Negli ultimi due anni il caso della giovane attivista saudita Loujain al-Hathloul ha scatenato l’indignazione di numerosi gruppi per i diritti umani, del congresso degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. In prima linea nella lotta per i diritti delle donne nel regno, la giovane militante era stata arrestata nel maggio del 2018 insieme ad una decina di altre attiviste. E ora per lei è arrivata la sentenza di condanna: cinque anni e otto mesi di carcere perché riconosciuta colpevole di “diverse attività proibite dalla legge antiterrorismo”.

Leader del movimento Women to drive che dagli anni ’90 chiede il diritto di guidare per le saudite, la 31enne da anni lotta contro le regole che impediscono alle donne di avere un ruolo nella società, contro il sistema di tutoraggio maschile e per la giustizia e l’uguaglianza in Arabia Saudita. Così è finita più volte nel mirino delle autorità. Nel 2014, dopo essersi messa alla guida della sua auto e aver attraversato il confine con gli Emirati Arabi Uniti, venne fermata e trattenuta per 73 giorni. Un episodio al quale sono seguiti altri arresti sempre con accuse vaghe e dai contorni poco chiari. Fino al maggio del 2018 quando la giovane fu incarcerata poco prima che il governo revocasse il divieto di guida per le donne saudite. Accusata di aver violato le norme per la sicurezza nazionale, Loujain al-Hathloul è detenuta da oltre due anni in terribili condizioni in una prigione di Riad nonostante le numerose richieste di scarcerazione da parte di diverse associazioni per i diritti umani.

“I miei genitori hanno la certezza che Loujain durante le detenzione sia stata torturata. Una volta riusciva a malapena a camminare. Un’altra volta riusciva a stento a sedersi. Sappiamo che hanno minacciato di violentarla e di far sparire il suo corpo”, aveva raccontato pochi mesi fa ad Avvenire la sorella minore Lina. Secondo quanto raccontato ai media dai parenti, la giovane attivista sarebbe stata costretta in regime di isolamento per mesi, sottoposta ad elettroshock, maltrattamenti e abusi sessuali. Accuse negate con forza dalle autorità ma sostenute da Amnesty International e da altre organizzazioni. “In prigione, Loujain ha subito torture, abusi sessuali e isolamento, aggravando il fatto che è stata privata ingiustamente della sua libertà da quasi due anni”, aveva dichiarato lo scorso marzo Lynn Maalouf, direttrice della ricerche sul Medio Oriente di AI. “È ora che le autorità non solo ritirino queste ridicole accuse, ma assicurino anche indagini indipendenti e imparziali sul suo trattamento durante la detenzione”.

Dopo anni di reclusione, richieste di scarcerazione, torture e lunghi scioperi della fame, è arrivata la sentenza con la condanna a cinque anni e otto mesi di carcere. Considerata una minaccia per la sicurezza nazionale, Loujain al-Hathloul è stata dichiarata colpevole dal tribunale antiterrorismo del regno con accuse che vanno dall’agitazione per il cambiamento, all’avvicinamento a giornalisti e diplomatici stranieri fino all’utilizzo dei social network per danneggiare l’ordine pubblico. “Loujain ha commesso l’unico reato di aver promosso e portato avanti campagne per riforme autentiche a favore dei diritti delle donne. È un’attivista per i diritti umani, una prigioniera di coscienza, una persona coraggiosa che in un Paese normale sarebbe portata come modello se veramente si vuole credere nelle riforme”, ha commentato Riccardo Noury, portavoce di AI Italia, definendo la sentenza “scandalosa”. Come riportano i media locali però, l’attivista saudita potrebbe presto tornare a casa. Con un tweet, la sorella Lina ha spiegato che il verdetto emesso dal tribunale saudita prevede “una sospensione della pena di due anni e dieci mesi, più lo sconto degli anni già trascorsi in carcere da maggio 2018”. Questo significa “che il suo rilascio potrebbe avvenire in circa due mesi”, ha continuato la ragazza ricordando anche che la sentenza commina cinque anni di divieto di viaggiare e che la pubblica accusa, così come la stessa attivista, possono ancora ricorrere in appello. 

Il caso di Loujain al-Hathloul negli anni ha attirato molte critiche internazionali. A far sentire la sua voce anche il presidente eletto Joe Biden che sul tema dei diritti umani ha già attaccato il regno di re Salman. In questo quadro, le tempistiche di rilascio dell’attivista 31enne non sorprendono: non appena si sarà insediata, l’amministrazione dem statunitense chiederà spiegazioni a Riad di tutte le violazioni dei diritti perpetrate (a partire dall’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi) ma la liberazione della giovane saudita potrebbe attenuare un primo duro confronto. Intanto però diverse attiviste arrestate con Loujain al-Hathloul sono ancora in carcere mentre per quelle “liberate temporaneamente” c’è sempre la paura di una nuova condanna.

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