Il neo presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta lavorando attivamente per cercare di porre termine al conflitto in Ucraina. Come sappiamo, una delegazione statunitense e una russa si sono incontrare a Riad lo scorso 18 febbraio: grande assente proprio l’Ucraina (oltre all’UE).
La Nato e i confini della Guerra Fredda
Sebbene non si sappia esattamente che condizioni siano state discusse, in quanto le prime dichiarazioni ufficiali appaiono volutamente vaghe, si vocifera che gli Stati Uniti potrebbero decidere di chiudere la basi Nato nei Paesi dell’Europa Orientale. Il tabloid tedesco Bild ha riferito mercoledì, citando un funzionario di un Paese est-europeo, che la Casa Bianca potrebbe prendere in considerazione il ritiro di tutte le truppe dai Paesi europei che hanno aderito alla NATO dopo il 1990. Ciò includerebbe Albania, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Finlandia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Montenegro, Macedonia del Nord, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia e Svezia. Praticamente andando incontro al diktat putiniano di dicembre 2021, quando aveva richiesto all’allora presidente Joe Biden di far arretrare la Nato ai confini della Guerra Fredda (Germania esclusa). Il medesimo rapporto ha aggiunto che ci sarebbero preparativi per il possibile ritiro dal Kosovo, il che farebbe ricadere sulle spalle italiane la gestione di quel teatro di crisi.
Il Financial Times è stato meno fantasioso (o prono alla propaganda) e ha riferito che si ritiene che il presidente Trump potrebbe accettare di rimuovere le forze statunitensi dai Paesi Baltici, lasciando intendere, però, che resterebbero i soldati delle altre nazioni dell’Alleanza Atlantica.
Il Fronte Est della Nato sta crollando? Difficile. Washington ha la sua più grande presenza sul fianco orientale dell’Europa in Polonia dove ha circa 10mila soldati, e sebbene si parli di una riduzione della presenza totale delle forze Usa in Europa, lo stesso presidente polacco Andrzej Duda ha dichiarato martedì di aver ricevuto rassicurazioni dagli Stati Uniti sul fatto che Washington non ridurrà la presenza delle sue truppe in Polonia e altrove lungo il fianco orientale dell’Alleanza.
In effetti l’amministrazione Trump non ha annunciato piani per ritirare le forze statunitensi dalla regione, e le parole del segretario alla Difesa Pete Hegseth secondo cui “gli alleati europei devono guidare dal fronte” ha lasciato i partner della Nato a contemplare una potenziale nuova realtà in cui gli Stati Uniti non sono più il potente sostegno per la sicurezza del continente.
La Nato si esercita senza gli Usa
Forse anche per questo l’Alleanza sta testando in questi giorni la sua capacità di dispiegarsi rapidamente nell’Europa Orientale, senza l’assistenza diretta degli Stati Uniti. La serie di esercitazioni note come “Steadfast Dart 2025”, della durata di sei settimane che si stanno effettuando in Bulgaria, Romania e Grecia, coinvolgono circa 10mila soldati di nove nazioni e rappresentano la più grande operazione NATO pianificata quest’anno. Nove nazioni alleate, senza gli USA. Un bel test sulla via della costruzione di una maggiore autosufficienza militare europea (l’UE prenda nota).
A febbraio, la disposizione delle otto brigate multinazionali dell’Alleanza presenti sul fronte orientale era così indicata dal sito ufficiale della Nato: Bulgaria, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Slovacchia. Gli Stati Uniti sono presenti in questo dispiegamento, con le proprie truppe, in Bulgaria e Ungheria. Come si vede, le forze statunitensi, se escludiamo la presenza diretta, in modo autonomo, partecipano solo a una parte di questo dispositivo di sicurezza avanzato dell’Alleanza.
USA proiettati nell’Indo-Pacifico
Il punto fondamentale è proprio questo: Washington, ventilando il ritiro di parte delle proprie forze dal teatro europeo, intende lasciare sulle spalle degli alleati la maggior parte dell’onere della difesa del Fronte Est. Non è niente di strano: la politica statunitense ha sempre cercato questa soluzione e l’aumento della percentuale di Pil destinata alla Difesa per i Paesi membri dell’Alleanza, stabilita al vertice del Galles del 2014, va proprio in tal senso.
Questo non significa, come qualcuno potrebbe pensare erroneamente, un nuovo isolazionismo statunitense, bensì un balzo in avanti nel cambiamento strategico di Washington che ormai da anni punta verso il lontano teatro dell’Indo-Pacifico.
Ecco perché parliamo di bluff. Aggiungiamo che l’ulteriore alzamento dell’asticella delle spese destinate alla Difesa (si parla del 5%), intende proprio fare in modo che l’Europa (o meglio gli alleati europei della Nato) si armi maggiormente per contenere la Russia e liberare risorse statunitensi da impiegare per contenere la Repubblica Popolare Cinese (RPC) nel Pacifico Occidentale. Se l’appeasement con Mosca (se davvero sarà come si prospetta) è finalizzato alla ricerca del distacco tra Russia e RPC in una riedizione ribaltata della strategia Nixon-Kissinger (staccare la Cina dall’Urss per combattere meglio quest’ultima), sicuramente possiamo affermare che la conseguenza di questa politica, che vede l’Ucraina come una sorta di agnello sacrificale, non vedrà la fine della presenza statunitense in Europa, ma una maggiore assunzione di responsabilità degli altri Paesi della Nato.
A riprova di quanto andiamo affermando, proprio mercoledì scorso Pete Hegseth ha chiesto ad alcuni settori delle forze armate USA di effettuare dei tagli come parte di una potenziale riduzione della spesa dell’8% in ciascuno dei prossimi cinque anni. Non si tratta però di tagli lineari, bensì di una vera a propria razionalizzazione della spesa, infatti era presente una lunga lista di esenzioni, tra cui per l’intero U.S. Indo-Pacific Command, a riprova dell’importanza di quel settore per gli Stati Uniti. Al contrario, i comandi militari che supervisionano le operazioni in Europa, Medio Oriente e Africa non erano esenti da tagli.