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(Parigi) Vestita di cuoio nero, elegante e sfuggente ma con il sorriso pronto appena gli occhi nocciola si posano sull’interlocutore. Henda Hayari appare così, appassionata ma prudente, con lo sguardo sempre circospetto mentre racconta la sua vicenda che oggi è diventata un esempio illuminante per centinaia di altre donne musulmane oppresse dalla violenza radicale di padri e fratelli. Per riuscirci però ha dovuto attraversare l’inferno: le pressioni, l’abiura, le minacce, finanche la sottrazione dei figli. La sua vicenda la narra in un libro intitolato J’ai choisi d’être libre, survivée du salafisme en France, edito da Flammarion, un libro che racconta il suo viaggio nel cuore del salafismo, la fuga da un marito radicale ed opprimente, l’abiura della famiglia e del suo entourage, il lento percorso per liberarsi dall’indottrinamento, la strada tracciata per altre donne desiderose di sfuggire ad un destino di sottomissione ed oppressione. Noi l’abbiamo incontrata nella hall di un hotel a Parigi.

“Ho vissuto una vita matrimoniale da donna musulmana tradizionale – racconta – Ho avuto dei figli. Mi sono sposata a 20 anni. Mio marito era salafita. Un salafita che aveva tra i suoi precetti religiosi quello di assassinare gli apostati, gli empi e gli infedeli. Mi sono sposata quando sono andata in vacanza senza nemmeno conoscerlo. Un matrimonio combinato, forzato che ho dovuto accettare. Così sono rimasta con lui per ben dieci anni e ho avuto tre figli”.

Con uno sguardo intenso che si posa sugli improvvisi avventori del bar dell’hotel in cui ci troviamo, Henda racconta la prigione quotidiana del suo matrimonio, la paura della morte e dell’inferno, la paura del jihad. “Mio marito mi ha rinchiuso in casa per dieci anni – dice – non uscivo, ero coperta da capo a piedi, facevo ogni anno l’Hajj (pellegrinaggio islamico alla Mecca ndr) ero davvero molto, molto religiosa. Sono diventata una salafita. Mio marito mi spaventava in continuazione con i suoi precetti e discorsi sull’inferno. Continuava a ripetermi senza sosta: ‘se non lo fai, andrai all’inferno se non lo fai, andrai all’inferno’. Io ero sempre più spaventata e non avevo praticamente nessun contatto con l’esterno”. I giorni, i mesi, gli anni passano lentamente. Poi finalmente un giorno arriva la presa di coscienza che occorre cambiare strada e fuggire dalla prigione opprimente che era diventata la sua vita quotidiana.“Un giorno chiesi a mio marito se il jihad era obbligatorio anche per i bambini. Lui mi disse: ‘Se c’è una guerra, il loro obbligo morale è di andare a fare il jihad’. Ero scioccata ed impaurita. Avevo due maschi e una bambina, quest’ultima ho pensato che sarebbe stata costretta a portare il velo a 7 anni e a sposarsi a 14 anni ovvero quando era in piena pubertà.  Non volevo che mia figlia vivesse quello che ho vissuto io, che andasse in sposa ad un jihadista, non volevo che i miei figli si facessero esplodere e massacrare in Siria. Ho capito che dovevo lasciarlo. Dovevo fuggire con i miei figli”.

Così inizia il periplo tra pressioni, insulti e minacce di morte. “Vivevamo in Arabia Saudita – racconta – un giorno lui si è recato al Consolato per fare dei documenti. Io ne ho approfittato e sono scappata in taxi. Ho fatto ben 700 chilometri per sfuggire a mio marito e mi sono nascosta. Era il 2006 ed i miei figli erano piccolissimi. Inizialmente mi nascondevo a casa di mia madre, poi mia madre non voleva più tenermi. Così sono sopravvissuta nascosta. Poi nel 2007 ho deciso: dovevo divorziare. Ho dunque divorziato ma da lì è stato un inferno. Lui mi cercava ovunque. Voleva uccidermi e tagliarmi la gola. Ho pensato pure di risposarmi ma poi alla fine ho deciso: volevo restare da sola con i miei figli. Non volevo sposarmi di nuovo. Nel 2009 però ho perso la custodia dei miei figli perché avevo problemi di salute e quando ero in ospedale il mio ex marito si riprese i miei figli. Non potevo vederli più. Nemmeno parlargli. Non sentito la voce dei miei figli per due anni. Piangevo ogni giorno”.

Dopo due anni però riesce a recuperare i suoi figli ma subisce un altro brutto colpo ma questa volta è la Francia ad infierire. “Nel 2011 ho ri-ottenuto la custodia dei miei figli ed ho deciso di togliere il velo. Ho trovato un lavoro al ministero della Giustizia. Poi improvvisamente, senza motivo apparente, mi hanno licenziato.  Perché? Volevano spedirmi in Martinica. In Martinica? Io avevo tre figli come potevamo mandarmi laggiù? Così mi hanno licenziata. Allora per un periodo sono tornata salafita perché la Francia mi aveva rifiutato. La odiavo, ero arrabbiata, mi sentivo respinta. Pian piano pero’ sono tornata a più miti consigli, non volevo più il velo, non volevo più il radicalismo”.

