Asma al Assad, moglie del presidente siriano Bashar, ha vinto la sua battaglia contro il cancro dopo soltanto un anno dalla diagnosi. Nell’agosto 2018, un comunicato dell’ufficio presidenziale annunciava che “con forza, speranza e fede” Asma al Assad aveva iniziato “il primo ciclo di trattamento per un tumore maligno al seno diagnosticatole nella sua fase iniziale”.

Una notizia che aveva scosso i siriani. Asma, infatti, è sempre stata molto amata dal popolo e si è distinta per essere il collante di un Paese martoriato da una sanguinosa guerra civile.

Musulmana sunnita, nata e cresciuta a Londra, la first lady non è mai fuggita dal conflitto, rimanendo sempre accanto al marito alawita e diventando un punto di riferimento per tutti i siriani. Per sua stessa ammissione – in un’intervista trasmessa dalla televisione russa nel 2016 – Asma ha dichiarato di aver scelto di rimanere in Siria, rifiutando ripetutamente la possibilità di lasciare il Paese.

Oggi, la sua battaglia personale è finalmente vinta ed è Asma stessa ad annunciarlo, attraverso la tv di stato siriana: “Il mio viaggio è terminato; ho definitivamente sconfitto il cancro”.

Un modello di modernità

Durante l’anno della sua malattia, la first lady non si è mai nascosta, ma ha anzi continuato a dedicarsi ai suoi doveri istituzionali e pubblici, mostrando ai siriani come una donna possa continuare a vivere nonostante il tumore.

Annunciare di essere afflitti da una malattia è una decisione inusuale nei Paesi arabi, dove i personaggi di spicco tendono a nascondere i disturbi di salute, considerandoli “segreti di sicurezza nazionale”. Proprio in Siria, la malattia dell’ex presidente Hafez al Assad era stata a lungo tenuta nascosta, nonostante i segni della sua sofferenza fossero ormai evidenti.

Una scelta coraggiosa, dunque, quella della first lady, che ha contribuito a sensibilizzare le persone in una regione in cui il tumore è ancora considerato “un tabù”. D’altronde, gli Assad hanno sempre voluto trasmettere un’immagine di leader riformatori e al passo coi tempi.

La stessa Asma, nell’ultima apparizione televisiva, ha descritto il tumore come un “test” per sé e per la propria famiglia, ammettendo di voler rappresentare un modello per i siriani costretti ad affrontare questo tipo di difficoltà.

La first lady ha anche paragonato la sua lotta contro il cancro alla gestione della guerra civile da parte del governo di Damasco e ha confessato di aver comunicato la notizia al suo popolo perché i siriani hanno condiviso molto durante la guerra: “Quanto abbiamo vissuto in questi anni” – ha detto Asma – “ha contribuito a unirci profondamente”.

Da “rosa del deserto” a “lady morte”

Non tutti, però, vedono Asma al Assad come la “Lady Diana di Siria”. Molti hanno posto l’attenzione sul tempismo con cui è stata annunciata la malattia della first lady, ovvero quando la guerra in Siria era ormai praticamente finita.

Per gli oppositori, dunque, si tratterebbe di una strategia, mirata a riabilitare l’immagine del presidente siriano, considerato – almeno dai media occidentali – più come un carnefice che come un eroe. Già dallo scoppio della guerra civile siriana (2011), le Nazioni Unite hanno documentato l’utilizzo di armi chimiche contro i civili da parte del governo, oltre a numerosi casi di tortura e sparizioni; accuse che il governo di Damasco ha sempre respinto.

La stessa first lady è stata accusata di essere complice delle atrocità commesse dal governo e di aver mascherato il giro di vite del marito, sfoggiando uno stile occidentale e l’educazione inglese. Nel 2012, Asma al Assad è stata sanzionata dall’Unione europea; una misura che le ha tolto la possibilità di viaggiare all’interno degli Stati membri dell’Unione, dove sono stati congelati tutti i beni in suo possesso.

Notizie della first lady che faceva shopping di lusso mentre imperversava il conflitto hanno contribuito a far crollare la sua immagine, rendendola una figura controversa agli occhi dell’opinione pubblica occidentale. Con la guerra civile, la “rosa del deserto” si è trasformata, per i suoi detrattori, in “lady morte”.