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Le vendite estere del caccia francese Dassault “Rafale” sono in aumento dal 2015, e nelle recenti gare d’appalto, come riporta il Financial Times (Ft), hanno superato tutti i concorrenti tranne l’F-35 della statunitense Lockheed Martin.

Parigi punta su Nuova Delhi

La marina militare indiana, ad esempio, ha dato il primo via libera per l’acquisto di 26 “Rafale” (e tre sottomarini a propulsione diesel/elettrica classe Scorpene) nonostante avesse mostrato interesse per il “Super Hornet” di Boeing, al punto da aver fatto eseguire test a terra di decollo e appontaggio a luglio 2022 (le portaerei indiane non hanno sistema di lancio con catapulta).

Già nel 2016 l’aviazione indiana aveva piazzato un ordine per 36 “Rafale” che hanno cominciato a essere consegnati a partire da maggio 2020. Il governo francese ritiene che questa ripetizione dell’approvazione ne stimolerà altre. “Questo consolida la posizione dell’India come partner principale in quello che possiamo chiamare il club dei paesi Rafale”, ha detto un funzionario francese. “India, Egitto ed Emirati Arabi Uniti: ora è un vero gruppo e un asse politico su cui possiamo lavorare” ha aggiunto. all’estero, le sue fortune sono decollate molto più tardi, aiutate dai venti geopolitici favorevoli. Questi includono regole di esportazione di armamenti statunitensi più severe, che hanno deviato altrove una serie di ordini dagli stati del Medio Oriente come ad esempio per gli Emirati Arabi Uniti che avevano mostrato interesse per l’F-35.

In Francia pertanto sono ottimisti, e prevedono che il “Rafale” beneficerà dell’allontanamento dei Paesi mediorientali o asiatici dai fornitori russi a causa della guerra in Ucraina e dell’embargo occidentale che ha azzoppato l’industria ad alta tecnologia di Mosca.

L’industriale indiano e presidente del Gruppo Reliance Anil Ambani seduto nella cabina di pilotaggio del jet francese Dassault “Rafale” durante l’evento “Aero India-2017” presso la base aerea di Yelahanka a Bangalore, India. Foto: EPA/JAGADEESH NV

Un’alternativa allo strapotere di Usa e Russia

Stati Uniti e Russia dominano ancora il settore, con quest’ultima vista comunque ancora come punto di riferimento per alcuni Stati nordafricani, mediorientali e asiatici, ma gli ordini per il Rafale, riporta ancora il Ft, hanno raggiunto l’anno scorso la cifra record di 21 miliardi di euro e la Francia è arrivata nel 2022 all’11% delle quote globali del marcato di armamenti rispetto al 7% dell’anno precedente.

“Alcuni Paesi non vogliono più comprare russo, ma non vogliono nemmeno i [caccia] americani”, ha detto ai giornalisti a giugno Éric Trappier, amministratore delegato di Dassault. “Quindi la Francia può essere quel Paese che tradizionalmente è un po’ più neutrale”.

Il quotidiano prevede che una combinazione di diversificazione, diplomazia francese e versatilità del caccia genererà maggiori vendite, ma a questo punto occorre fare alcune precisazioni per smorzare i toni un po’ troppo entusiastici d’oltralpe.

Innanzitutto bisogna evidenziare che la commessa indiana del 2016 è stata possibile solo in quanto Parigi ha accordato a Nuova Delhi una parziale cessione di tecnologia e la costruzione di una buona parte dei velivoli in India. Il contratto prevede infatti una soluzione “chiavi in mano”: tre gruppi di piloti e ingegneri indiani vengono addestrati in Francia per poter operare col “Rafale” e l’accordo prevede una clausola secondo la quale le compagnie francesi che costruiscono il caccia devono trasferire parte della produzione (circa il 50%) in India coinvolgendo le industrie locali. La Dassault Reliance JV di Nagpur ha già avviato la costruzione del “Rafale” mentre la Thales, che provvede a fornire radar e componenti elettroniche, è già presente nella città indiana con uno stabilimento e anche la ditta costruttrice dei propulsori, la Safran, si trova ad operare in India grazie a quest’accordo.

