Gli Stati Uniti hanno pubblicato mercoledì 18 marzo il rapporto di intelligence sulle minacce per il 2026. Il documento offre una valutazione del rischio su tematiche più generali, come l’IA e la tecnologia quantistica applicata ai computer, e su macroaree geografiche dove vengono valutati il livello di minaccia di attori ostili agli interessi USA, ma soprattutto la loro volontà di perseguire azioni aggressive che possano destabilizzare ulteriormente quei quadranti del globo.
In questo esercizio di forecast effettuato in base alla raccolta di dati di intelligence, spicca una considerazione molto interessante che riguarda la possibile futura condotta della Repubblica Popolare Cinese (RPC) nei riguardi di Taiwan: si afferma, senza ombra di dubbio, che Pechino non intende attaccare l’isola nel 2027, sovvertendo radicalmente le precedenti valutazioni di alti esponenti della Difesa USA.
L’analisi dell’attività della Repubblica Popolare
Nella valutazione generale sull’attività della RPC, si indica ancora una volta come il presidente Xi Jinping e il suo governo mirino a raggiungere “il grande ringiovanimento della nazione cinese” entro il 2049. A tal fine, Pechino cercherà di aumentare il proprio potere e la propria influenza per plasmare la propria regione e gli eventi mondiali, creando un ambiente favorevole agli interessi cinesi e superando gli sforzi di contenimento da parte degli Stati Uniti.
L’aspetto del libero accesso al mare aperto (la vera questione taiwanese) resta fondamentale: si valuta che a tal fine la RPC continuerà a cercare di limitare la presenza militare e le operazioni statunitensi nella sua periferia.
Si ribadisce che anche la RPC vede vantaggi e dà priorità a relazioni economiche produttive e stabili con gli Stati Uniti, come dimostra il suo approccio all’accordo di Busan con l’amministrazione Trump. D’altro canto, si osserva come Pechino sia profondamente diffidente nei confronti delle intenzioni di Washington, e ritiene da tempo che gli Stati Uniti perseguano uno sforzo coordinato per contenere lo sviluppo e l’ascesa della Repubblica Popolare, minare il dominio del Partito Comunista Cinese e impedire al Paese di raggiungere i suoi obiettivi, ma allo stesso tempo, i leader cinesi “cercheranno di ridurre la tensione con Washington quando ritengono che tali sforzi avvantaggino Pechino” e soprattutto permettano di “guadagnare tempo” per rafforzare la sua posizione. Questi ultimi passaggi sono fondamentali per capire non solo la direzione apparente dell’agire cinese nel suo intorno geografico, ma anche per inquadrare la valutazione finale sulle intenzioni cinesi riguardanti Taiwan (e il Mar Cinese Meridionale).
Si afferma infatti anche che Pechino continuerà a rafforzare le sue capacità militari convenzionali e le forze strategiche, a intensificare la concorrenza nello spazio e a sostenere la sua strategia economica ad alta intensità industriale e tecnologica per competere con la potenza economica degli Stati Uniti.
Una valutazione che ribalta le precedenti
Arrivando alla questione taiwanese, l’intelligence USA valuta che nel 2026, Pechino probabilmente continuerà a cercare di stabilire le condizioni per un’eventuale unificazione con Taipei senza conflitti.
Si afferma che la RPC, nonostante la minaccia di usare la forza per imporre l’unificazione, se necessario, e per contrastare quello che vede come un tentativo degli Stati Uniti di usare Taiwan per indebolire la sua ascesa, preferisce raggiungere l’unificazione senza l’uso della forza, se possibile. Questo è assolutamente vero e riscontrabile con l’attività ibrida che Pechino sta svolgendo nell’isola e nel suo intorno, non da ultimo con gli strumenti coercitivi paramilitari forniti dalla sua Guardia Costiera e flotta da pesca.
L’Intelligence statunitense riporta anche che l’Esercito popolare di liberazione (PLA) continua a sviluppare piani e capacità militari per tentare di raggiungere l’unificazione utilizzando la forza, in caso gli venga ordinato di farlo. Il PLA probabilmente sta facendo progressi costanti ma disomogenei sugli strumenti capacitivi che utilizzerebbe in un tentativo di conquistare Taiwan e scoraggiare – e, se necessario, sconfiggere – gli Stati Uniti. Ciononostante, il PLA, a volte, ha aumentato la portata, le dimensioni e il ritmo delle operazioni intorno a Taiwan.
La comunità di intelligence USA valuta che i leader cinesi attualmente non stiano pianificando un’invasione di Taiwan nel 2027, né hanno una tempistica fissa per raggiungere l’unificazione. Tuttavia, Pechino insiste pubblicamente sul fatto che l’unificazione con Taiwan è necessaria per raggiungere il suo obiettivo di “ringiovanimento nazionale” entro il 2049, il centenario della fondazione della Repubblica Popolare.
