Il presidente cinese Xi Jinping intensifica la sua lunga campagna anti-corruzione, portando l’attenzione sull’Esercito Popolare di Liberazione (PLA), una delle istituzioni più potenti e strategiche della Cina. In un recente sviluppo, Xi ha deciso di mobilitare le organizzazioni di base per individuare e neutralizzare i cosiddetti “profili problematici” all’interno delle forze armate, un segnale chiaro della sua determinazione a consolidare il controllo sul PLA e a garantire la sua lealtà assoluta al Partito Comunista Cinese (PCC).
Una campagna senza tregua
Sin dal suo insediamento nel 2012, Xi Jinping ha fatto della lotta alla corruzione un pilastro centrale della sua leadership. Con lo slogan “colpire sia le tigri che le mosche” – riferito ai funzionari di alto rango e ai piccoli burocrati – il presidente ha supervisionato un’operazione che ha disciplinato milioni di individui, tra cui membri del partito, funzionari governativi e, più recentemente, alti ufficiali militari. Secondo fonti ufficiali, negli ultimi 12 anni oltre sei milioni di funzionari sono stati puniti, un numero che testimonia l’ampiezza e la profondità di questa crociata.
Nell’ambito militare, la campagna ha assunto un’urgenza particolare negli ultimi anni. Il PLA, con i suoi 2 milioni di effettivi, è considerato uno strumento cruciale per le ambizioni globali della Cina, tra cui la modernizzazione delle forze armate entro il 2035 e la capacità di competere con potenze come gli Stati Uniti. Tuttavia, la corruzione endemica all’interno dell’esercito ha rappresentato una minaccia significativa a questi obiettivi, spingendo Xi a intervenire con misure drastiche.
Il ruolo delle organizzazioni di base
La novità dell’approccio annunciato il 28 febbraio 2025, risiede nell’impiego delle organizzazioni di base come avanguardia nella lotta alla corruzione militare. Queste strutture, spesso formate da membri del partito e cittadini comuni vicini alle forze armate, sono state incaricate di monitorare il comportamento degli ufficiali e segnalare eventuali irregolarità. Si tratta di una mossa che riflette la strategia di Xi di rafforzare il controllo capillare del PCC su ogni livello della società, incluso il suo esercito.
Questa decisione arriva in un momento di intensa pressione sul PLA. Solo negli ultimi due anni, numerosi generali e alti funzionari militari sono stati rimossi o messi sotto inchiesta. Tra i casi più eclatanti figurano quelli dell’ex ministro della difesa Li Shangfu, sospeso nell’ottobre 2023, e del suo predecessore Wei Fenghe, entrambi caduti in disgrazia per accuse di corruzione. Più di recente, a novembre 2024, Miao Hua, un ammiraglio di spicco e membro della Commissione Militare Centrale, è stato rimosso dal suo incarico con l’accusa di “gravi violazioni della disciplina”, un eufemismo che in Cina indica spesso pratiche corruttive.
Le motivazioni di Xi
L’intensificazione della campagna anti-corruzione nel PLA non è solo una questione di integrità interna, ma anche di sicurezza nazionale e ambizione geopolitica. Xi ha ripetutamente sottolineato che un esercito corrotto non può essere affidabile né pronto a “vincere guerre”, un concetto che ha ribadito in un discorso del 5 dicembre 2024 riportato da CCTV. Con tensioni crescenti nel Mar Cinese Meridionale e attorno a Taiwan – dove il PLA deve essere pronto a un’eventuale azione militare entro il 2027, secondo le direttive di Xi – la lealtà e l’efficienza delle forze armate sono prioritarie.
Mobilitando le organizzazioni di base, Xi non solo amplia la rete di sorveglianza, ma invia anche un messaggio politico: nessuno, nemmeno i vertici militari, è al di sopra del controllo del partito. Questo approccio, tuttavia, ha sollevato interrogativi sulla sua efficacia a lungo termine. Alcuni analisti suggeriscono che, sebbene possa scoraggiare comportamenti illeciti nel breve periodo, rischia di alimentare paranoia e immobilismo tra gli ufficiali, timorosi di essere denunciati per errori minori o semplici sospetti.
Critiche e implicazioni
La campagna di Xi non è priva di ombre. I critici, sia interni che esterni, sostengono che essa sia anche uno strumento per eliminare rivali politici e consolidare il potere personale del presidente. L’epurazione di figure come Miao Hua, considerato un tempo vicino a Xi, alimenta speculazioni su lotte intestine all’interno del PCC e del PLA. Inoltre, l’espansione della rete di centri di detenzione liuzhi – ora più di 200 in tutto il paese – utilizzati per interrogare i sospettati senza garanzie legali, ha attirato critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani come Safeguard Defenders, che denunciano abusi e mancanza di trasparenza.
Dal punto di vista internazionale, la purga del PLA potrebbe avere ripercussioni contrastanti. Da un lato, la corruzione scoperta potrebbe rallentare i piani di modernizzazione militare della Cina, come sottolineato da un recente rapporto del Pentagono, che ha evidenziato come le indagini abbiano “interrotto” il progresso verso gli obiettivi del 2027. Dall’altro, un esercito più disciplinato e centralizzato sotto il controllo di Xi potrebbe rendere la Cina un attore ancora più determinato sulla scena globale.
Un futuro incerto
Mentre Xi Jinping continua a “rivoltare il coltello verso l’interno”, come ha esortato i suoi funzionari a fare, la sua campagna anti-corruzione rimane un’arma a doppio taglio. Se da un lato rafforza il suo dominio sul PLA e sul PCC, dall’altro rischia di minare la fiducia interna e di ostacolare la coesione necessaria per affrontare sfide future, sia domestiche che internazionali. La mobilitazione delle organizzazioni di base è solo l’ultimo capitolo di questa saga, ma il suo successo dipenderà dalla capacità di Xi di bilanciare repressione e stabilità in un sistema sempre più sotto pressione.
Resta da vedere se questa strategia porterà a un PLA più forte e leale, o se, al contrario, seminerà i germi di nuove tensioni in un paese dove il potere, come la corruzione, è una questione di equilibrio precario.

