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Difesa

Usa: dalla deterrenza all’offensiva, ecco la svolta militarista di Hegseth

Il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth ha convocato lo scorso 30 settembre 2025 una riunione senza precedenti a Quantico, Virginia, alla presenza di circa 800 generali e ammiragli e del presidente Donald Trump. Questo evento segna una...

Il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth ha convocato lo scorso 30 settembre 2025 una riunione senza precedenti a Quantico, Virginia, alla presenza di circa 800 generali e ammiragli e del presidente Donald Trump. Questo evento segna una profonda trasformazione del ruolo militare statunitense, con un passaggio dalla difesa tradizionale alla promozione di un’aggressività e una cultura guerresca prive di ambiguità. Una sintesi della riunione e i contenuti sono stati raccontati dalla giornalista Kelley Beaucar Vlahos di Responsible Statecraft nel suo articolo Hegseth: ‘Defense’ is out, ‘killing people and breaking things’ is in.

Hegseth sostiene un approccio muscolare che elimina i residui di cultura “woke” dal sistema militare, sottolineando l’importanza di prepararsi alla guerra con massima efficacia e determinazione. La rinomina del Dipartimento della Difesa in “Dipartimento della Guerra” indica una svolta paradigmatica che ridefinisce le priorità strategiche e organizzative degli Stati Uniti, inserendosi nella logica trumpiana di hard power e azione senza compromessi.

Hegseth sta guidando una radicale trasformazione della cultura militare americana, segnando il passaggio da una strategia difensiva basata sulla deterrenza a un militarismo aggressivo e assertivo. L’obiettivo dichiarato è preparare le forze armate a condurre guerre decisive e vincenti, eliminando ogni esitazione o filtro politico. Questa visione si concentra sul “warfighting“, una preparazione militare orientata esclusivamente alla guerra e alla vittoria, piuttosto che alla difesa territoriale o alla diplomazia.

Al centro di questa trasformazione si trova la ricostruzione della figura del “guerriero”, un combattente determinato ed efficiente capace di sopraffare l’avversario senza essere condizionato da limiti. 

Forza senza limiti

Hegseth propone di abbandonare le regole di ingaggio considerate restrittive, favorendo una strategia di “massima letalità”, intimidazione e terrorismo psicologico finalizzati a demoralizzare nemici e persino alleati. La nuova dottrina richiede una prontezza permanente, con esercitazioni continue, affinché le forze armate USA siano sempre pronte ad attaccare rapidamente qualsiasi avversario.

La retorica di Hegseth si inserisce in una guerra culturale volta a eliminare multiculturalismo, diversità e inclusione dalle forze armate, considerate manifestazioni di “woke politics” che avrebbero indebolito la capacità militare. La “warrior ethos” diventa un elemento identitario che si traduce in un modello organizzativo più spregiudicato e meno sensibile alle norme internazionali o ai limiti morali tradizionali. Hegseth ha già avviato riforme radicali, tra cui la revisione dei programmi di diversità e inclusione e una forte accentuazione sul fitness fisico e sulla disciplina.

L’adozione di questa cultura militare altamente aggressiva porta a profonde trasformazioni nel sistema di equilibri internazionali. La strategia di guerra totale aumenta significativamente la possibilità di escalation e conflitti aperti con potenze rivali come Cina e Russia, che potrebbero interpretare la svolta statunitense come un segnale di volontà di dominio assoluto, favorendo un clima di instabilità e una corsa agli armamenti disruptiva. La riduzione delle normative operative, insieme alla svalutazione dei principi di guerra giusta, può incrementare il rischio di incidenti internazionali, errori di calcolo ed escalation incontrollate.

Dalla deterrenza all’offensiva

Questa politica potrebbe intensificare la competizione strategica tra grandi attori, portando a una rincorsa agli armamenti nucleari, alla modernizzazione delle forze convenzionali e a una militarizzazione di crisi regionali come il Vicino Oriente, l’Eurasia e l’Indo-Pacifico. La volontà di svolta totale basata sull’uso sconsiderato della forza rafforza l’impressione di un mondo instabile, dove la guerra diventa uno strumento facilmente adottabile. Un’altra conseguenza deriva dall’isolamento delle nazioni più moderate, potenzialmente spinte verso alleanze con potenze rivali, in una dialettica di escalation che potrebbe minacciare la stabilità delle società civili e delle economie mondiali.

Dal punto di vista strategico, si assiste a una radicale ridefinizione delle priorità operative, dalla deterrenza nucleare e diplomatica alla capacità di condurre rapidissime offensive con elevata potenza distruttiva. La focalizzazione sulla massima letalità e su operazioni senza restrizioni mira a creare uno stato di shock e terrore che possa costringere i rivali a capitolare. A livello organizzativo, questa strategia comporta un ridimensionamento delle alte cariche, una semplificazione della catena di comando e un rafforzamento delle capacità di guerra totale, con investimenti significativi in tecnologie di distruzione, armi ipersoniche e cyberwarfare.

Sul piano marittimo, la nuova cultura porta a una ridefinizione delle regole di condotta sui mari, favorendo un approccio più aggressivo e meno vincolato dal diritto internazionale. Il Mar Cinese Meridionale, lo Stretto di Bab el Mandeb e il Canale di Panama potrebbero assumere un ruolo critico come possibili obiettivi di interventi rapidi e intimidatori. Il controllo assoluto degli spazi marittimi diventa un obiettivo primario, anche attraverso operazioni di blocco o attacco preventivo, con rischi di conflitti navali e ripercussioni sulle supply chain globali e sui prezzi delle risorse strategiche.

L’Italia, come Stato membro della NATO e importante attore nel Mediterraneo Allargato, si trova al centro di questa nuova opzione strategica. Le basi USA italiane come Sigonella e Aviano potrebbero trovarsi più esposte a rischi di attacchi o incidenti, mentre la crescente tendenza a considerare le guerre come eventi di pura vittoria senza limiti può rinnovare la possibilità di conflitti regionali coinvolgenti direttamente Mediterraneo e Balcani.

A livello geopolitico, l’Italia deve essere pronta a rinnovare le proprie alleanze e strategie di difesa. La collaborazione con la NATO potrebbe diventare più complessa, poiché il principio di guerra proporzionata rischia di essere compromesso. L’Italia potrebbe dover affrontare problemi relativi alla gestione delle crisi umanitarie, delle migrazioni forzate e della sicurezza marittima in un quadro di tensione crescente, con possibili ripercussioni sulla stabilità politica interna.

Il cambiamento proposto da Hegseth rappresenta una svolta radicale verso un modello di guerra totale senza limiti né restrizioni morali e politiche. Questa nuova cultura genera rischi significativi per la stabilità internazionale, la sicurezza delle rotte marittime e l’equilibrio geopolitico globale. Per l’Italia, tale evoluzione impone un rafforzamento delle politiche di difesa e un’attenta gestione delle crisi regionali. Sarebbe fondamentale un impegno collettivo per promuovere normative che rispettino i principi del diritto internazionale, privilegiando diplomazia e prevenzione, e rafforzando la cooperazione tra nazioni europee e NATO.

(Roberto Domini è ammiraglio e presidente del CESMAR-Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima)

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