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Difesa

USA interessati al GCAP, il caccia di sesta generazione anglo-italo-nipponico

Gli Stati Uniti appaiono interessati, in via informale, al GCAP, il caccia di sesta generazione italo-anglo-nipponico

Paolo Zampolli, un conoscente di lunga data ed ex dipendente di Donald Trump che ha assunto il titolo di inviato speciale degli Stati Uniti in Italia, sta spingendo affinché gli Stati Uniti entrino nel programma GCAP (Global Combat Air Programme) per un caccia di sesta generazione stabilito da Italia, Giappone e Regno Unito.

A riferirlo è stato il media Defense News la scorsa settimana che riporta maggiori dettagli riguardanti il viaggio di Zampolli nel nostro Paese, dove ha incontrato il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini il 26 febbraio. Lo stesso ministro Salvini ha riferito su X che l’incontro è stata “l’occasione per ribadire gli ottimi rapporti con la nuova amministrazione americana e rafforzare i legami economici e commerciali tra i due Paesi”.

In un’intervista telefonica con Defense News, Zampolli ha detto di aver discusso l’idea che gli Stati Uniti possano entrare nel GCAP, in quanto un programma unificato per un caccia di sesta generazione sarebbe “un’idea molto saggia” poiché farebbe risparmiare fondi sia agli USA sia ai Paesi che lo stanno progettando. Zampolli, riporta ancora il media, ha aggiunto che “se vuoi realizzare un aereo, è meglio lavorare insieme” e che “se vuoi un nuovo aereo, hai bisogno degli Stati Uniti”. L’inviato speciale ha affermato che l’idea non era venuta dal presidente Trump in quanto non ne hanno discusso, ma ha precisato che “è una conversazione iniziale” e “funzionerebbe per tutti”.

Il problema dei costi

Il mandato di Zampolli non è chiaro: Defense News ha richiesto delucidazioni in merito all’ambasciata USA in Italia la quale ha inoltrato la domanda all’ufficio stampa della Casa Bianca, e attualmente la risposta non è ancora arrivata. Nonostante questo, il modus operandi è tipico del presidente Trump che si affida ai propri rapporti personali per gestire la politica estera, spesso infrangendo le regole del protocollo diplomatico, come sappiamo.

L’idea non è così peregrina dal punto di vista statunitense: come sappiamo, i loro programmi per caccia di sesta generazione faticano ad avviarsi, col NGAD (Next Generation Air Dominance) per l’U.S. Air Force che è andato incontro a una profonda revisione che ne ha sostanzialmente azzerato i requisiti iniziali per una questione legata ai costi. A luglio 2024, infatti, l’allora segretario dell’aeronautica statunitense Frank Kendall aveva affermato che il programma composto da velivolo pilotato e assetti autonomi stava diventando “una piattaforma molto costosa” e che “possiamo permettercelo solo in piccole quantità”. Kendall aveva infatti riferito che il costo di una singola macchina sarebbe stato di circa 300 milioni di dollari.

L’U.S. Air Force aveva confermato di aver sospeso i suoi piani per il NGAD a causa delle pressioni di bilancio e degli interrogativi che sono emersi sui requisiti di base e a settembre era cominciata la rivalutazione dei requisiti di sistema che ha condotto, poche settimane fa, solo all’approvazione delle soluzioni motoristiche per General Electric Aerospace e Pratt & Whitney. L’U.S. Navy non è messa meglio: il suo F/A-XX non compare nel bilancio dell’anno fiscale in corso (i fondi sono stati sospesi), e l’unica novità è stata l’estromissione di Lockheed Martin lasciando così a correre per il progetto solo Northrop Grumman e Boeing.

I rapporti Usa-Europa

Le capacità del GCAP potrebbero spiegare l’interesse statunitense per il programma europeo, l’unico che sino a oggi ha dimostrato di rispettare la tabella di marcia: in un articolo del maggio 2024 per il Royal United Services Institute (RUSI), Trevor Taylor e Isabella Antinozzi riferiscono che il GCAP mantiene una significativa integrazione uomo-macchina, simile al programma statunitense NGAD. Inoltre, sebbene i requisiti del GCAP non siano ancora del tutto noti, sappiamo che sarà un “sistema di sistemi” ovvero una sorta di centrale informatica volante capace di comandare/controllare velivoli unmanned (secondo il principio loyal wingman), connettersi e trasferire dati in tempo reale con altri assetti presenti sul campo di battaglia e probabilmente – se la potenza installata sarà sufficiente – avere armi a energia diretta.

Forse, però, l’interesse statunitense è dettato anche dalla necessità di contenere i costi dei propri programmi di sviluppo e riallacciare i rapporti con l’Europa, dopo che la decisione della Casa Bianca di ridurre drasticamente il supporto all’Ucraina ha provocato un aumento delle spese per la Difesa nel Vecchio Continente, con conseguenti benefici per l’industria locale. Gli USA, insomma, cercano di restare prepotentemente nel mercato europeo – dal quale peraltro non sono mai stati estromessi viste le commesse di alcuni Paesi – per sostenere il proprio complesso militare industriale.

Il protezionismo americano

Siamo però molto scettici riguardo il possibile ingresso degli Stati Uniti nel GCAP, ammesso che vi sia qualcosa di serio e non siano solo “parole al vento”. Sappiamo infatti che la produzione di armamenti per le forze armate USA da parte di un produttore straniero è soggetta a limitazioni riguardanti la proprietà intellettuale: il Governo statunitense per sviluppare un sistema per la Difesa richiede la licenza di utilizzare le informazioni preesistenti che sono necessarie per progettare, costruire, addestrare, gestire, smaltire e mantenere l’assetto in questione.

Senza considerare il ben noto protezionismo quando si tratta di armamenti che richiede la produzione effettuata per la maggior parte negli Stati Uniti per non scontentare i giganti della difesa nazionali. Sicuramente la proposta può sembrare allettante, per condividere l’onere finanziario, ma bisognerebbe capire cosa offrirebbe Washington dal punto di vista tecnologico, quali requisiti imporrebbe (e valutarli in base ai nostri), quali limitazioni ci sarebbero per l’export e in quanta percentuale parteciperebbe.

Generalmente, però, anche indipendentemente da quanto stiamo osservando con la nuova amministrazione, riteniamo sconsigliabile aprire a questa possibilità, soprattutto perché i fondi statunitensi, che sarebbero tanti rispetto a quelli degli altri Paesi (per il NGAD sono stati messi a bilancio 5,1 miliardi di dollari in due anni, mentre l’Italia per il GCAP ne ha previsti 8, ma in un periodo che va dal 2029 al 2037), permetterebbero a Washington di avere molta più voce in capitolo e quindi imporre la propria guida al programma. Molto meglio, piuttosto, cercare di imbarcare altri partner europei in modo che i ritorni economici restino per la maggior parte in Europa (e nell’UE).

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