L’impegno degli Stati Uniti nel sostegno a Israele sul fronte della difesa aerea e missilistica dal 7 ottobre 2023 a oggi, concentrato principalmente nei dodici giorni di guerra tra Tel Aviv e l’Iran, ha avuto un costo massiccio per Washington e chiamato alla necessità di rafforzare con ingenti investimenti uno schieramento in cui l’appoggio a Tel Aviv ha aperto non pochi buchi.
Bloomberg ha ottenuto documenti riservati del Dipartimento della Difesa in cui si calcola in almeno 3,5 miliardi di dollari la spesa necessaria per rimpinguare gli arsenali intaccati dalle spedizioni a Tel Aviv. Gli intercettori Standard Missile 3 (SM-3) della Rtx coprono da soli un conto da 1 miliardo di dollari, considerando un costo medio di circa 10 milioni di dollari a missile.
Il conto salato della guerra dei dodici giorni
Un’ampia spesa servirà anche per sistemare le tecnologie radar e sostituire l’elettronica maggiormente usurata, così come per ammodernare le batterie dei cacciatorpediniere impegnati nella tutela dello spazio aereo israeliano. Cosa più interessante, i dati citati da Bloomberg parlano di documenti preparati dal Pentagono alla metà di maggio, quando ancora non era inserito a consuntivo nella spesa Usa l’impegno per appoggiare la difesa aerea di Tel Aviv contro la risposta iraniana ai raid sulla Repubblica Islamica. In quel caso, a esser logorata fu soprattutto la scorta Usa di intercettori per il sistema del Terminal High Altitude Area Defense (Thaad) utilizzato per sostenere Israele.
Come avevamo scritto, è stato stimato che in dodici giorni gli Usa abbiano nel solo teatro israeliano consumato circa il 20% dell’arsenale Thaad su scala globale. Pensato per contrastare le minacce balistiche al suolo Usa, intercettare i missili di attori ostili come Iran e Corea del Nord e fornire potenzialmente supporto alla difesa contro i probabili rivali di primo peso degli States (Cina e Russia), il Thaad è entrato in funzione 80 volte in dodici giorni di guerra, facendo sobbarcare agli Usa un costo stimato tra 800 e 1.200 milioni di dollari.
Defense News, che porta fino a quasi un quarto del totale il tasso di consumo presunto nella “guerra dei dodici giorni”, spiega che l’intercettore Thaad “costituisce il livello superiore delle difese missilistiche balistiche di teatro terrestre dell’Esercito, mentre il Patriot costituisce il livello inferiore ed entrambi integrano gli intercettori navali, come l’SM-3 e l’SM-6”, risultando dunque la piattaforma fondamentale per ogni difesa stratificata come quella del Golden Dome teorizzato dall’amministrazione Trump.
La testata ricorda che la Missile Defense Agency del Pentagono a fine luglio ha promosso un nuovo appalto da oltre 2 miliardi di dollari per rafforzare l’armamentario di sistemi Thaad e dei loro intercettori Talon.
Quattro anni per colmare dodici giorni di guerra
Complessivamente, una spesa generata direttamente o indirettamente dall’appoggio a Israele compresa tra i 6,2 e i 6,7 miliardi di dollari grava sull’antiaerea americana, la cui produzione è assorbita dalla necessità di sostenere gli alleati, come Tel Aviv e l’Ucraina, spesso a scapito degli stock nazionali.
Defense News calcola che ai ritmi di acquisto di Thaad previsti dalle proiezioni di bilancio del 2025-2026 “ci vorrebbero circa quattro anni per rifornire gli intercettori utilizzati durante la Guerra dei 12 giorni“, dato che pone profonde riflessioni agli strateghi americani perché “se gli Stati Uniti hanno avuto difficoltà a gestire l’arsenale iraniano, è doveroso immaginare cosa potrebbe accadere in un conflitto con la Cina, che possiede circa 2.700 missili balistici a corto, medio e intermedio raggio e ne sta costruendo altri”.
Il sostegno a Israele è proseguito, dunque, a scapito della stessa sicurezza nazionale tanto nell’era di Joe Biden quanto in quella di Donald Trump. Una dimostrazione ulteriore di quanto Tel Aviv sia riuscita a portare Washington sul suo terreno, anche a costo di sabotare le proprie priorità strategiche. Un trend, questo, la cui inversione appare chiara agli strateghi ma resta un punto dolente sul fronte del rapporto politico Washington-Tel Aviv.
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