Lo spartiacque però sono gli attentati del 13 Novembre del 2015. “Con gli attacchi al Bataclan nel 2015 ho subito uno choc psicologico. Sono rimasta letteralmente scioccata dalle immagini, dal sangue e dai morti. Ho intuito immediatamente che i terroristi erano salafiti. E allora ho pensato al mio ex marito perché per anni me lo diceva sempre. ‘Dobbiamo uccidere i non credenti, dobbiamo uccidere coloro che non sono musulmani’. Nel salafismo infatti c’è un odio profondo verso i non musulmani. Si odiano gli gli ebrei, i cristiani, i francesi dai nomi di infedeli. Così ho deciso  per protesta di mettere due foto su Facebook. Una col velo e quella dopo, senza velo. Ho scritto che mi ero pentita di essere stata salafita. Che prima ero sottomessa e oggi sono diventata una donna libera. Il mio post ha suscitato grande clamore in Francia e così sono stata contattata dall’editore Flammarion che mi ha chiesto di scrivere la mia storia in un libro. Ed è quello che ho fatto”.

In quello stesso anno di presa di coscienza Henda intuisce che deve tracciare la strada per altre donne nella stessa situazione. “Nel 2015 – racconta – ho fondato l’associazione Libératrices, un’associazione per sostenere le donne vittime di abusi: donne maltrattate, violentate, abusate, sposate con la forza e costrette a portare il velo. Volevo aiutarle a ritrovare la libertà e accompagnarle in una ricostruzione psicologica e a reinserirsi nel mondo del lavoro. Ho ricevuto molte testimonianze da donne che desideravano togliersi il velo ma avevano paura di ritorsioni, minacce, pressioni. Libératrices ha fatto conoscere decine di storie di successo di ex islamisti radicali, donne ma anche uomini che si sono reintegrati con successo nella società dopo la rottura sociale”.

L’altro libro pubblicato da Henda, Mai più velata, mai più stuprata, si riferisce invece al caso Ramadan a seguito dello stupro di cui è stata vittima nel 2012. Nel libro Henda racconta l’inferno odierno, quello che sta vivendo dal 20 ottobre 2017, giorno in cui ha deciso di dare il nome del suo aggressore in seguito al caso Weinstein e al movimento #metoo presentando una denuncia per stupro contro Tariq Ramadan, il famoso predicatore musulmano. Ramadan è il rappresentante e portavoce dell’organizzazione dei Fratelli musulmani, un’organizzazione dichiarata terroristica in Egitto e in diversi paesi musulmani, fondata dal nonno di Tariq Ramadan, Hassan Al Banna. Da allora, Henda Ayari è stata regolarmente bersagliata con minacce, pressioni, campagne vessatorie, seguita per strada, insultata al telefono, via mail e social.

“Le minacce peggiori le ricevo da quando ho presentato una denuncia contro Tariq Ramadan. Io avevo mi avrebbe distrutto la vita. Così nel mio libro non l’ho mai citato anche se ci sono stati giornalisti che hanno capito di chi parlavo. Poi il 20 ottobre 2017 di fronte ad un altro caso ho deciso di agire: ho scritto su Twitter e Facebook che anch’io ero stata vittima di una violenza e che il mio aggressore si chiamava Tariq Ramadan. Da lì sono piovute addosso a me minacce di morte, insulti e si è cercato di sporcare la mia immagine. L’entourage di Ramadan è molto potente ed oggi non mi sento sicura per strada. Mi hanno detto che sono una spia di Israele, un’araba al servizio dei sionisti che getta fango sui musulmani, a volte sconosciuti mi insultano per strada, ricevo telefonate anonime, messaggi sui social intimidatori. Ma sento che devo continuare la mia battaglia. Oggi il processo contro Ramadan non è ancora iniziato. Non è iniziato perché ogni volta c’è una nuova accusa. Accuse di donne che vivono anch’esse nella paura. Ho passato cose molto difficili nella mia vita e vorrei aiutare altre donne a liberarsi dall’oppressione e dalla paura. Gli islamisti usano la nostra religione per interessi politici. Il velo è uno strumento, il vessillo degli islamisti. Forzare le donne a indossare il velo significa proteggere e diffondere questa ideologia oscurantista. Il velo non è un obbligo per le donne nell’Islam. Una donna può essere musulmana anche senza velo. L’islamismo radicale è oggi un nuovo fascismo. Bisogna lottare contro questa ideologia e difendere i diritti delle donne che ne sono vittime inconsapevoli”.

Saluto Henda che uscendo dall’hotel si guarda attorno con quella consueta circospezione e poi s’infila con dimestichezza veloce in un taxi. Il prezzo della sua lotta salvifica si chiama libertà. Ma è ancora un prezzo troppo alto da pagare per molte donne musulmane.

In copertina una donna coperta dal velo (LaPresse)

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