L’F/A-18E/F “Super Hornet” ha poi lo svantaggio di essere un velivolo di maggior peso e dimensioni per portaerei dalle dimensioni ridotte come quelle che possiede l’India, quindi sul mercato c’erano davvero poche alternative a livello globale, e nessuna se guardiamo in Occidente.

Bisogna però fare attenzione agli Stati Uniti, che potrebbero proporre a Nuova Delhi la versione Stovl (Short Take Off Vertical Landing) dell’F-35 (la B o bravo): a settembre 2020 era trapelata la notizia di un maggiore interesse indiano per il velivolo di Lockheed-Martin – già emerso nel 2018 – ma al momento non se ne ha più traccia.

Considerando poi i ratei di produzione dell’F-35 (intorno alle 130 macchine l’anno) rispetto a quelle del “Rafale” (36/anno), il “Lightning II” può tornare in corsa, anche in funzione delle tempistiche decisionali indiane che sono alquanto lunghe.

Non bisogna poi dimenticare che il “Rafale” è un caccia di quarta generazione (ha effettuato il primo volo nel 1986), mentre l’F-35 è di quinta, pertanto il velivolo francese è concettualmente molto più vecchio, sebbene comunque valido.

L’F-35 poi sta riscuotendo grande successo tra gli alleati e partner degli Stati Uniti, con sempre più Paesi che vi si affidano determinando un abbattimento dei costi di produzione/gestione, e quindi l’India potrebbe improvvisamente optare per questo velivolo nonostante, come visto, già produca in patria il 50% del caccia francese.

Non bisogna dimenticare, infatti, che l’aeronautica militare indiana è da tempo alla ricerca di un caccia di quinta generazione e anni fa Nuova Delhi aveva stretto accordi – poi stracciati – con la Russia per partecipare al programma Pak Fa che ha generato il Su-57 (la versione indiana si sarebbe chiamata Fgfa).

L’india ha anche pensato di “fare da sé” in tal senso, e ha investito risorse significative nella stesura di piani per un caccia di quinta generazione stealth autoctono, l’Hal Amca, con la speranza di avere un prototipo volante per la metà degli anni 2020. Tuttavia questa eventualità richiederebbe di acquisire o sviluppare tecnologie chiave, compresa la produzione di materiali radar-assorbenti, motori ad alte prestazioni e radar Aesa (Active Electronically Scanned Array) avanzati.

Proprio per questo un’eventuale partecipazione indiana al programma Jsf, al posto di quella turca non è da escludere a priori nonostante i legami che intercorrono ancora tra Mosca e Nuova Delhi. Ovviamente dovrebbero rendersi necessari dei distinguo limitanti, ma del resto anche la Russia aveva imposto limitazioni al trasferimento di tecnologia per il suo Su-57.

La diplomazia delle aziende francesi

Dassault, comunque, ha capitalizzato le relazioni coi Paesi che un tempo erano clienti del “Mirage”, tra cui Egitto, Qatar e Grecia, e a Dubai, e nel 2021 ha festeggiato un ordine record per 80 “Rafale” per gli Emirati Arabi Uniti.

I francesi affermano che il cammino, in Europa, è più difficile nonostante i recenti aumenti dei bilanci della Difesa perché, in parte, è il riflesso di un atlantismo profondamente radicato: la maggior parte della regione vede negli Stati Uniti il garante della sicurezza europea. Addirittura, come ricorda il Ft, in un’intervista del 2018 con il quotidiano belga Le Soir, Trappier si era descritto come un “Donald Trump al contrario”, dicendo che credeva che l’Europa fosse “per gli europei”.

La realtà è che il problema della collaborazione industriale con la Francia è proprio la Francia stessa. Il protezionismo industriale francese, una certa dose di assertività nel fissare i requisiti di sistema e la poca volontà di cedere tecnologie “intra Europa” ha portato, nella storia recente, alcuni programmi ad accumulare ritardi che ne minano la stessa esistenza: ricordiamo lo Scaf (Système de Combat Aérien du Futur) e l’Mgcs (Main Ground Combat System), entrambi progetti che vedono diatribe tra Parigi e Berlino mai del tutto concluse. Vale la pena anche ricordare che se la Francia è uscita dal consorzio multinazionale Eurofighter, che ha portato alla nascita del “Typhoon”, optando per la progettazione dell’autoctono “Rafale”, è anche (ma non solo) per gli stessi motivi già indicati.