Usa e Iran firmano il Memorandum ma il Medio Oriente non si fida più di Washington

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Dopo varie settimane di proclami puntualmente smentiti e dopo mesi di conflitto più o meno aperto, Washington e Teheran hanno finalmente firmato un accordo in 14 punti su cui però è giusto fare approfondite riflessioni. Primo, si tratta di un accordo preliminare propedeutico per aprire una fase negoziale più approfondita di 60 giorni, ma lo stesso presidente Trump ha detto che quel limite temporale non è categorico. Secondo, malgrado la sua natura transitoria e precaria è un trattato che certifica chiaramente la debolezza della posizione americana. Sia perché l’Iran in sostanza non cede praticamente nulla (promette di non ottenere l’arma nucleare, ma anche prima dichiarava di non essere interessato, per cui non sembra essere una grande concessione) e dal canto loro gli Stati Uniti non raggiungono nessun obiettivo ventilato all’inizio della campagna (non il crollo del regime, non la distruzione dell’arsenale missilistico, non lo smantellamento dei proxy); sia perché Washington ha dimostrato di non essere più in grado di garantire sicurezza ai suoi alleati locali, aprendo così la strada a un rimescolamento degli equilibri regionali di cui solo in futuro potremo vedere più chiaramente le conseguenze.

Su queste pagine avevamo già previsto un tale scenario di debolezza americano quando era emerso con chiarezza che la guerra non poteva essere risolta rapidamente. Infatti, in questo articolo si era messo in luce come senza l’impiego di forze a terra a Washington restassero solo due opzioni: escalare il conflitto, cosa impossibile visti i costi dell’operazione e la difficoltà di dislocare gli asset militari necessari; o ridurre significativamente i propri obiettivi per avvicinarsi alla richieste dell’avversario su cui chiaramente l’azione militare non aveva svolto la giusta forma di coercizione. Il trattato firmato in questi giorni va esattamente in quest’ultima direzione: certifica un ridimensionamento significativo delle richieste americane a fronte di un accettazione di quelle iraniane.

Se questo aspetto era già evidente da tempo e frutto di una pianificazione quanto meno lacunosa, il risultato dell’indebolimento di Washington è però significativo e avrà ripercussioni sul lungo periodo che potrebbero andare ben al di là della regione del Golfo o del Medio Oriente. Infatti, il problema per gli Stati della regione non è tanto il come la guerra si è conclusa (per ora?), quanto piuttosto la posizione americana, che è stata erratica e imprevedibile. Ciò, da un lato, spinge gli attori locali a non fidarsi troppo degli Stati Uniti e dall’altro a cercare nuove partnership di sicurezza.

La frattura

Durante la Guerra Fredda la regione, pur con alterne vicende interne e cambi in alcuni Paesi, era divisa tra le due Superpotenze che avevano i propri alleati, ma a seguito del crollo dell’Unione Sovietica e dell’operazione Desert Storm gli Stati Uniti emersero come l’unico garante dell’ordine regionale in cui i Paesi del Golfo dipendevano da Washington per la loro sicurezza. In tale contesto, le sanzioni e la deterrenza militare hanno contenuto l’aggressione iraniana e si è avviato un lento e assolutamente limitato e parziale percorso verso la normalizzazione arabo-israeliana con gli Accordi di Abramo durante la prima amministrazione Trump.

In tale contesto possiamo individuare una frattura interna alla regione che potrebbe delineare i limiti americani nella gestione e aprire i nuovi scenari futuri. Da un lato, possiamo indicare la “coalizione abramitica”, guidata da Israele e dagli Emirati Arabi Uniti, che è strettamente allineata con gli Stati Uniti (ma i cui membri non è scontato che condividano gli stessi interessi americani) e talvolta include Grecia (soprattutto in funzione anti-turca) e India su questioni militari, economiche ed energetiche. Le radici di questo blocco risalgono al 2020, quando Israele ha normalizzato le relazioni con Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco con i cosiddetti Accordi di Abramo.

Dall’altra parte c’è una coalizione islamica, guidata da potenze sunnite come l’Arabia Saudita, la Turchia, il Pakistan e, sempre più spesso, l’Egitto. Queste potenze regionali di medio livello fanno ancora affidamento su Washington per la loro sicurezza, ma si sono avvicinate tra loro in risposta alle minacce percepite non solo dall’Iran, ma anche da Israele, che proiettava la sua influenza oltre i confini di Gaza e della Cisgiordania, in Siria, Libano e nel Corno d’Africa.

La guerra non ha fatto altro che ampliare il divario già esistente tra l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, le due maggiori economie del Golfo, che malgrado agende politiche similari (consolidamento del potere interno e ambiziosi progetti di trasformazione nazionale) a livello di politica estera si sono con il tempo posizionati su fronti opposti nei conflitti in Sudan e Yemen. In tale contesto l’attacco israeliano in Qatar nel 2025 ha rappresentato una sorta di punto di rottura. Per Riad quella fu la dimostrazione che Israele era un attore tanto imprevedibile e pericoloso quanto l’Iran e poco dopo ha siglato un trattato di aiuto reciproco con il Pakistan e ha avuto contatti con Turchia ed Egitto. Abu Dabhi, invece, si è maggiormente avvicinata a Tel Aviv che durante il conflitto con l’Iran ha anche offerto asset di difesa aerea. Queste due “coalizioni” sono tutt’altro che rigide ma hanno visioni opposte del conflitto. Mentre l’Arabia Saudita mira a bilanciare l’influenza iraniana e magari arrivare a un accordo, quella legata agli accordi di Abramo vede l’Iran come una minaccia esistenziale da eliminare.

Il trattato firmato in questi giorni quindi certifica una sorta di sconfitta americana, ma al contempo apre scenari di instabilità perché Israele continuerà i suoi conflitti e con la sua continua politica di espansione non potrà che essere guardato con sempre più sospetto da varie potenze sunnite. Tale situazione inoltre riduce di molto la capacità americana di garantire sicurezza perché Washington si trova a dover agire con alleati locali molto variegati, in contrapposizione fra loro e che in generale non guardano più agli Stati Uniti come un alleato credibile ed efficace.