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Nelle ore più complesse di Washington, il passo indietro di Joe Biden ha spalancato le porte su un’opzione storica per gli Stati Uniti. Kamala Harris, infatti, riassume in sé, con la propria biografia, due filoni di lotta nella storia americana, quello dei black ma soprattutto quello delle donne. Ma la storia ci insegna che se l’elettorato americano è stato pronto a eleggere un afroamericano nel 2008, dopo quasi duecentocinquanta anni di storia, non è ancora riuscito ad aprire le porte della Casa Bianca a una donna, se non come first lady.

Hillary Clinton

Kamala Harris non è di certo la prima ad aspirare così in alto. Tuttavia, ad oggi solo una donna, Hillary Clinton, è stata candidata alla presidenza da un partito maggiore nel 2016. Se Harris si è “accontentata” nel 2020 della carica di Vicepresidente, il suo ruolo è stato nelle aspirazioni di poche altre: Sarah Palin per il Partito Repubblicano nel 2008 e Geraldine Ferraro nel Partito Democratico nel 1984. Palin fu la prima donna candidata repubblicana alla vicepresidenza. Poco prima della Convention nazionale repubblicana nel settembre venne nominata dal senatore John McCain come sua scelta.

Sarah Palin

Ferraro aveva, invece, già battuto il record della la prima donna candidata alla vicepresidenza di un importante partito statunitense. Procuratrice distrettuale assistente nel Queens, New York, venne eletta alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti nel 1978 per poi essere confermata per altri due mandati. Poco prima della Democratic National Convention del luglio 1984, Ferraro venne nominata da Walter F. Mondale come sua scelta per la vicepresidenza.

Geraldine Ferraro

Un’altra donna, Frances “Sissy” Farenthold, ha potuto vedere il proprio nome nel ticket democratico alla Democratic National Convention nel 1972: deputata del Texas e candidata a governatore, Farenthold giunse seconda nelle votazioni per la nomina a vicepresidente, ricevendo 400 voti. La libertaria Toni Nathan, invece, nel 1972 passò alla storia come la prima donna a ricevere un voto elettorale per la vicepresidenza, quando un elettore repubblicano della Virginia votò per il presidente Nixon ma rifiutò di votare per il vicepresidente ed ex governatore del Maryland Spiro T. Agnew e votò invece per Toni Nathan della contea di Lane, Oregon.

Nel 1980 toccò a un’altra Harris registrare un primato: LaDonna Harris fu la prima donna nativa americana candidata alla carica di vicepresidente negli Stati Uniti. Si candidò con il ticket del Citizens Party, che ricevette meno dell’1% percento dei voti popolari alle elezioni presidenziali del 1980. Nel 1984, Emma Wong Mar fu la prima donna asiatico-americana candidata alla carica di vicepresidente negli Stati Uniti. Si è candidò per il Peace and Freedom Party come compagna di corsa di Sonia Johnson. Ci ha provato per ben due volte Winona LaDuke, nel 1996 e nel 2000, come compagna di corsa del candidato del Partito Verde Ralph Nader. Con Nader, ha ricevuto il 2,7% dei voti popolari nel 2000, la percentuale più alta di qualsiasi altra candidata donna di un terzo partito alla vicepresidenza.

Ma se la vicepresidenza resta comunque un ruolo da comprimaria, sono numerose le donne americane che hanno tentato di forzare lo scrigno di Pennsylvania Avenue. Dobbiamo risalire fino al 1872 per rintracciare la prima donna a candidarsi alla presidenza: Victoria Claflin Woodhull fu la candidata dell’Equal Rights Party. I suoi avversari erano Ulysses S. Grant e Horace Greeley. Attivista per i diritti delle donne, divenne la prima donna a possedere una società di investimento di Wall Street. Nel 1884 e nel 1888 ci provò anche Belva Ann Bennett Lockwood sotto la bandiera dell’Equal Rights Party. Fu proprio lei nel 1879 a redigere la legge approvata dal Congresso che ammetteva le donne a esercitare presso la Corte Suprema degli Stati Uniti.

Victoria Woodhull

Dobbiamo tuttavia attendere il 1964 per vedere Margaret Chase Smith, la prima donna a vedere il suo nome inserito nella candidatura per la presidenza tra le file dei repubblicani. Nel 1972, invece, Shirley Anita Chisholm fu la prima donna afroamericana a cercare la nomination di un partito importante – quello democratico – per la presidenza degli Stati Uniti. Patsy Takemoto Mink nel 1972 fu la prima donna nera a prestare servizio nel Congresso degli Stati Uniti, si candidò alle primarie presidenziali democratiche dell’Oregon del 1972, ottenendo il 2% dei voti. Ellen McCormack (nel 1976 e nel 1980) partecipò alle primarie di 20 stati per la nomination presidenziale democratica nel 1976 come candidata anti-aborto, vincendo 22 voti alla convention.

Nel 1999, Elizabeth Hanford Dole (moglie di Bob Dole) si dimise dalla carica di presidente della Croce Rossa americana, che aveva ricoperto dal 1991, per prendere in considerazione una corsa per la nomination repubblicana per la presidenza degli Stati Uniti. Si ritirò dalla corsa nell’ottobre 1999. L’ambasciatrice Carol Moseley Braun, nel 2004, fu tra i dieci democratici che cercavano la nomination presidenziale. Michele Bachmann, nel 2012, fu tra le file dei repubblicani per la nomination alla presidenza; vinse il sondaggio di Ames nell’agosto 2011, ma si ritirò dalla corsa dopo una prestazione deludente alle primarie dell’Iowa.

La storia continua…

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