Non sono poi così tanti i Paesi nei quali nascere donna possa essere considerato una fortuna. E uno di questi è sicuramente il Bangladesh.

Nonostante le leggi stiano cambiando, la credenza che uomini e donne non siano sullo stesso piano è ancora molto forte nella popolazione. Una dimostrazione è la storia di Nusrat Jahan Rafi, studentessa sedicenne arsa viva a scuola per aver minacciato di denunciare di stupro il suo insegnante. La sentenza arrivata il 24 ottobre, consistente in 16 condanne a morte per omicidio e favoreggiamento allo stesso, e le proteste successive, sono la prova di come tale scontro abbracci la maggioranza della popolazione. Secondo i canoni dell’Occidente liberale, un fatto come questo appare chiaramente aberrante. Tuttavia non viene considerato dalla popolazione in modo così scorretto, essendo il tentativo di una donna di opporsi alla volontà di un uomo sbagliato secondo i canoni valutativi comuni e questo fatto denota una grave arretratezza dei diritti civili della donna.

Con un tasso di alfabetizzazione inferiore al 60%, appare chiaro come il mercato del lavoro sia precluso alla maggioranza delle donne, eccetto che per i lavori più umili e tendenzialmente irregolari. Sono elevati infatti i casi di giovani ragazze che abbandonano gli studi all’età di otto anni, oppure che iniziano a lavorare intorno ai dodici. Spesso nelle fabbriche con mansioni poco retribuite, qualche volta nei bordelli, in condizioni igieniche precarie ed ai margini della società.

Sebbene la forte industrializzazione degli ultimi anni possa far ben sperare per il Paese nel suo futuro, allo stato attuale è la primaria fonte di diseguaglianza sociale. Una popolazione ingente e molto povera si contrappone ad una ristretta élite opulenta, riflettendosi anche sulle possibilità di accesso agli studi. Nelle famiglie più povere, questo significa non istruire i figli, oppure darne possibilità solo a qualcuno, preferibilmente maschio.

La violenza domestica che si subisce in Bangladesh spazia dalle percosse alla vera e propria reclusione, passando dalla pratica del “lancio dell’acido”, per mezzo del quale le donne vengono sfigurate per essere escluse dalla vita sociale del circondario e dedicarsi esclusivamente alla vita domestica. Sebbene anche in questo caso il governo del Bangladesh si sia mosso, soprattutto dal 2011 in poi, con l’introduzione di appositi enti dediti all’assistenza delle donne che subiscono violenza domestica, la strada da percorrere è ancora lunga.

Nascere donna in Bangladesh è sicuramente meglio che nascere donna in Afghanistan, sebbene ci si fermi semplicemente allo scalino successivo. Tale svantaggio è favorito, oltre alle condizioni sociali ed economiche già descritte, anche ad una forte islamizzazione (nella sua interpretazione letterale) della morale comune. La mancanza di accesso alla cultura ed alla presa di coscienza dei propri diritti rende quasi impossibile uscire da questa condizione. La stessa opposizione al miglioramento delle donne provenienti dalle classi più agiate è inoltre importante ai fini del consolidamento dello status quo, in quanto mute dove la questione sarebbe da portare alla luce della stampa internazionale senza limitare le notizie a sporadiche comparse, giusto quando accade qualcosa di significativo.

L’acquisizione dei pieni diritti delle donne del Bangladesh è un processo ancora lungo, che interesserà il Paese nei decenni a venire. La speranza è che una triste storia come quella di Nusrat Jahan Rafi e di tante altre donne cui omicidi sono rimasti impuniti aiutino al miglioramento della condizione della popolazione femminile del Paese. Magari, per non dover aprire le pagine di politica estera di un qualsiasi giornale, per vedere la stessa identica storia che si ripete.