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L’avanzata talebana, prima, e la creazione di un nuovo governo, ora, non sembrano scalfire le intenzioni e la tempra delle donne afghane. Vent’anni sono tanti e sufficienti a irrobustire desideri, aspirazioni, metodi di lotta e di interlocuzione. Le donne, in Afghanistan, in queste ore non stanno combattendo meramente per i propri diritti ma per continuare a esistere nella società governata dai nuovi talebani.

Le donne afghane di oggi

Chi sono le donne afghane di oggi? Sono laureate in ingegneria, in legge, in informatica e medicina; hanno spesso studiato all’estero e coltivano sogni grazie alla tecnologia. Hanno saputo mescolare in questi anni l’hijab con le sneakers e hanno imparato a contare, a dire la propria, anche rieducando le proprie famiglie, lì dove fosse possibile. C’è chi la propria famiglia l’ha abbandonata in cerca della propria autodeterminazione senza che questo potesse costare la vita: andare in ufficio, pagare l’affitto di un appartamento, vivere da sole sono conquiste nelle quali sono nate e cresciute.

Da adesso in poi, forse, solo insegnanti e infermiere (più le seconde) potranno avere una chance reale di non soccombere. Per quanto riguarda, invece, posizioni e ruoli di governo, nemmeno a parlarne, come testimonia la rocambolesca fuga di Zafira Ghafari, la giovane sindaca del municipio di Maydan Shahr, 50 chilometri a sud est della capitale: si è temuto a lungo potesse finire come suo padre, ucciso dai talebani; poi, la salvezza su uno degli arei-barconi delle scorse settimane. E a guardare dall’esterno, sembra davvero che non ci sia altra soluzione che la scelta tra fuga e martirio. Tutto pur di non finire sotto il peso esistenziale del burqa.

Herat

Le proteste sono cominciate il 2 settembre scorso in quel di Herat. Quasi un centinaio di donne, che sarebbero poche in una piazza d’Occidente, ma sono un’enormità sotto la scure talebana. Dopo settimane di tentativi di impegnarsi con i talebani a tutti i livelli, le donne hanno deciso di far sentire la loro voce pubblicamente chiedendo ragguagli sulle condizioni lavorative e sull’istruzione nell’Afghanistan del futuro. Qui, in queste strade, hanno chiesto ai loro futuri governanti di spiegare e chiarire le proprie posizioni sui diritti delle donne, uscendo dagli eufemismi e dai proclami che avevano accompagnato l’avanzata d’agosto.

Per le strade di Herat hanno perfino lanciato una sfida alla nuova leadership-quando ancora il governo di banditi e terroristi era ancora in fieri-chiedendo di entrare nella loro rosa, acconsentendo a un’equa rappresentanza delle donne nel governo e nella Loya Jirga (assemblee nazionali). E proprio dopo i fatti di Herat, che assieme alla resistenza in Panshir lasciavano accesa qualche speranza di un Afghanistan diverso, i talebani hanno inviato messaggi contrastanti. Alla fine di agosto, il portavoce del gruppo, Zabihullah Mujahid, ha affermato che le donne che lavorano con il governo dovrebbero rimanere a casa fino a quando “non saranno in grado di garantire la loro sicurezza nelle strade e negli uffici”. Tuttavia, qualche giorno dopo, l’invito alle lavoratrici del ministero della Sanità Pubblica a tornare al lavoro: ovvio, senza di loro si muore, talebani compresi.

Kabul e Mazar-e-sharif

Poi c’è Kabul, la capitale. Un crogiuolo di spinte e situazioni. Qui, negli ultimi vent’anni, si erano spostate un gran numero di associazioni e ONG che si occupavano di donne, di gender empowerment, di vittime di violenza domestica. Qui le donne che manifestano sfidano a viso aperto le canne dei fucili dirette verso i loro volti nei pressi del palazzo presidenziale. Sono armate di microfoni, cellulari e sui loro striscioni si legge: “La libertà è il nostro motto. Ci rende orgogliosi”. Anche a Kabul le risposte che giungono sono furbamente evasive: si azzardano rassicurazioni ma si proclama il ritorno alla sharia. Le interpretazioni della legge islamica variano ampiamente nel mondo musulmano: il precedente governo dei talebani è stato modellato dalle tradizioni tribali uniche dell’Afghanistan, in base alle quali le donne non devono essere viste in pubblico. Quelle usanze sopravvivono, specialmente nelle campagne, e sono perdurate anche durante i 20 anni di governo sostenuto dall’Occidente. È lì che i talebani di oggi trovano l’humus perfetto per stringere le pastoie sulle conquiste recenti.

A Kabul si protesta anche davanti all’ambasciata del Pakistan, chaperon internazionale dei talebani. Si vedono solo hijab e occhialoni da sole: “siamo tutte insieme”, “parità”, “distruggiamo l’oppressione” sono le scritte che nero su bianco scagliano in faccia al potere. E le loro proteste non si limitano a chiedere passivamente diritti ma segnano una svolta, passando all’attacco: in queste ore le donne afghane chiedono di entrare nel governo talebano, vogliono guardare in faccia i nuovi potenti e stare sul loro stesso piano. Per quanto utopico, si tratta di un cambio di sostrato epocale: le loro madri non sarebbero mai arrivate a tanto. La presa del Panshir, poi, sembra gettare benzina sul fuoco: qui i manifestanti, giovani uomini e donne, si spingono fino a gridare “morte ai talebani”.

La protesta ha raggiunto anche Mazar-e-sharif: la quarta città più grande dell’Afghanistan, capitale della provincia di Balkh, dove in tante hanno marciato sollecitando con cartelli e slogan la presenza di donne nel futuro governo e la conferma delle conquiste civili. Tra gli slogan, rimbalzati con hashtag su twitter, “the single sex society stinks”. Qui, appena tre anni fa, venne eletta per la prima volta una donna a capo di un distretto, Friba Ahmadi, 36 anni e laureata, a capo del distretto.

Che ne sarà di queste piazze?

Queste donne mostrano che, pur non essendo esportabile la democrazia, certi semi possono essere piantati e fatti germogliare. Nel 1996 queste proteste sarebbero state impossibili e non avrebbero avuto l’effetto mediatico e moltiplicatore che hanno. Tuttavia, il grande pericolo è la stanchezza, l’idea che sia tutto perduto e che in poche centinaia, e con la rete di protezione via dal Paese, queste proteste non possano trovare una confluenza politica, una forma d’opposizione solida e incanalata, ingenerando un effetto “primavere arabe”.

Il problema, però, non sono solo i talebani. La salvezza delle donne afgane, sembra un controsenso (ma non lo è), passerà necessariamente dagli uomini afgani. Dai padri, dai mariti, dai fratelli, dai colleghi, amici che non accetteranno la regola talebana, che proteggeranno per primi volti, corpi, menti, professioni. Le donne da sole, possono sempre poco. Come gli uomini.

Ogni uomo afgano che rifiuterà il ritorno al buio, sarà un punto di sconfitta per il regime.

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