la vicenda accaduta a un’adolescente messicana di 13 anni indigena, a cui un docente aveva regalato un cellulare. L’intento da parte del maestro era quello di farsi inviare delle foto di nudo dalla ragazzina, che effettivamente lo fece. L’adolescente era stata contattata in rete da una donna di un’altra regione che, sotto ricatto, l’aveva costretta a inviarle foto e video sempre più spinti. Inoltre, l’aveva forzata a convincere un’altra bambina di dieci anni a fare la stessa cosa. È stato in quel momento che la 13enne, spaventata da una situazione diventata ingestibile per una ragazzina della sua età, aveva raccontato tutto alla madre. Poco dopo, l’intera comunità dove la famiglia dell’adolescente risiedeva si era mobilitata e il maestro in questione, per poco, non veniva linciato dalla cittadinanza. In quella circostanza, fu proprio Martha Figueroa a occuparsi del caso. Fu necessario diverso tempo per mandare in carcere l’uomo, che aveva sostenuto che la 13enne aveva fatto tutto volontariamente.

I numeri e i motivi del fenomeno

Ma se quello della ragazzina 13enne era stato segnalato come un caso nuovo, secondo il Frente National para la Sororidad, un’organizzazione femminista che lotta contro la violenza sessuale in rete, tra il dicembre del 2018 e il febbraio del 2019, soltanto in Chiapas sono stati trovati almeno 800 video porno di donne e bambine e 122 siti online che, di fatto, sono mercati di sfruttamento della loro immagine. Sempre secondo quanto emerso da un articolo pubblicato sulla Bbc, Adele Bonilla, direttrice del Gender Equity e Women’s Develpment presso il consiglio comunale di San Cristóbal ha dichiarato che questi video pornografici con protagoniste le donne native sono diventati, soprattutto negli ultimi anni, particolarmente popolari. Bonilla ha spiegato anche che molte giovani indigene arrivano dalle loro comunità in cerca di una vita migliore e che, proprio per questo motivo, sono più vulnerabili delle altre. In quelle circostanze, infatti, non hanno reti di supporto ed è più semplice per le organizzazioni criminali avvicinarle per lo sfruttamento sessuale. Bonilla, la quale sostiene che molte di quelle che appaiono nei video sono quasi certamente vittime di questa rete, nel suo municipio si propone di creare un rifugio per donne e minorenni coinvolte. Con il fine di tutelarle da questo mercato spietato.

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