Quasi certamente Pechino prenderà in considerazione una serie di fattori nel decidere se e come perseguire approcci militari all’unificazione, compresa la preparazione del PLA, le azioni e la politica di Taiwan e se gli Stati Uniti interverranno o meno militarmente per difendere l’isola.
Secondo l’intelligence, i funzionari cinesi riconoscono che un’invasione anfibia di Taiwan sarebbe estremamente impegnativa e comporterebbe un alto rischio di fallimento, soprattutto in caso di intervento degli Stati Uniti. Si afferma anche, però, che un conflitto per Taiwan potrebbe ostacolare l’accesso degli Stati Uniti al commercio e alla tecnologia dei semiconduttori, fondamentali per l’economia globale, e che se gli Stati Uniti dovessero intervenire, probabilmente si troverebbero ad affrontare interruzioni significative ma recuperabili nel settore dei trasporti a causa degli attacchi informatici cinesi. Inoltre, una guerra prolungata con gli Stati Uniti comporterebbe costi economici senza precedenti per gli USA, la RPC e le economie globali, che verrebbero comunque compromesse anche se l’isola venisse annessa senza l’utilizzo della forza militare, per via dell’interruzione delle catene di approvvigionamento tecnologico e della paura degli investitori sui mercati.
L’ultima valutazione della comunità dell’intelligence ribalta le previsioni della leadership militare statunitense nell’Indo-Pacifico, che ha plasmato la strategia delle forze statunitensi negli ultimi sei anni. Istituita nel 2021 dall’ex capo del Comando Indo-Pacifico, l’ammiraglio Phil Davidson, la finestra del 2027 è stata definita l’anno in cui Pechino potrebbe invadere Taiwan. I successori di Davidson, sono rimasti aderenti a questa previsione: nel 2024 l’ammiraglio John Aquilino affermò che la RPC sarebbe stata pronta, con ogni probabilità, ad attaccare in qualche modo Taiwan nel 2027, e anche l’ammiraglio Samuel Paparo, l’anno scorso, aveva indicato il 2027 come finestra temporale sicura per l’invasione, descrivendo le esercitazioni militari cinesi come “prove generali” per conquistare Taiwan. Cerchiamo ora di dare una nostra valutazione sia del documento di intelligence, sia delle intenzioni cinesi.
Le condizioni sono però propizie
Il rapporto è sicuramente coerente con la politica trumpiana di ricerca del dialogo con Pechino: gli Stati Uniti hanno aperto alcuni canali diretti di comunicazione e cercano di contenere la RPC economicamente e militarmente adottando una politica di picchi coercitivi seguita da proposte di “pacificazione”.
Il Pentagono, come la Casa Bianca, sa che in questo momento un conflitto con la RPC per Taiwan avrebbe un costo esorbitante non solo economico, e probabilmente si tradurrebbe in una sconfitta difficilmente recuperabile dal punto di vista del prestigio statunitense all’estero. Diversi rapporti confermano che le forze aeronavali statunitensi, e i Marines, ancora non sono pronte per penetrare lo schermo difensivo che la RPC ha eretto nei mari e nei cieli intorno a sé e che si estende sino al Mar Cinese Meridionale.
Dall’altro lato della barricata, la narrazione che vuole le purghe di Xi Jinping determinate anche per eliminare i falchi dai posti chiave del PLA non trova conferma, stante le continue manovre aggressive compiute negli ultimi due anni intorno a Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale, dove Pechino ha alzato l’asticella del confronto con le Filippine determinando un importante riavvicinamento tra Manila e Washington dopo il “divorzio” negli anni Novanta. Inoltre è anche probabile che Xi Jinping potrebbe concludere che non agire militarmente in questo particolare contesto geopolitico, gli costerebbe più caro che intraprendere un’azione rischiosa che ritiene necessaria per dimostrare determinazione. Ad esempio, se ci fosse il rischio di un’azione intrapresa da Taipei volta a separarla definitivamente dalla RPC, e soprattutto se Washington sostenesse tale obiettivo.
La dirigenza cinese potrebbe essere cosciente che questo periodo sarebbe propizio proprio per la presunta impreparazione statunitense, e cogliere l’irripetibilità di questo attimo prima che sia troppo tardi, facendo quindi abilmente passare l’idea di essere una potenza che cerca di risolvere le contese internazionali pacificamente per sviare le valutazioni dell’avversario. Ribaltando questo concetto, gli Stati Uniti potrebbero aver deciso di pubblicare queste valutazioni per cercare di prendere tempo e di calmare le acque in vista dell’esito del vertice Trump-Xi, che si dovrebbe tenere ad aprile. In ogni caso, invitiamo sempre a osservare attentamente le manovre militari e non militari (intendendo quelle effettuate nel campo della guerra ibrida) per capire se davvero la “finestra di Davidson” è da considerarsi chiusa, sempre avendo ben presente che nella politica cinese c’è la volontà, più volte ribadita, di conquistare Taiwan entro il 2049 in un modo o nell’altro.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

