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È l’11 ottobre. L’operazione rinominata “Sorgente di pace” è al suo terzo giorno e l’esercito turco prosegue i suoi attacchi contro le città di Serekaniye e Tell Abyad, colpendo anche le carceri in cui sono detenuti i jihadisti catturati dalle forze curde che dal 2014 ad oggi hanno lottato contro lo Stato islamico. Sconfiggendolo, ma perdendo ben 11 mila combattenti, per lo più giovani, i cui ritratti affollano il Muro dei martiri. Parliamo di quello stesso Isis che, distrutto “al 100%” secondo il presidente degli Usa Donald Trump, sta adesso risorgendo dalle ceneri, approfittando ancora una volta della guerra e del caos. L’11 ottobre le strade di Qamishlo, città che sorge nel Nord-est della Siria e a maggioranza cristiana, sono scosse dal fragore di un’autobomba. Poco dopo arriva la rivendicazione da parte dell’Isis: “Siamo stati noi”. Si parla di sei civili morti, in seguito il numero viene ridimensionato a tre. Tra di essi vi è anche una donna, Hevin Khalaf, segretaria del Partito per il Futuro della Siria.

Khalaf e le donne del Rojava

La morte di Khalaf non è salita all’onore della cronaca solo perché si tratta di personaggio politico, ma anche perché rappresenta tutto ciò che l’Isis detesta e vuole distruggere, con qualsiasi mezzo. Khalaf era prima di tutto una donna e come ha detto su InsideOver l’attivista curda Berivan “(noi donne, ndr) siamo sempre le prime ad essere attaccate, nella maggior parte dei casi in maniera brutale e con grande intensità” da tutti coloro che non accettano “la nostra liberazione” e le politiche fondate sull’uguaglianza di genere e sul rispetto reciproco, pilastri del Confederalismo democratico su cui si fonda la rivoluzione del Rojava. Anche l’azione politica di Hevin Khalaf era una minaccia per l’Isis e per la sua ideologia. Segretaria del Partito per il futuro fondato nel 2018, si era impegnata in prima persona per la pace nel suo Paese, dirigendo di recente un forum tribale tutto al femminile e battendosi per una transizione democratica nel periodo post-bellico. La formazione politica a cui apparteneva ha come capisaldi la laicità dello Stato, mira alla creazione di una Siria in cui ci sia spazio per tutte le identità, rinuncia alla violenza in favore di una soluzione pacifica delle controversie e ha tra i suoi obiettivi il raggiungimento dell’uguaglianza tra uomini e donne. Pace, diritti, parità di genere, non-violenza. Questi erano gli ideali in cui Hevin Khalaf credeva, in diretta opposizione alla guerra, al sangue, alla mancanza di diritti e alla repressione di ogni libertà delle donne che la mentalità dell’Isis porta con sé e che le donne e gli uomini del Rojava hanno allontanato a caro prezzo dai loro territori.

Il ritorno dell’Isis

Lo Stato islamico, come dimostra l’attentato a Qamishli, è ancora attivo. L’autobomba esplosa nel centro cittadino l’11 ottobre è solo il primo attacco condotto dal gruppo islamico dall’inizio dell’invasione turca ed è certo che altri, ugualmente e forse anche più sanguinosi, faranno seguito. La notizia del ritorno dei jihadisti in queste ultime ore ha sorpreso molti, ma non dovrebbe essere così: gli stessi curdi dopo aver dichiarato sconfitto lo Stato islamico come entità territoriale avevano avvertito che il nemico non era stato del tutto annientato. Le cellule dormienti restavano un pericolo e avrebbero aspettato il momento giusto per tornare, come appena successo. A ciò va poi aggiunta la presenza degli estremisti islamici nelle fila del Syrian National Army appoggiato dalla Turchia, informazione nota da tempo ma che desta preoccupazione solo adesso. Gli avvertimenti dei curdi però sono rimasti inascoltati, la presenza degli estremisti nel Paese è stata tollerata troppo a lungo e tutto ciò ha portato alla morte di Hevin Khalaf, che non potrà più proseguire nella sua lotta politica. Le donne del Rojava però continueranno a portare avanti gli ideali in cui la Segretaria credeva, fino a quando non daranno vita a una società diametralmente opposta rispetto a quella che il “califfo” al Baghdadi ha sognato di instaurare. Ma se la comunità internazionale non fermerà l’invasione turca, Khalaf e tanti altri saranno morti invano e anche quella del Rojava resterà una rivoluzione incompiuta.