La prima immagine di lei, dopo 536 giorni di prigionia tra il Kenya e la Somalia, nelle mani di al Shabaab, è quella di una ragazza sorridente, stretta in un lungo abito color verde smeraldo che le arriva fino alle caviglie. Silvia Romano, la cooperante milanese rapita nel novembre del 2018 in un villaggio a 80 chilometri da Malindi e liberata vicino a Mogadiscio all’alba del 9 maggio 2020, in Italia è arrivata così. Con lo sguardo provato, mani e piedi protetti da guanti e calzari azzurri e una mascherina bianca a coprirle il resto del volto, per le disposizioni sanitarie anti Covid-19.

Il lungo abito verde indossato da Silvia, insieme al velo sul capo, ha accompagnato ogni momento del rientro e tutte le prime immagini pubbliche di lei dopo il rilascio. Dall’atterraggio a Ciampino al colloquio con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Dall’audizione con il procuratore di Roma e i carabinieri del Ros, all’arrivo nella sua casa milanese, scortata dalle forze dell’ordine. Ha comunicato di essersi convertita all’islam, nella seconda metà del suo sequestro in Somalia e ha fatto sapere che la sua scelta, frutto di una riflessione importante, è arrivata senza alcuna costrizione da parte dei suoi rapitori. Alla psicologa dei servizi segreti che l’ha ascoltata per prima, avrebbe raccontato di avere anche un nome nuovo. Aisha, figura centrale dell’Islam.

Che cos’è il jilbab?

L’abito, così come il velo sul capo, Silvia non l’ha mai tolto. Si chiama jilbab e, in queste ore, è stato erroneamente attribuito alla tradizione e alla cultura somale, a cui però non apparterrebbe, almeno storicamente. L’abito verde indossato dalla cooperante, infatti, è semplicemente una delle tante tipologie di vestiario possibili e più in uso al momento nel Paese africano. Altri hanno identificato nella tunica della ragazza una abaya (o ibaya), un indumento femminile utilizzato in alcuni Paesi di confessione musulmana, in particolare del Golfo Persico. Solitamente si tratta di un lungo camice scuro, fatto di un tessuto leggero, che copre tutto il corpo, tranne la testa, le mani e i piedi. Per coprire il capo, infatti, le donne utilizzano altri indumenti, le cui forme variano in base alla tradizione cui si sentono di appartenere. Il velo che spesso si sceglie di indossare, per esempio, può indicare l’area geografica da cui proviene la persona oppure il ramo religioso che il fedele ha deciso di abbracciare.

Il velo (e le sue varianti)

Il velo più noto è probabilmente l’hijab, diffuso in tutti i Paesi musulmani (come anche il khimar, una sorta di mantello che copre il corpo femminile dalla testa in giù e che, a seconda della tradizione, può celare anche alcune parti del volto). Si tratta, nella maggior parte dei casi, di un normale foulard che nasconde i capelli e il collo della donna, lasciando però scoperta la sua faccia. Silvia sul capo portava un hijab dello stesso colore della suo vestito (che infatti le ha coperto anche il collo). L’hijab non è da confondere, però, con gli altri indumenti che ammantano integralmente la testa, compresa la faccia. Come, per esempio, accade in qualche circostanza con il niqab, un tessuto che, di fatto, lascia scoperti soltanto gli occhi.

Di solito si compone di due parti, divise fra loro: la prima è formata da un fazzoletto di stoffa leggero e traspirante, che viene collocato al di sotto degli occhi, che va a coprire naso e bocca ed è legato al di sopra delle orecchie, mentre la seconda parte è formata da uno scampolo molto più ampio del primo, che ha il compito di nascondere i capelli e buona parte del busto, e si lega dietro la nuca. Nel Vicino Oriente, questo tipo di indumento è spesso associato al wahabismo (dal nome del suo fondatore, il teologo del XVIII secolo, Mohammed ‘abd al Wahhab, che propugnava un credo di rigore assoluto), una delle correnti più ortodosse dell’islam dell’Arabia Saudita. La maggior parte delle donne musulmane praticanti, in tutto il mondo, tende a indossare più facilmente l’hijab nelle sue diverse varianti.

L’accostamento tunica e velo

Secondo lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, intervenuto su Repubblica proprio sulla vicenda che riguarda la cooperante italiana, la tunica indossata da Silvia accostata al velo posto sul capo rappresenterebbero “uno dei simboli dell’islam più intransigente, duro, protestatario e identitario”. Un simbolo ritenuto dall’autore inequivocabile che l’intellettuale attribuisce agli aspetti più rigidi del rito wahabita, dominante in Arabia Saudita, ma anche in Qatar. La stessa ideologia in nome della quale agisce anche al Shabaab.

“Una divisa islamista”

Come confermato anche dall’antropologa somala Maryan Ismail, la tunica indossata dalla volontaria italiana non appartiene alla tradizione del suo Paese, ma è stato frutto, a suo parere, di una forma di imposizione. “Si tratta di una divisa islamista, che ci hanno fatto ingoiare a forza”, ha scritto nella sua lettera aperta alla ragazza e pubblicata sul suo profilo Facebook e sul sito di Micromega. “Le nostre vesti si chiamano guntino, dirac, shash, garbasar, gareys, kuul, faranti, dheego, macawis, kofi“, ha concluso Ismail.

Lo spartiacque dell’11 settembre

La scrittrice italo-somala Igiaba Scego, intervistata da Fanpage, ha dichiarato che chiunque parli di abiti tradizionali provenienti dal suo Paese è vittima di una specie di tranello, di vizio: “Non esiste un vestito tradizionale somalo, alla stessa maniera in cui non esiste un vestito tradizionale italiano, francese o tedesco”. E alla domanda su come sia cambiata la moda degli abiti femminili in Somalia e quali siano i rapporti con la religione, Scego non ha dubbi: “Un importante spartiacque c’è stato dopo l’11 settembre e con lo scoppio della guerra civile. Da quel momento, c’è stata un’imponente penetrazione della moda dei Paesi del Golfo Persico. Molte donne hanno iniziato a vestirsi come in Arabia Saudita o negli Emirati Arabi. In apparenza, sembrerebbe un discorso religioso, ma il vestirsi per le donne somale ha sempre seguito anche altre dinamiche”. Come per esempio seguire lo stile delle donne più ricche.

La valenza del colore

Secondo la scrittrice è bene prendere in considerazione un’altra questione quando si affrontano questi temi: “Spesso, quando parliamo di abiti nelle società arabe, lo associamo alla religione e al ruolo della donna. Ma il problema, per quanto riguarda il contesto somalo, non è il velo o il tipo di abito, ma il suo colore. All’inizio, la cosa che ho notato è che per imitare la moda proveniente dal Golfo Persico, le donne avevano smesso di vestire gli abiti di colori sgargianti che le contraddistinguevano in passato. Così il nero è diventato il colore predominante. Negli ultimi anni, invece, c’è stata un’inversione di tendenza e i colori vivaci sono tornati di moda. Lo si capisce anche dal modo in cui era vestita Silvia, che infatti aveva uno jilbab verde”.

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