Ve l’avevamo detto: l’Europa compra troppe armi dagli Usa ed è un grosso problema

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Difesa /

Il Rapporto all’Unione Europea di Mario Draghi, ex premier e presidente della BCE (Banca Centrale Europea), sul rafforzamento della competitività del Vecchio Continente nel settore della Difesa, ha il merito di aver messo ufficialmente nero su bianco una problematica che si è ingigantita con l’aumentare della spesa per gli armamenti a seguito dell’avvio del conflitto in Ucraina: i Paesi UE acquistano troppo dagli Stati Uniti.

A novembre del 2022, quindi praticamente all’indomani dei provvedimenti di varie nazioni europee che aumentavano il bilancio per la Difesa (Germania in testa), avevamo analizzato come la maggior parte di questa spesa finisse nelle casse statunitensi. In quel periodo, si era evidenziato che i Paesi UE facevano sommare circa 33 miliardi di dollari di “offerte di armamenti”, come viene chiamata la fase iniziale dei negoziati USA per la vendita di armi, di cui 21 miliardi calcolati da febbraio 2022. La stima era comunque al ribasso, in quanto in quelle cifre non vengono conteggiate le vendite commerciali dirette che sono più difficili da tracciare.

Il rapporto Draghi rileva che, tra la metà del 2022 e la metà del 2023, il 63% di tutti gli ordini di sistemi per la Difesa dell’UE è stato effettuato con aziende statunitensi e un ulteriore 15% con altri fornitori extra-UE.

Un caso di studio potrebbe essere quello della Polonia (ma anche la Romania) e di altri Paesi dell’Europa orientale: Varsavia, oltre ad aver ordinato gli F-35 il cui primo esemplare è stato consegnato recentemente (ma su questo particolare caso torneremo a breve), ha acquistato ulteriori MBT (Main Battle Tank) Abrams e ha avuto il via libera da Washington per l’acquisizione di sistemi missilistici da difesa aerea Patriot PAC-3 MSE per un valore complessivo di 15 miliardi di dollari (48 lanciatori e 644 missili). Senza dimenticare l’MLRS (Multiple Launch Rocket System) HIMARS, che ha riscosso un ampio successo anche altrove: la Polonia riceverà 18 lanciatori insieme a 45 missili guidati ATACMS per un valore complessivo di 10 miliardi di dollari, che si sommano ai 20 miliardi di dollari investiti da Varsavia per acquistare, stavolta dalla Corea del Sud, MBT, obici e aerei da caccia leggeri.

Uno dei motivi per i quali alcuni Paesi europei preferiscono “fare spesa” negli USA, è la maggiore celerità di produzione e consegna: l’industria della Difesa statunitense è così grande che non si deve attendere molto tempo per vedere sviluppate armi all’avanguardia. Gli armamenti prodotti oltre Atlantico hanno poi il vantaggio di essere quasi tutti provati in combattimento, al contrario di quelli locali, facendo le debite eccezioni.

La necessità di tornare ad avere quantità di armamenti convenzionali sufficienti per poter manifestare un deterrente efficace non può però, da sola, spiegare questa particolare tendenza ad acquistare made in USA.

Secondo chi scrive, la decisione di affidarsi, per la European Sky Shield Initiative (ESSI) della NATO, a sistemi fabbricati negli Stati Uniti, in Israele e in Germania ha un retrogusto molto politico e poco pragmatico: non aver selezionato il SAMP/T (costruito da MBDA per Italia e Francia) desta qualche sospetto in tal senso. Questo spiegherebbe anche perché Parigi, Roma e Madrid abbiano preferito non aderire all’iniziativa guidata da Berlino.

Quale retroscena politico vi sia o meno, resta il punto fondamentale: la maggior parte dei soldi spesi in Europa per gli armamenti “vola” verso gli Stati Uniti. Se per l’F-35 la scelta è obbligata, in quanto il cacciabombardiere di quinta generazione di Lockheed Martin (prodotto anche dall’Italia) è l’unico top di gamma sul mercato, per altri sistemi d’arma forse si sarebbe potuto guardare localmente, come per esempio per gli MBT o gli stessi missili da difesa aerea.

Poca spesa in Europa ha una ricaduta pesante sull’industria del Vecchio Continente (alle prese anche con la maggiore richiesta di munizionamento per l’Ucraina) in termini di investimenti in R&S (ricerca e sviluppo), che è il settore trainante di tutta la filiera della Difesa e, in generale, di tutta l’industria ad alta e altissima tecnologia. Ecco perché nel 2022, nei 27 Paesi presi in esame dal rapporto Draghi, la spesa per l’R&S nel settore della Difesa è ammontata complessivamente solo a 10,7 miliardi di euro, ovvero appena il 4,5% del totale, rispetto ai 140 miliardi di dollari degli Stati Uniti, cioè circa il 16% dei loro stanziamenti nello stesso settore preso in esame.

Si tratta di una tendenza cominciata da tempo, non solo per via del conflitto in Ucraina: nel periodo 2017-2021 la Norvegia ha investito l’83% del suo budget in armamenti di fabbricazione USA, il Regno Unito circa 77%, l’Italia il 72% e i Paesi Bassi addirittura il 95%.

Questa tendenza va invertita, e per farlo occorre maggiore sostegno politico al comparto Difesa europeo che troppo spesso è frenato dagli stessi macchinosi ingranaggi della burocrazia UE, che si sovraimpone a quelle nazionali. Da parte delle industrie, invece, bisognerebbe imparare a rischiare di più: assodato che, come budget disponibile, non è possibile avere una politica industriale uguale a quella dei colossi statunitensi, è comunque consigliabile investire maggiormente in progetti con un atteggiamento rivolto al futuro anche quando mancano del tutto gli ordini e i requisiti, proprio sul modello della sperimentazione pura che viene fatta negli Stati Uniti.