In una rara e clamorosa intrusione nel mondo dello sport, l’Onu ha approvato una risoluzione in cui si afferma che l’International Association of Athletics Federations (Iaaf) potrebbe aver violato le “norme e gli standard internazionali sui diritti umani”. L’ Human rights council delle Nazioni Unite, con sede a Ginevra, ha dato ragione alla velocista sudafricana Caster Semenya e condannato il tentativo della Iaaf di regolare i livelli di testosterone delle atlete con iperandrogenismo.

Come riporta la Reuters, l’Onu ha approvato una risoluzione proposta dal Sud Africa contro la discriminazione delle donne che praticano sport, criticando la federazione internazionale dell’atletica leggera. L’Onu chiede che tutti i Paesi garantiscano che le organizzazioni sportive “si astengano dallo sviluppo e dall’applicazione di politiche e pratiche che portano le donne a sottoporsi a procedure mediche inutili, umilianti e dannose”.

Esulta l’ambasciatrice del Sud Africa presso l’Onu, Nozipho Joyce Mxakato-Diseko, la quale ha dichiarato all’Afp di essere “piacevolmente contenta” che la risoluzione sia stata accolta per acclamazione. “Significa che tutti i membri delle Nazioni Unite sono d’accordo con noi”, ha detto Mxakato-Diseko. “Caster è una donna – ha aggiunto – e nessuno può metterlo in dubbio”.

Il regolamento dello Iaaf fa arrabbiare l’Onu

Mokgadi Caster Semenya, classe 1991, è una mezzofondista e velocista di fama internazionale, due volte campionessa olimpica degli 800 metri piani (nel 2012 e 2016), nonché tre volte campionessa mondiale della stessa specialità (nel 2009, 2011 e 2017).

Semenya si è rivolta al Tas per far annullare il regolamento della federazione internazionale di atletica che impone alle donne con iperandrogenismo e a quelle con “differenze di sviluppo sessuale” (Dsd) di fare in modo di abbassare, con dei trattamenti medici, il loro tasso di testosterone. Il Tribunale di arbitrato sportivo riunito a Losanna ha rinviato di almeno un mese, verso la fine di aprile, la decisione fissata inizialmente per il 26 marzo.

Semenya è nata con iperandrogenismo, condizione che la porta ad avere una quantità elevata di testosterone. Alcune rivali, sottolinea la Reuters, dicono che questo le dia un vantaggio competitivo non indifferente. E in attesa del tribunale, in suo soccorso è arrivato l’organo delle Nazioni Unite.

Lo scontro: la Iaaf contro l’Onu

Chi ha ragione tra la federazione internazionale o Semenya? Da una parte c’è chi sostiene che l’atleta non dovrebbe essere sottoposta a dei trattamenti medici specifici, in quanto la sua condizione è naturale. Dall’altra c’è chi sostiene che il suo iperandrogenismo la avvantaggi troppo rispetto alle altre atlete.

“Non ci sono prove pubblicate, trasparenti e riproducibili di un chiaro vantaggio di atleti donne nate con variazioni delle caratteristiche sessuali”, ha detto Morgan Carpenter, co-direttore esecutivo di Intersex Human Rights Australia. “L’esclusione dallo sport agonistico femminile è discriminatoria in tali circostanze”. Al contrario, secondo lo Iaaf è fondamentale “preservare la concorrenza leale nello sport femminile”. Per fare questo, sottolinea il portavoce della federazione, “è necessario che la categoria femminile nello sport sia una categoria protetta” altrimenti “rischiamo di perdere la prossima generazione di atlete”.

Insomma, in gioco questa volta c’è molto di più del caso specifico ma la preservazione di una categoria femminile che rischia di essere stravolta anche dalla presenza di atleti transessuali, che pretendono di gareggiare alla pari delle altre atlete con caratteristiche fisiche evidentemente molto diverse. Sempre in nome del politicamente corretto imperante, anche nel mondo dello sport. Figurarsi, poi, se nella diatriba s’infila anche l’Onu.

Navratilova ribadisce il “no” alle atlete trans
“Una pratica folle” e un vero e proprio “imbroglio”. Così Martina Navratilova, leggenda mondiale del tennis e icona gay, criticava poco più di un mese fa la partecipazione di atlete transgender a gare femminili. Scrivendo per il Sunday Times Navratilova sottolineava che centinaia di atlete trans “hanno ottenuto onori come donne che sono oltre le loro capacità come uomini”.

“È sicuramente ingiusto – aggiunge nel suo articolo Navratilova – per le donne che devono competere contro persone che, biologicamente, sono ancora uomini. Sono felice di rivolgermi a una donna transgender in qualsiasi forma preferisca, ma non sarei felice di competere contro di lei”. In una condizione di normalità, le parole di Navratilova sarebbero lette e accolte come semplice “buon senso” ma nell’epoca dell’ideologia del politically correct nulla è scontato. Nemmeno la natura umana.