Prima del moltiplicarsi delle attività minerarie illegali, la regione amazzonica di Madre de Dios custodiva uno dei maggiori gradi di biodiversità del Perù. Ma oggi quello che rimane in alcune zone sono solo crateri di terra ripieni di mercurio e cianuro.

Dal 2008, l’impennata dei prezzi dell’oro ha attratto i minatori illegali alla ricerca del prezioso metallo. I minatori illegali hanno portato i bar. E i bar hanno dato la spinta a una fiorente industria della prostituzione e della tratta. “Ci sono pochi altri lavori per una donna qui a Puerto Maldonado (la capitale del distretto di Madre de Dios ndr) che non siano lavorare nei bar. È triste vederle che aspettano fuori dai locali, ma hanno bisogno di soldi,” ha raccontato Claudia, 19 anni, alla giornalista Anastasia Moloney della Thomson Reuters FoundationClaudia aveva solo 14 anni quando i trafficanti l’hanno portata qui, obbligandola a lavorare in uno delle dozzine di postriboli che sorgevano ai lati della miniere e lungo le strade principali.

Il business delle miniere illegali

Secondo il quotidiano La República, il 70% delle attività minerarie presenti in zona fino a febbraio scorso era illegale. Si stima che, nelle zone di Madre de Dios, Cusco e Puno, le attività estrattive abbiano fatto tabula rasa di 18mila ettari di foresta. Un business particolarmente remunerativo, se si pensa che nel 2015 il portale di giornalismo investigativo Ojo-Publico identificò la svizzera Metalor Technologies, una delle maggiori raffinerie al mondo, come un cliente delle compagnie della zona.

Metalor ha successivamente chiuso i contratti di provvigione con i minatori artigianali dell’America Latina proprio a causa delle “complessità della catena della somministrazione”. Per dare un taglio netto a queste attività illegali, lo scorso febbraio il governo di Martin Vizcarra ha dato il via all’“Operazione Mercurio”. 1.200 poliziotti e 300 soldati sono stati distaccati nella baraccopoli di La Pampa, punto di ingresso per la zona delle miniere illegali, con l’obiettivo di espellere i cercatori d’oro. Secondo il Ministero della Difesa, dall’inizio dell’intervento a ottobre 2019 sono stati distrutti 323 accampamenti e sequestrati 1806 motori e 91 veicoli di dimensioni maggiori.

“I minatori di La Pampa che vogliono inserirsi nell’economia legale si potranno muovere in un ‘corridoio minerario’ più a ovest” – aveva dichiarato il ministro per l’Ambiente Fabiola Muñoz al Guardian durante una visita al villaggio – “Ma solo a tre condizioni: niente mercurio, niente lavoro minorile e niente tratta”.

Le operazioni di polizia hanno recuperato 69 donne e 51 minorenni che lavoravano nei bar e nei bordelli. Si sperava che il connubio di miniere illegali e tratta illegale subisse così un colpo mortale. Ma, nonostante gli indiscutibili successi, le cose sono andate diversamente. I residenti locali hanno denunciato che le operazioni illegali si sono semplicemente spostate più in profondità nella foresta, seguite dalle prostitute e dai bar. Il quotidiano El Comercio riporta infatti che quattro draghe usate per l’estrazione di oro sono stati ritrovate nei fiumi del dipartimento di Loreto, nel nord del paese, a conferma di una espansione dei minatori in zone ancora intoccate.

“È come l’effetto che fa un palloncino gonfiabile,” ha dichiarato il governatore regionale Luis Hidalgo a TRF, riferendosi al fatto che se si esercita pressione in un punto di un pallone, questo semplicemente si gonfia da un’altra parte.

Giovani, povere e indigene

Le vittime di tratta provengono spesso da comunità contadine indigene dell’altipiano andino, a centinaia di chilometri da queste terre. Povere e con poca educazione, costituiscono una facile preda per i trafficanti. “Le donne e le ragazze sono reclutate con false promesse di lavoro e poi obbligate a fare sesso con i minatori. Più sono giovani, più soldi vengono chiesti ai loro clienti,” ha spiegato a Moloney Mercedes Arce, coordinatore dell’organizzazione contro la tratta CHS Alternativo.

Senza altre opportunità, le donne recuperate si trovano a vivere in condizioni di povertà estrema, e spesso sono loro stesse a ritornare a vendersi nei bar. La prostituzione tra donne maggiorenni è infatti legale in Perù, e può portare a guadagni medi di 600 dollari al mese – più del doppio del salario minimo. Così, a un’ora di auto da Puerto Maldonado, nel distretto di Laberinto, è già sorto un nuovo agglomerato di locali. Secondo il ministero della Donna, poche delle 120 vittime incontrate durante i raid dell’anno scorso hanno trovato un nuovo impiego, e diverse delle ragazze vivono ancora in rifugi pubblici.

Virginia Rojas, coordinatore regionale del ministero a Puerto Maldonado, ha raccontato a Trf che molte di loro non vogliono né tornare nelle loro case, né testimoniare contro i trafficanti. “Queste donne hanno sofferto un sacco di violenza…ma non si percepiscono come vittime,” ha dichiarato a Moloney. Anche per questo, i provvedimenti giudiziari a Madre de Dios sono stati finora difficili: dal 2017 solo 22 persone sono state condannate per tratta, nella maggior parte dei casi per sfruttamento sessuale di bambini. Claudia è una delle poche che ha cooperato con le autorità, mandando i suoi trafficanti in prigione per sfruttamento sessuale. Ma lei stessa prova sentimenti controversi per le sue azioni: “Mi spiace per loro. Si sono presi un periodo lungo, uno starà vent’anni in prigione,” ha dichiarato Claudia a Moloney. Finché non verranno garantite a queste donne prospettive migliori, sarà difficile che non ritornino sui propri passi,

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